Magazine

Non si uccidono così anche i cavalli? Il tragico ballo della disillusione

di Silvia Bosio

Pubblicato il

Sala semi illuminata. Spettatori timorosi scortati sulle gradinate invadono con il loro passaggio il palco centrale in cui inizia il rigido reclutamento delle coppie che parteciperanno alla gara. Così si apre lo spettacolo Non si uccidono così anche i cavalli?, realizzato dall’Ensemble di attori del Teatro Due di Parma in collaborazione con il Balletto Civile durante la stagione 2011-2012 e riproposto in questi giorni al Teatro Nuovo Giovanni da Udine.

Giorgio Mariuzzo riadatta il romanzo di Horace McCoy They shoot horses, don’t they? (1935), già oggetto di una celebre trasposizione cinematografica firmata da Sydney Pollack nel 1969, presentata fuori concorso a Cannes nel 1970 e vincitrice del premio Oscar per il miglior attore non protagonista  (Gig Young).

Il breve romanzo, ambientato negli anni della Grande Depressione, ha per protagoniste delle giovani coppie che partecipano ad una sfiancante maratona di ballo attratte dal premio di 1000 dollari e dalla speranza di essere scritturate da qualche manager di Hollywood. Queste forme di intrattenimento imperversavano nell’America degli Anni Trenta: le gare di ballo si trasformavano in spettacoli brutali in cui un’umanità misera e variegata si sottoponeva a un faticoso tour de force ballando quasi senza sosta per intere giornate.

La trasposizione teatrale degli attori-ballerini riproduce efficacemente il senso di spettacolarizzazione e la lenta degenerazione fisica e morale cui vanno incontro le 22 coppie stipate sul palco: immigrati italiani e russi, padri di famiglia, ragazze avvenenti, madri, donne gravide o sfiorite, vecchi lupi di mare e giovani disoccupati iniziano a danzare con energia e allegria ostentate, tanto più quando il viscido presentatore Rocky li chiama sul palco per raccontare le loro storie e accattivarsi la simpatia del pubblico di casa. Nonostante le luci abbaglianti e la musica coinvolgente suonata dal vivo da un quartetto, lo spettatore avverte un’amarezza di fondo: per partecipare le coppie sono state sottoposte ad una visita medica che sembra più che altro una perquisizione militare severa e poco rispettosa della dignità umana dei ballerini.

Si crea fin dall’inizio un clima di tensione e di competizione aggressiva che cresce a climax durante la gara, per esempio quando l’infermiera passa tra le coppie percuotendo con un frustino da fantino chiunque smetta di ballare o quando, durante il breve lasso di tempo riservato al pasto, tutti si avventano sulle scarse vivande tra spinte e insulti.

Per rendere il gioco più vario e intrigante per il pubblico, Rocky inventa anche i “derby”, gare di corsa ad eliminazione commentate dal presentatore con l’enfasi di chi guarda una corsa di cavalli sui quali ha appena scommesso. Il culmine della disumanizzazione è la morte del vecchio marinaio, occultata da Rocky per non dover interrompere lo spettacolo.

Tra i partecipanti, i veri protagonisti (soprattutto del romanzo), sono Robert e Gloria (nel film inerpretata da Jane Fonda), due estranei che si trovano quasi per caso a gareggiare in coppia. Lui, spavaldo e ottimista, si scontra con una realtà crudele. Lei, dietro una facciata cinica e spietata, nasconde un macigno di tristezza, disillusione e sfiducia. La competizione le sembra l’ultima possibilità di riscatto, quindi è disposta a tutto pur di riuscire: tradire, rubare i compagni altrui, cedere alle avances di Rocky e addirittura proseguire nonostante il marinaio morto tra le sue braccia.

Anche l’evidente sentimento che inizia a germogliare tra lei e Robert le appare come un’illusione offuscata dalla gelosia. La sola certezza è il premio finale: il denaro e il successo sono la concretizzazione di un sogno di libertà e di felicità che i media promulgano come la nuova faccia del Sogno Americano. Non più la corsa all’oro della California o la conquista di distese di prateria del West, ma piuttosto i dollari e il benestare del pubblico, una ricchezza ottenuta mettendo letteralmente in vendita la propria persona, la propria dignità e i propri sentimenti.

Quando Gloria si accorge del grande inganno in cui è stata trascinata, cioè del fatto che quasi tutto il montepremi verrà ritirato dagli organizzatori come rimborso spese, non può resistere e chiede a Robert di spararle. Paradossalmente, il gesto estremo compiuto dal giovane è forse il solo atto d’amore o di altruismo della vicenda. Gloria, infatti, è per lui un animale ferito e l’unico modo per aiutarla è esaudire il suo desiderio. Per questo motivo, quando i poliziotti gli chiederanno le ragioni dell’omicidio, Robert risponderà con naturalezza: «Ai cavalli si spara, no?».

Il finale agghiacciante è il coronamento perfetto della prosa secca e sferzante di McCoy, così come la morte di Gloria fuori scena durante lo spettacolo getta un silenzio denso e pesante in sala, trasformando la pista in un mattatoio di sogni infranti. La bravura di Teatro Due e Balletto Civile sta nella capacità di riprendere e conservare le linee essenziali del testo, creando comunque una messa in scena originale che coinvolge il pubblico in qualità di personaggio, ma soprattutto stimola delle riflessioni attualissime su come sia cresciuto e ulteriormente degenerato il mondo barbaro della spettacolarizzazione delle tragedie personali e collettive.

«Seguendo le misere vicende di alcune coppie, lo spettacolo nello spettacolo diviene un emblematico ritratto della contemporaneità, uno specchio, solo un poco antichizzato, delle tendenze mediatiche più degenerate dell’oggi. In scena si consumerà il dramma di una generazione che non ha più nulla da perdere, sfruttata da una società dello spettacolo in cui l’amore, la vita e la morte vissute in diretta sono date in pasto allo sguardo avido di un pubblico senza più alcuno scrupolo».

Diffondi lo spirito Millennial:

Lascia un commento

Lasciaci un commento

*

error: