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Il Sogno Americano per un architetto

di Lorenzo Sarti

Pubblicato il

Fin dal momento della sua scoperta, l’America è la terra per le persone che cercano nuove avventure in un posto lontano e diverso dal proprio luogo di origine.

Il continente europeo ha storia, cultura, meravigliose città, ma sotto certi aspetti  è ancora legato alla sua massiccia tradizione e non riesce ad avere la stessa dinamicità di un Paese che – in confronto – ha una vita relativamente breve.

Almeno una volta, dopo la laurea, qualsiasi giovane  ha pensato – più o meno seriamente – alla possibilità di trovare lavoro negli States. Città come New York, Los Angeles, Boston, Chicago hanno al loro interno un’energia e una continua evoluzione che stimola le giovani menti e soprattutto chi non si accontenta di una normale, tranquilla e a volte noiosa vita di provincia.

È il caso di due giovani architetti particolarmente legati alla professione che hanno scelto. Francesco e Virginia partecipano a concorsi nazionali di idee e oltre ad aver ottenuto una laurea con il massimo dei voti hanno anche intrapreso un master itinerante per tutta l’Italia in architettura e archeologia.

La loro passione per questa professione li ha portati a fare una scelta coraggiosa: lasciare il Paese di origine per cercare fortuna – ma soprattutto tanta esperienza – nella Grande Mela.

New York: la città che non dorme mai, meta e fonte di ispirazione per tantissimi giovani, lo è diventata anche per Francesco e Virginia.

1) Da quanto tempo siete in America?

F. Da un paio di mesi circa, periodo relativamenete breve ma sufficiente per capire le dinamiche e le differenze con il nostro ambiente d’origine.

V. Mi sono trasferita a New York da quattro mesi.

2) Perché avete deciso di attraversare l’oceano per lavorare? C’era qualcosa nel vecchio continente e principalmente in Italia che non vi piaceva?

F. In Italia si sa, la situazione è molto statica e al momento le prospettive di lavoro sono poche, ma sono ancor meno le prospettive di fare Architettura, quell’architettura con la A maiuscola che ci ha accompagnato nella nostra mente lungo il percorso accademico. Questo non vuol dire mettersi a costruire grattacieli in vetro e sentirsi soddisfatti: significa mettersi di fronte a un altro tipo di progettazione, che spesso consiste semplicemente nell’affrontare i progetti che si affronterebbero in Italia con una dinamicità totalmente differente.

V. Io principalmente ho deciso di venire qui per fare un’esperienza all’estero che non avevo mai provato prima. Sapevo che se non l’avessi fatta adesso, ovvero subito dopo essermi laureata, non sarei mai più partita. E, sicuramente, la sitauzione italiana di questo momento non ha fatto altro che incentivare la mia voglia di cambiare aria. La crisi che sta attraversando l’Italia penalizza tantissimo il campo architettonico. È ovvio che in una fase economica così delicata, ristrutturare un appartamento è il più delle volte una spesa che può aspettare. Per non parlare delle grandi opere, che sono talmente ferme che nemmeno l’Expo di Milano sembra riuscire a guadagnare la dovuta visibilità.

3) Per l’esperienza vissuta finora, cosa vi ha colpito degli States nel lavoro e anche al di fuori di questo?

F. La dinamicità e la voglia di fare di questo Paese è incredibile, e se lo associamo alla molteplicità di culture che coesistono nello stesso territorio ci potrebbe sembrare impossibile che tutto funzioni così bene (o quasi, ovviamente anche gli Usa hanno i loro problemi). Ciò che mi ha maggiormente colpito è la coesione e la voglia del prossimo di scoprire la cultura degli altri; questo di conseguenza si identifica nei progetti stessi e in quella voglia di fare gruppo e “mettere la propria esperienza al servizio della causa” che spesso noi dimentichiamo.

V. Sul lavoro mi ha colpito sicuramente la maggiore voglia di scommettere su nuove architetture. Il desiderio e la possibilità di sperimentare in questo campo sono infinite. Prendo come esempio la High Line, il parco lineare reinventato al posto di una vecchia linea ferroviaria, come qualcosa di estremamente interessante che da noi non sarebbe probabilmente mai stato preso in considerazione. Mi rendo conto che qui è molto più facile camminare per strada e vedere una scuola o un museo in costruzione. E ogni volta che questo avviene si cerca di farlo in maniera innovativa. Questo modo di vedere le cose si ripercuote anche nel rapporto con le altre persone. Ovviamente io parlo solo di New York perché è qui che vivo e non ho esperienza diretta di altre zone americane. Il fatto che questa città sia composta quasi unicamente da persone che non vi sono nate e cresciute, ma che hanno scelto di viverci, e da tantissima gente “di passaggio” la rende estremamente dinamica anche dal punto di vista delle relazioni interpersonali.

