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L’incubo dietro al Sogno Americano

di Simone Benazzo

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Il Sogno Americano è dal dopoguerra in poi una delle colonne fondamentali della cultura occidentale: l’intima convinzione che esiste un posto dove chiunque, tramite l’abnegazione, la volitività e il duro lavoro possa finalmente essere felice. Questa idea è sopravvissuta a tutte le controculture che l’hanno attaccata o ridicolizzata, e solo recentemente è stata messa in crisi dal tramonto – finanziario prima che economico, economico prima che militare – della macchina dei sogni Usa.

«Se puoi sognarlo, puoi farlo», diceva Walt Disney. Questa potenza immaginifica dell’idea di “sogno americano” è assicurata dalla produttività semantica della parola “sogno”: è una parola polisemica, familiare quanto indefinita, che, scivolata dalle nostre notti ai nostri giorni, ci offre un contenitore che possiamo riempire di cosa vogliamo.

I sogni possono essere di vario tipo, e poiché tutti abbiamo almeno un sogno, è stimolante pensare che esista un posto fisico dove li potremmo realizzare. Inoltre, American dream viene spesso tradotto con “mito americano” e questa accezione ribadisce le peculiarità di indeterminatezza e di lontananza dalla realtà sensibile –  falsificabile – di questo concetto. In filosofia e antropologia, infatti, il mito si origina dall’autorità della tradizione e da principi accettati e condivisi da un gruppo sociale, generando il pensiero mitico, esente da analisi critiche.

Diversi personaggi della storia Usa, in diversi contesti, hanno fatto riferimento a questo sogno americano, più o meno riverniciato di nuovo, per esempio la Nuove Frontiera di Kennedy. Addirittura la Dichiarazione di Indipendenza Americana, fedele a questo sogno americano, apre con la controversa tutela del diritto alla felicità come fondamento dello stesso Stato americano.

Ma la sua indeterminatezza non ci deve far dimenticare che il sogno americano è fortemente ancorato a un’ideologia. Un’ideologia che, comunque la si valuti, non può essere negata per comprendere appieno la portata dell’idea di sogno americano. Su questa ideologia vorrei proporre due osservazioni, una politica ed una filosofica.

Prima la riflessione politica. L‘ideologia alla base del sogno americano è il capitalismo, nello specifico la possibilità di realizzarsi tramite il libero mercato. Se è vero che nel libero mercato esistono le condizioni per emergere pur partendo dal basso (le famose start-up nate in un garage), è altrettanto vero che gli elementi derivanti dalla nascita giocano ancora un discreto peso nel determinare da quale livello di partenza si inizi a giocare. In questo senso, ha gioco facile Mitt Romney ad accusare il 47% degli americani di vittimismo ed assistenzialismo, quando lui – che se vincesse sarebbe il presidente americano più ricco di sempre – è nato e cresciuto in una famiglia ricchissima e mormone.

Quando l’economista Laffer disegnava su un tovagliolo quella che sarebbe stata la politica economica del governo Reagan, la deregulation, forse non credeva davvero che abbassando le tasse ai più ricchi – e mutilando di fatto il welfare state – sarebbe ripartita l’economia americana. Probabilmente era consapevole che, rifuggendo politiche distributive, il reddito sarebbe aumentato per l’1% – già – più ricco della popolazione. Fu così che per liberare tutte le possibilità del sogno americano il welfare state venne dipinto come odioso privilegio, appannaggio di poche “Welfare queen“, e si diede il là al fenomeno di polarizzazione del reddito tra ricchi e poveri: poveri sempre più poveri, ricchi sempre più ricchi.

Il sogno americano, infatti, rimettendo alla responsabilità individuale il successo personale, vi attribuisce logicamente anche il fallimento: instaurandosi anche sul dogma della predestinazione della tradizione calvinista (il celeberrimo link tra capitalismo e religione, di weberiana memoria), il sogno americano sancisce che chi non ce la fa è perché non si impegna. «Son poveri di spirito i poveri in generale», ironizzano caustici gli Zen Circus, nella loro I qualunquisti. La società americana mostra una certa accettazione verso questa idea: chi non raccoglie i frutti del sogno americano è solo un contadino incapace, pigro e immeritevole. Obama ha pagato con la sconfitta alle elezioni di mid-term l’aver sfidato questa diffusa Weltanschaung, ovvero l’aver dato almeno agli under 18 il diritto alla sanità gratuita.

Dal punto di vista filosofico, è chiaro che dietro al sogno americano ci sia un’idea di felicità e di successo molto riduttiva, materialista e parziale. Questa critica verrà approfondita nel mio prossimo articolo, una recensione sul recente libro di Luciano Canova, professore di economia della felicità. Nel suo Una gabbia andò a cercare un uccello, Canova s’interroga sui limiti della visione neoclassica dell’economia, basato sul valore di utilità, alla base anche del sogno americano. Suggerendo che forse la felicità può essere qualcosa di meravigliosamente più complesso.

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