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Jovanotti e un giorno al MIT: gli occhi di un italiano

di Nicolò Decarli

Pubblicato il

Jovanotti, Boston

L’occasione è insolita, inattesa, simpatica. Un cartello sventolato in aria davanti al palco attira la mia attenzione. Recita così: “Italy: we love it, we leave it”, contornata da un cervello a cui sono state simpaticamente disegnate un paio di gambe in corsa. Superflua ogni spiegazione. Venerdì 5 ottobre, Boston, USA. Concerto di Jovanotti (sì, Jovanotti “Lorenzo”). Una discoteca in centro città piena per vederlo. E ovviamente non si sente parlare il solito slang ma un linguaggio molto più familiare. Nella discoteca gremita d’italiani si capisce veramente quanta Italia sia fuori casa. E in questo caso, osservazione banale, la stragrande maggioranza dei presenti ruotava intorno a posti che prendono il nome di “MIT” o “Harvard”.

Piccola digressione per introdurre il tema reale, tema che rimane in realtà contornato fra le mura del MIT, una università, con qualcosa di più. Di solito si parte dai numeri, perché quelli impressionano, perché sono obiettivi, perché non mentono (o almeno così si crede che sia). E si sa, negli Stati Uniti, dove tutto è basato sul merito, la metrica, e quindi il numero, è la base. Università privata, da appena 16.000 studenti. E fino a qui nulla di sconvolgente. Se non fosse che, attorno a questi, ruotano circa 10.000 dipendenti, fra cui più di 1.000 professori. Tutto il resto, seppur interessante, si può trovare in ogni statistica online.

MIT, cerimonia delle lauree (Killian Court)Ciò che non raccontano i numeri è come si viva e cosa significhi studiare al MIT. E’ subito necessario accantonare lo stereotipo di università dove i figli di papà americani girano dotati di divisa e aria di superiorità. L’ambiente è l’esatto contrario. Studenti in tuta, centinaia di asiatici, prati gremiti di ragazzi con i loro portatili, chi gira in ciabatte, chi in pattini o trascina la bici per i corridoi, chi si cimenta in attività e sport di ogni genere. La polizia che tiene sotto controllo il campus, uffici pieni di persone gentili e aperte, studenti, professori (magari uno dei 77 premi nobel) e ricercatori che si scambiano “how are you” per i corridoi.

Raccontato così potrebbe sembrare il paese delle meraviglie, e certo non lo è, ma sicuramente spicca una grande differenza rispetto al nostro modo di concepire l’università, differenza che nasce dalla struttura stessa dove lo studente è chiamato a vivere la sua giornata, ovvero il campus. Sorprende, infatti, come gli spazi siano adattati al lavoro, allo studio, al rendere il proprio compito (lo studiare, il fare ricerca, il lavorare) efficace e più produttivo possibile.
MIT, LIDSIl mettere le persone nelle condizioni di fare al meglio delle loro possibilità. Ricetta semplice ma efficace. Ovunque, in ogni ala dell’università, spazi comuni, tavoli, divanetti, giornali, e soprattutto lavagne e lavagne, perché comunque lo scopo è, e rimane, costruire passo dopo passo qualcosa, che sia la mente o il lavoro che ciascuno è chiamato a portare a termine. “Mens and Manus” recita il motto, affiancato da un “Science and Arts” e dalla iscrizione che  troneggia  sotto la cupola in entrata, “Established for advancement and development of science, its application to industry, the arts, agriculture, and commerce”. Sembrerà una banalità, ma quanto rende più soddisfacente il lavoro avere un posto dove sedersi, le attrezzature necessarie, un parco dove passeggiare,… ? Scontato allargare poi il discorso alle strutture sportive, palestre, dei campi da calcio, football, hockey, tennis, piscine, barche… e quant’altro per far valere il “mens sana in corpore sano”, che non si può proprio dire essere un concetto nato negli Stati Uniti ma forse spesso dimenticato in terra d’origine.

Una vita universitaria viva, che avvolge e fa sentire ciascuno orgoglioso di essere parte di questa macchina che crea, prima di tutto, persone. E questo è dimostrato anche dall’affezione degli ex studenti e delle loro donazioni di milioni di dollari all’anno a favore dell’università. Ma tutto questo che costi ha? I 50.000$ annui che uno studente spende in media farebbero pensare ad una università di nicchia. Ecco che però si scopre come il 90% di essi riceva un parziale contributo alla copertura delle spese, oltre a un ingente numero di borse totali. Il tutto assegnato con i criteri ben conosciuti, il reddito e il merito. Merito che è richiesto fin dal momento della selezione iniziale dove a fronte di circa 18.000 richieste, meno del 10% otterranno la possibilità di entrare nei corsi.

MIT, Stata CenterUn modello irripetibile? Una eccezione? E’ giustificato un gap tale fra questo istituto, recentemente indicato come la prima università del mondo, e la prima italiana in classifica, l’Università di Bologna, al 194° posto? Difficile da paragonare, se si pensa alle possibilità che vengono offerte, e che sono spesso lontane da quelle a disposizione degli studenti italiani, ma sicuramente più facile analizzando l’esperienza di studio vera e propria, intesa come possibilità di apprendere. Sicuramente uno studente al MIT è portato ad aprire la propria mente, data la mole di possibilità che gli sono offerte ogni giorno per studiare, sperimentare, conoscere. Differentemente, sfogliando i piani di studio, si scopre come il numero di esami da sostenere sia spesso simile o inferiore a quello  delle università italiane. Viceversa la ricerca ha un peso totalmente diverso, in quanto lo studente viene subito messo in contatto con il processo creativo, magari a discapito della quantità effettiva di lezione frontale.

Università inserita in una società che, a prescindere, sostiene la creazione, lo sviluppo, la realizzazione di sè, ma sicuramente un luogo dove tutto questo processo è incentivato, curato e difeso.

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