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Suonando California

di Claudio Carminati

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Beach Boys«Cielo grigio su, cielo grigio su…». In Italia la California l’abbiamo conosciuta così. Correva l’anno 1966, era l’epoca delle cover di successo, e i Dik Dik proposero la versione italiana di questo brano di fama internazionale firmato pochi mesi prima dai The Mamas & The Papas.

Uno dei primi capitoli di una storia – quella della “California in musica” – che qui cercheremo di ricostruire senza alcuna pretesa di esaustività. Perché questa fetta di West Coast statunitense, con le sue spiagge, le sue città e la sua gente, nel secondo dopoguerra è stata fonte di ispirazione per innumerevoli artisti. Per farsene un’idea basta gettare un’occhiata alla pagina di Wikipedia List of songs about California, e scorrerla fino in fondo. Interminabile.

Ripercorrere alcune delle tappe di questo cammino significa fare un viaggio nei cambiamenti che nel corso di circa mezzo secolo hanno interessato la società americana, e non solo. Perché dagli anni Sessanta in poi le novità culturali hanno cominciato a varcare l’Oceano con sempre maggiore velocità, attecchendo rapidamente anche nel Vecchio Continente.

La California all’epoca era vista come una sorta di El Dorado: un luogo di festa, in cui trascorrere anni spensierati, perennemente confortati dal sole, quel California Sun che dà il titolo a una hit del 1961 incisa da Joe Jones e punto di partenza ideale della nostra “passeggiata”. Portato al successo nel 1964 dai Rivieras, con il suo travolgente ritmo – in uno stile che mescola R&B e rock ‘n roll – il brano avrebbe “stregato” negli anni decine di musicisti, autori di cover divenute celebri, in primis quella firmata dai Ramones nel 1977.

Un contributo decisivo alla costruzione del “mito California” fu dato in quegli anni dai cantori per eccellenza dello stile di vita surfin’ Usa: i Beach Boys. Nei loro testi si racconta della California come di una terra in cui è vacanza 365 giorni l’anno, una terra fatta di surf, feste, mare, spiagge e tante belle ragazze. Alle California girls è dedicato un brano di grande popolarità, pubblicato nel 1965.

La California ascende a una dimensione leggendaria. Tutti ci vorrebbero andare, tutti sognano i suoi colori e la sua allegria. California dreamin’ è figlia di questa temperie culturale. Nello stesso 1965 i The Mamas & The Papas consacrano all’immortalità una delle canzoni simbolo di un’intera generazione: «All the leaves are brown / And the sky is grey / I’ve been for a walk / On a winter’s day / I’d be safe and warm / If I was in L.A.».

L’anelito di California dreamin’ assume una connotazione meno scanzonata e più intimista: il sole della California è reale ma anche metaforico. Allude a una disposizione d’animo, a un approccio alla vita liberato dal “grigio”. Al desiderio di festa, a una spensieratezza quasi adolescenziale subentra un più maturo senso di nostalgia nei confronti di una terra capace di trasmettere un calore che è insieme fisico ed emozionale. È il senso che traspare dalle note di California, brano del 1971 firmato dalla cantautrice folk Joni Mitchell, canadese d’origine ma trapiantata a Los Angeles. “California” diventa sinonimo di “casa”, un luogo in cui la dolcezza del clima si sovrappone e confonde con il tepore degli affetti.

La California approda a una dimensione puramente simbolica, in cui universale e personale si mescolano. È questa seconda dimensione a prevalere in una canzone dello stesso anno, un capolavoro che i Led Zeppelin vollero dedicare proprio a Joni Mitchell: Going to California. Con le malinconiche sonorità folk di questo brano, Robert Plant e Jimmy Page – accompagnati dal mandolino di John Paul Jones – vollero tradurre in musica la loro infatuazione per la cantautrice canadese: «Made up my mind to make a new start / Going to California with an aching in my heart / Someone told me there’s a girl out there / with love in her eyes and flowers in her hair».

Con il passare degli anni, la California assume però una connotazione simbolica diversa. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo viene a crearsi un movimento via via sempre più energico di critica alla società e ai costumi, a una corruzione morale vista come inscindibilmente legata al successo. L’industria discografica è elevata a emblema di uno stile di vita basato sugli eccessi: è il senso che emerge leggendo tra le righe dell’onirico testo di Hotel California, celeberrima canzone degli Eagles del 1976. «La nostra interpretazione della bella vita a Los Angeles», la definì il frontman Don Henley in un’intervista alla rivista Rolling Stone, scritta con l’obiettivo – come dichiarato dallo stesso Henley nel 2007 alla Cbs – di mettere in mostra «l’oscura vulnerabilità del Sogno Americano». Qualcosa che gli Eagles, in quegli anni alle prese con problemi di alcool e droga, conoscevano bene.

La California smette di essere l’El Dorado. Viene dipinta, al contrario, come una terra in cui i vizi superano le virtù, in cui la corruzione dilaga a ogni livello della società, a partire da quello politico, pesantemente attaccato, ad esempio, dai Dead Kennedys con la loro California Über Alles, del 1980. Ma al centro delle critiche continueranno ad esserci soprattutto costumi e stili vita, cui nel 1999 i Red Hot Chili Peppers dedicano non un brano, ma un intero album. Californication disvela l’illusione, mette a nudo la totale inconsistenza del sogno californiano, spara a zero contro le mistificazioni di Hollywood e i suoi falsi miti. La California assurge nuovamente a simbolo: non più di una meta, anche ideale, cui tutti sembrano tendere, ma, al contrario, del declino dell’intera società occidentale.

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