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La cultura delle armi negli Stati Uniti

di Gabriele Catani

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Il rapporto degli statunitensi con le armi comincia a partire da una data simbolica, il 6 settembre 1620, quando un ristretto gruppo di 102 padri pellegrini inglesi e olandesi sbarcarono sul suolo americano, dando inizio, di fatto, all’esodo di massa verso il Nuovo Mondo da parte di tutti i Paesi nordeuropei (a partire dalla fine dell’ ‘800 anche italiani). Come si legge sui manuali di storia scolastici, a partire dalla fine del XVIII° secolo i rapporti fra coloni e la madrepatria divennero tesi, in virtù dell’alta tassazione e dei vincoli commerciali che si imponevano alle tredici colonie, ovvero era per loro consentito il commercio solo ed esclusivamente con la Gran Bretagna. Allo scoppio della “Independence War” i futuri statunitensi dovettero costruire per la prima volta un’identità vera e propria, combattendo contro i loro “padri”, potendo contare anche sull’aiuto degli odiati (dagli inglesi) francesi. Nel 1787 venne ratificata la Costituzione, la quale garantisce il diritto alla libertà e alla ricerca della felicità di ogni cittadino. Con il tempo il concetto di libertà assunse dentro di se il concetto più ampio di eliminazione degli ostacoli che si frappongono tra l’individuo e la libertà, o comunque di eliminazione degli altri individui che minacciano la propria felicità. La Carta dei Diritti contiene i primi dieci emendamenti della Costituzione; il secondo emendamento garantisce il diritto di possedere armi, senza però specificare se si tratti di cittadini privati o milizie statali: dopo accesi dibattiti nel 2008 la Corte Suprema degli Stati Uniti diede ragione all’ipotesi che si parlasse di privati, dunque questo spiega (ma è solo un tassello, per quanto grande, del puzzle) come negli States le armi possano circolare così liberamente e finire in mano ai soggetti sbagliati.

La comprensione dell’odierno rapporto tra americani e armi deve necessariamente partire dall’analisi di un sostrato culturale. Prima di tutto, lo stadio di società rurale e priva di civiltà in cui si trovava l’America settentrionale allo scoppio della guerra con il Regno Unito: allora gli insediamenti erano piccoli favorivano il formarsi di uomini “avventurieri” a diretto contatto con la natura incontaminata. Inoltre la proprietà privata è sicuramente un valore sacro e incrollabile per gli americani. Negli Stati Uniti i territori sconfinati e resi pieni di insidie dalla natura fecero sì (soprattutto negli Stati del Sud, che allora erano meno industrializzati e privi di grandi metropoli) che la sicurezza personale fosse legata al possesso di un’arma da fuoco. Può sembrare paradossale che la religione, così radicata com’è nella cultura americana, non strida con il fatto di possedere armi e con l’ampia libertà del loro uso: ma ciò non deve stupire, se analizziamo le parole che pronunciava il “puritano” Rick Santorum qualche mese fa, dopo aver sparato a un poligono di tiro: “Quella che ho potuto esercitare è una delle libertà fondamentali garantite dalla nostra costituzione”. Il bravo cristiano in America è colui che uccide un nemico pericoloso per la collettività: le armi consentono di eliminare il nemico, quindi usare le armi è giusto. Nel solco di tutto ciò si inscrive anche la politica bellica statunitense dopo la seconda guerra mondiale.(Sfiorata la guerra con Cuba e con la Russia, guerra di Corea, del Vietnam, in Iraq).

L’evento in cui le armi, per la prima volta nella storia degli States, rivelarono le loro impressionanti potenzialità distruttive, fu durante la celebre “Civil War”, considerata precorritrice dei due conflitti mondiali per diverse affinità: l’utilizzo di armi potenti e gli esiti sanguinosi che provocavano, il loro avanzamento tecnologico, la guerra totale (per terra e per mare), il combattimento “fino al fondo della botte”, ossia usando ogni uomo e ogni risorsa prima di arrendersi. Dice Raimondo Luraghi, uno dei massimi esperti mondiali di questo scontro: “Alle origini del conflitto c’è l’impetuoso sviluppo industriale del Nord, dal quale emergono nuove classi, imprenditori e operai, che professano un’ideologia nazionalista e vogliono scalzare l’egemonia esercitata fino allora dall’aristocrazia agraria del Sud”. Molti americani allora compresero che l’unico modo per risolvere la disputa tra i due modelli economici era la guerra e fu così che «il presidente unionista Lincoln arrivò a forgiare ‘con il ferro e con il sangue’, come diceva Bismarck a proposito della Germania, la nuova identità nazionale, in una sorta di seconda rivoluzione americana dopo quella contro gli inglesi». Le armi, dunque, erano il solo modo di sbarazzarsi dell’aggressività dei sudisti e tutelare gli interessi nordisti.

Dopo la guerra di secessione la potenza economica e militare degli Stati Uniti crebbe a dismisura, fino a decidere l’esito di due guerre mondiali. Il binomio armi-potere sussiste sia sul piano politico (facoltà di agire per proteggere i cittadini, in nome di Dio) che su quello individuale (potere di eliminare chiunque sembri rappresentare un pericolo per me), poiché legittimato dalla politica, dunque dalla legge.

All’oggi, il diritto del porto d’armi, nasce dal liberalismo del XX° secolo, il prodotto del “diritto alla rivoluzione” nato nel XVIII° e XIX° secolo, anche se l’Nra (National rifle association, che si batte per il possesso di armi esteso a tutti) ha avuto un grosso peso nella liberalizzazione di armi da fuoco più grande della storia: dopo aver appoggiato Reagan nelle elezioni del 1980 , ottennero da quest’ultimo il permesso di interpretare a loro favore il secondo emendamento della Costituzione, aprendo la strada alla circolazione delle armi tra i privati. Tra il 1968, anno della legge sul controllo delle armi dopo gli omicidi di Kennedy e Martin Luther King, e il 2012, ricorda il giornalista del New Yorker Jill Lepore, le leggi a proposito della detenzione di armi furono «abolite, stravolte, ammorbidite o lasciate scadere», proprio perché portare armi, persino nascoste, è un diritto del cittadino, come stabilisce la legge di 49 Stati USA (l’Illinois è l’unico a resistere), influenzati dallo strapotere delle lobbies delle armi. Nel 1994 “il divieto federale di possedere, portare o fabbricare armi semiautomatiche è scaduto nel 2004 e non è stato rinnovato” e la Florida nel 2005 approvò una legge, seguita da altre leggi simili in altri 24 Stati, chiamata “Stand your ground”, «che esonera da qualsiasi procedimento penale chi usa la forza per difendersi da un’aggressione, anche nel caso in cui possa facilmente fuggire. La legge estende questo tipo di autodifesa non solo alla propria casa ma a qualsiasi luogo un individuo ha il diritto di trovarsi». Non è tutto: il 40% delle armi che circolano negli USA è stato comprato in fiera o tramite transazione privata (ad esempio rispondendo a un annuncio sul giornale).

Tutto questo ha delle conseguenze indesiderate: quasi 300.000.000 di armi sono in mano ai civili, una persona su tre conosce qualcuno a cui hanno sparato, gli omicidi di massa, come quelli nelle scuole, non diminuiscono. Eppure molti americani sostengono che possedere un’arma è un diritto inviolabile e la soluzione, per aumentare la sicurezza, è aumentare il numero delle armi in circolazione.

 

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