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God bless Captain America

di Lara Conte

Pubblicato il

«L’arte cinematografica può diventare il fuoco centrale dell’espressione di un tempo e la più efficace educazione di un popolo».

Massimo Bontempelli.

Stati Uniti d’America. Il Paese che ha regalato al mondo la Coca-Cola, il fascino patinato di Hollywood, il «Dolcetto o scherzetto?» di Halloween, la passione per il baseball, i miti del football, la mossa pelvica di Elvis Presley, la tristezza provocatoria del blues, persino il Monopoli e senza dubbio i migliori supereroi di sempre.

La culla del Sogno Americano, dove le persone si fanno-da-sé e il talento non passa inosservato.

Una nazione che in meno di trecento anni di storia è diventata la maggiore potenza economica, culturale e militare del mondo.

Un Paese che è sinonimo di Occidente e che in virtù della sua natura multietnica e della sua tradizione politica, pubblicizza una way of life all’insegna della globalizzazione e della democrazia.

Ma è anche il Paese che l’11 settembre 2001 ha visto crollare il proprio mito di potenza inattaccabile, rivelando mancanze imperdonabili in tema di difesa del suolo nazionale.

Un Paese che nel giro di due anni (2001-2003) ha dichiarato guerra a due Stati come l’Afghanistan e l’Iraq, investendo centinaia di miliardi di dollari in una guerra al terrorismo non ancora conclusa e con un numero difficilmente calcolabile di morti tra la popolazione civile.

Gli Stati Uniti sono anche il Paese che nel 1999 ha abrogato il Glass-Steagall Act ponendo le basi per il crack finanziario generatosi dai mutui subprime, che a partire dal 2008 ha messo in ginocchio il sistema economico mondiale.

La nazione che oggi detiene un debito pubblico di 16.000 miliardi di dollari – massimo storico assoluto – finanziato al primo posto dalla Cina.

Nonostante la realtà dei fatti dimostri come gli Stati Uniti non siano più un incontestabile super potenza e il Sogno Americano non manchi di contraddizioni, concetti come forza, onore, patriottismo, giustizia e libertà vengono ancora collegati dal senso comune all’identità nazionale statunitense.

Tra i vari strumenti che una nazione possiede per dare un volto alla propria identità, l’arte cinematografica è uno dei più efficaci e utilizzati.

Se il cinema produce cultura e produrre cultura significa dare voce a un popolo, analizzare la produzione cinematografica di un determinato periodo significa far emergere il ritratto di un’epoca, con le sue inquietudini e le sue ideologie dominanti.

Per gli Stati uniti, il periodo tra il 2001 e il 2012 si è svolto all’insegna delle guerre al terrorismo, dei crack finanziari e del timore di un default nazionale. Come ha risposto il cinema in questo senso?

Secondo Michele Corsi, professore di montaggio e analisi del film all’Itsos Albe Steiner di Milano : «Quando si parla di produzione culturale di massa, i termini entro cui si dibatte la formazione delle merci (film tv, ecc) sono due: i produttori da un lato e gli spettatori dall’altro.

Anche gli spettatori influenzano la produzione cinematografica, dato che quest’ultima è comunque una industria che tende al profitto e, se la gente non va al cinema, non c’è profitto. Quindi analizzare la produzione cinematografica di un certo periodo ci dice molte cose sul pubblico di quel periodo. Il rapporto è dialettico ma asimmetrico. Il potere di condizionamento del pubblico, cioè, è inferiore a quello esercitato sul pubblico.

Nel caso del cinema il pubblico è soprattutto giovanile.

La generazione degli anni novanta (che cioè era giovane negli anni novanta) era contestataria, abbiamo avuto il movimento no-global, i centri sociali, le rivolte nei paesi dell’est, l’affermazione di forze politiche progressiste negli Usa e in Uk, gli zapatisti, ecc. Quindi: forza del cinema indipendente, successo del cyberpunk (Matrix), melodrammi progressisti (ricchi contro poveri: Titanic), ecc.

