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Trote, carpe e pesci spada. Chi ha ucciso la meritocrazia?

di Luca Volpe

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Non sono pochi gli esponenti di partito che, per lanciare un segnale di discontinuità, si appellano oggi alla necessità di riscoprire il merito, le competenze, l’importanza di un curriculum vitae. Dal Pdl al Pd, è un coro unanime: per ricoprire incarichi politici, più o meno prestigiosi, è necessario essere qualificati. Tuttavia, a conti fatti, non è più sufficiente neppure una laurea. Il malcontento verso la classe politica si è ormai troppo acutizzato: servono esperienza, formazione, elasticità. Serve essere smart. Lucidi e con la risposta pronta. Ma è indispensabile anche essere empatici, perché l’elettorato deve potersi fidare. E poi bisogna saperle comunicare bene, queste doti. O si rischia di far apparire tutto troppo artificioso.

Per i giovani che oggi vorrebbero entrare in politica non è affatto semplice. Pur volenterosi e impegnati, si trovano schiacciati tra la consolidata gerontocrazia partitica e l’ostilità di un’opinione pubblica sempre più vessata (moralmente) e pressata (fiscalmente). Imprigionato nel vortice di una crisi economica che sembra non conoscere fine, l’italiano medio attribuisce le responsabilità alla classe politica nel suo complesso, accusandola – senza distinzione alcuna – di egoismo, incompetenza e disinteresse.

A nutrire tali generalizzazioni c’è anche un altro fenomeno, tutt’altro che trascurabile. Un costume che nella politica trova forse maggiore visibilità, ma che è presente – in alcuni casi anche in misura maggiore – in tutti i principali settori sociali. Si tratta di una strettissima interpretazione del familismo amorale banfieldiano, e cioè di quella tendenza a «massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare». La Montegrano di Banfield rimaneva arretrata – culturalmente ed economicamente – perché incapace di intrecciare profittevoli relazioni sociali. Allo stesso modo, il merito nella classe politica rimarrebbe schiacciato dal nepotismo e dal perverso sistema delle conoscenze. Che si tratti di parlamentari nazionali o di governatori locali, l’obiettivo spesso è uno solo: assegnare poltrone ai parenti più prossimi.

È innegabile che i giovani politici debbano spesso cedere il passo a concorrenti dal nome altisonante ma dalle competenze molto meno evidenti. Non sono rari, infatti, i casi in cui i figli di uomini di potere si trovino a ricoprire incarichi di prestigio. L’esempio più eclatante naturalmente è quello di Renzo Bossi, in arte Trota, catapultato su una poltrona del consiglio regionale lombardo dopo la terza bocciatura all’esame di maturità. Ma quello del rampollo leghista non è certo l’unico caso. A fargli compagnia, tra gli altri, c’è anche Cristiano Di Pietro, eletto nel consiglio regionale del Molise, e ci sarà probabilmente anche Toti Lombardo, figlio dell’ex governatore della Sicilia Raffaele. Studente universitario di ventitré anni, Lombardo junior si candiderà infatti alle prossime elezioni regionali puntando tutto sui giovani e gettando nel panico molti dei vecchi militanti del partito.

Viene da sé che, al fine di porre rimedio a questa tendenza, qualcuno abbia invocato il divieto, per i figli di, di accedere a determinate cariche politiche. O, come alternativa, il divieto di candidarsi tra i ranghi del partito di famiglia. Ma è davvero questa, la soluzione migliore da adottare? Non è che così facendo si trascura il fatto che anche tra i figli di esistano giovani meritevoli e che essi, complice anche il contesto in cui sono cresciuti, propendano verso carriere ed ideologie politiche specifiche? Emblematiche, in tal senso, sono le parole della giovane Anna Di Pietro (sorella minore di Cristiano), che nel settembre 2011 intervenne sulle difficoltà, per chi porta un cognome ingombrante, di vedere riconosciuto i propri sforzi. «In questo momento, con questa teoria – ha scritto la giovane – io non posso fare l’avvocato, il giudice, l’imprenditore, il politico… (e aggiungerei qualsiasi altro lavoro perché tanto si sa, i figli di politici son tutti piazzati). Sono disoccupata, laureata a 23 anni e cerco lavoro onestamente. Mi rattrista vedere che quello che sono (a questo punto mi vien da dire erano) i miei sogni non li potrò mai realizzare». Sarebbe ingiusto bollare le sue parole come uno sfogo immotivato. Come sarebbe scorretto, in senso più generale, affermare che studiando, faticando, e facendo esperienza, un figlio di riesca facilmente a liberarsi delle voci su presunti appoggi e/o raccomandazioni.

Il vero guaio, più che nel cognome, andrebbe individuato nell’assenza di competenze idonee a svolgere un determinato incarico. Certo rimane il sospetto che l’essere figlio di possa agevolare/accelerare il raggiungimento di un traguardo. Ed è innegabile che il familismo amorale rimanga un reale ostacolo al rinnovamento della classe politica. Ma sarebbe oltremodo scorretto impedire a prescindere a un giovane meritevole la possibilità di raggiungere i propri obiettivi. Non può essere con i divieti che si tenta di sconfiggere la malapolitica. E se il malcontento popolare si è accresciuto a causa di esempi non proprio virtuosi di eletti-figli-di, la soluzione, banalmente, è da rintracciare nella scelta oculata dei governanti attraverso uno scrupoloso esame del merito. Su come questo possa avvenire dipende, altrettanto banalmente, dalla maturità (o forse, dalla capacità di maturare) degli stessi malcontenti, e cioè dell’intero corpo elettorale. I figli di – è un principio basilare dei sistemi democratici – non sarebbero nessuno senza una legittimazione che arriva dal basso.

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Un commento per “Trote, carpe e pesci spada. Chi ha ucciso la meritocrazia?

  • andrea ha detto:

    la meritocrazia è stata uccisa dall’egoismo, dalla mancanza di etica e senso civico, da un sistema “italico” di pesi e contrappesi dove la stragrande maggioranza delle persone al potere è lì perchè deve qualcosa a qualcuno, in una rete di rapporti malsana che si autoalimenta in maniera referenziale tendendo ad impedire qualsiasi cambiamento.
    Il concetto di Familismo Amorale introdotto dallo studioso americano Banfield descrive ineccepibilmente un’altro degli atteggiamenti italici che uccidono la meritocrazia.
    E’ stupefacente come poi nel bel paese si assista ad una quasi-nulla protesta sociale di fronte a tanto sfacelo. Tutto questo grazie a grandi dosi di anestesia-pubblicitaria-televisiva-consumistica-populista con cui negli ultimi 20 anni si è stati bombardati. Aveva ragione il grande regista Monicelli quando invitava tutti i giovani ad una ribellione, ad una rivoluzione concreta! (cercare su youtube…)
    Ricordiamoci però che abbiamo pur sempre ancora un arma non da poco, il voto! usiamolo bene.

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