4) Riuscite a fare un paragone tra il modo di progettare “americano” e quello che avete conosciuto in Italia? Lo ritenete molto differente?

F. Il modo secondo me non è così differente, ciò che è differente è la scala di progettazione e la velocità nell’eseguirlo; ma soprattutto il fattore burocratico. Ovviamente consideriamo il contesto europeo, la cultura che abbiamo alle spalle e le bellezze artistiche e architettoniche che giustamente vincolano i nostri progetti; ma il problema burocratico che blocca l’Italia è la velocità nelle risposte, i permessi, le certificazioni. Certo piano piano ci stiamo velocizzando anche noi (vedi il cambio di normative da Dia a Scia, giusto per fare un esempio), ma non dimentichiamo che in questo Paese se un cittadino volesse aprire una società può tranquillamente farlo nel giro di 48 ore.

V. Il modo di progettare è diverso perché più immediato. Non ci sono apparentemente tutte le restizioni che abbiamo in Italia che da un lato tagliano le gambe ai progettisti ma che dall’altro salvagardano l’immenso patrimonio storico e artistico che qui manca. A parte questo, l’architettura è un’arte universale e le differenze sono principalmente una questione di “gusto”.

5) Avete riscontrato delle difficoltà nel rapportarvi a livello lavorativo con gli americani? È premiata la meritocrazia o tutto il mondo è paese?

F. Diciamo così: la meritocrazia è premiata e noi italiani ne siamo avvantaggiati, proveniendo da università impegnative, che danno una preparazione molto più completa, sia in ambito architettonico sia in ambito ingegneristico. Siamo forse più abituati a comportarci come “faccendieri tuttofare”; talvolta è un vincolo, in quanto possiamo sembrare meno specializzati di persone che svolgono un solo compito ma fatto molto bene, ma dall’altra faccia della medaglia è sicuramente un vantaggio, perché siamo più allenati a non tirarci indietro di fronte ad un ostacolo.

V. A dire la verità non ho riscontrato grosse difficoltà. Sicuramente il mondo del lavoro qui è più feroce e si deve dimostrare tanto, a maggior ragione essendo stranieri e dovendo giustificare la scelta di assumere un “non americano” con tutto ciò che questo comporta a livello burocratico. La meritocrazia è premiata e per questo bisogna “sgomitare” tanto perché c’è sempre qualcuno pronto a prendere il tuo posto. Ma credo che la nostra preparazione scolastica sia ancora molto valida e che ci prepari ad affrontare senza problemi il lavoro anche in questo mondo.

6) Avete qualche consiglio per chi volesse intraprendere la vostra stessa esperienza?

F. Il mio consiglio è semplice: se volete farlo, o se come me ne sentite la necessità per “aprire” la mente a un contesto non europeo cercando di impararne i trucchi e i segreti, fatelo! Il primo passo è prendere l’aereo e venire qui. So che sembra stia banalizzando il discorso e non considerando il problema economico che, ahimè, ormai attanaglia la maggior parte di noi; ma il primo vero passo è dire «Ok, il grosso salto di venire dall’altra parte del mondo l’ho fatto» e lì saprete e capirete che dovete mettervi in gioco con tutti voi stessi. Non sarà più l’America di un tempo, da valigia di cartone e nave che portava nella Grande Mela a fare fortuna; e non sarà più neanche l’America degli anni ’80 e ’90 o di Gordon Gekko con il suo «È tutta una questione di soldi, il resto è conversazione». Però rimane comunque un Paese che ti permette di dire sempre la tua opinione e che ti regala sempre una seconda possibilità.

V. Il consiglio è quello di partire, perché un periodo all’estero non può che arricchire un professionista e soprattutto una persona. Detto questo, le difficoltà da affrontare sono tante e quotidiane, perciò partite solo se siete veramente determinati ad affrontare questa esperienza.

www.francescobreganze.com

www.virginiavalentini.com

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2 commenti per “Il Sogno Americano per un architetto

  • mara sarti ha detto:

    speriamo che per Virginia e Francesco non rimanga un sogno Americano, ma diventi una realtà di vita.
    in bocca al lupo

  • Manuela ha detto:

    Io non ho ben capito… in così poco tempo vi siete barcamenati tra le intricate restrizioni burocratiche ed avete già trovato lavoro???

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