Gli anni duemila sono invece stati un decennio conservatore (Bush, le guerre, Berlusconi, la paura del terrorismo, ecc.).

I giovani degli anni duemila erano più dominati dalla paura che dalla speranza. In queste situazioni c’è una coincidenza tra la produzione “naturalmente” conservatrice delle majors e la passività sociale e politica del pubblico giovanile. Di qui il successo dei generi apocalittici e horror, per fare un esempio.

La massa del pubblico cinematografico, di nuovo, chiede film che non facciano pensare, pieni di effetti, azione e finali edificanti. Le case di produzione indipendenti che erano proliferate nei ’90 sono state gradualmente assorbite dalle major (le “Big Six”) hollywoodiane».

Per quanto riguarda i generi cinematografici, uno dei piu proficui rimane quello fantascientifico: un genere che, secondo Philippe Paraire, «ha la capacità di affrontare messaggi filosofico/politici […] ed esplorare delicati temi sociali – come il pacifismo, la guerra fredda, la paura del futuro e del diverso – in periodi storici attraversati da crisi morali, senza rinunciare, nel contempo, ad offrire intrattenimento per lo spettatore meno smaliziato».

Secondo Box Office Mojo il filone fantascientifico di maggior successo degli anni 2000 è stato quello legato al tema dei supereroi.

«Di film tratti dai fumetti sui supereroi ne sono stati realizzati sin dagli anni ’30 ma come genere cinematografico si è affermato davvero negli anni 2000» conferma Corsi.

«Il supereroe ha grandi poteri (o incredibili abilità) che utilizza per far trionfare il “bene” contro altri supereroi “cattivi”: la gente comune osserva le sue gesta senza disporre di alcun margine di intervento, tifando per lui oppure rifiutandosi colpevolmente di comprenderlo.

Il genere è ambientato nella contemporaneità (e non nel futuro, come la “Fantascienza”), e i poteri del supereroe sono spiegati con ragioni pseudoscientifiche (radiazioni, virus, mutazioni, ecc.) e non con la magia (come nel “Fantasy”).

Molti film di questo genere, inoltre, possono essere letti come sottili metafore della potenza statunitense, visto che si tratta di personaggi fortemente connotati in senso nazionale; non a caso le due ondate di popolarità cinematografica dei supereroi si sono verificate negli anni ’80 e nei 2000: due decenni di massima flessione dei muscoli militari statunitensi e di forte passività giovanile.

Negli anni ’80 si erano affermati gli eroi della Dc Comics: dopo il grande successo di Superman: The movie, interpretato da Christopher Reeve (1978, con tre sequel del corso degli anni ’80), il film Batman del 1989 (regia di T. Burton) ebbe tre sequel declinanti come successo nel corso dei ’90 (per essere rilanciato con enorme seguito nei film del 2005 e 2008 diretti da Christopher Nolan: Batman Begins e The Dark Knight). Gli anni 2000 sono stati il decennio dei supereroi Marvel. Cominciarono gli X-Men (2000, i sequel nel 2003 e nel 2006) per poi passare al grande hit del genere: Spider Man (2002, sequel nel 2004 e nel 2007).

Il primo X-Men e il primo Spider-Man risentivano ancora dello spirito critico degli anni ’90: i supereroi protagonisti di questi film venivano presentati come disadattati, in conflitto con la famiglia di origine, spesso in lotta contro i governi.

Con il cambiamento dell’atmosfera politica successiva al 2001 i loro sequel e poi i film basati su altri supereroi diluirono la componente antisistemica senza però diminuire il successo del genere: Daredevil (2002), League of Extraordinary Gentlemen (2003), Hellboy (2004, 2008), The Punisher (2004), Elektra (2005), Fantastic Four (2005, 2007), Hulk (2003, 2008), e altri».

E come dimenticare Capitan America.

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