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L’America, terra di confine tra chi vince e chi perde

di Chiara Ioli

Pubblicato il

Il 17 maggio scorso il candidato Repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Mitt Romney, è stato colto di nascosto a esprimere una serie di commenti sul presunto elettorato di Barack Obama.

Nel video “rubato” in occasione di una raccolta fondi in Florida, Romney sostiene: «c’è un 47% di americani che non pagano tasse federali sul reddito», che si sentono delle vittime e che credono di avere diritto a cibo, casa e sanità» (Vittorio Zucconi, La Repubblica, 19 settembre 2012).

Secondo l’analista Josh Barro, Romney ha definito circa la metà degli americani degli hopeless losers”, “perdenti senza speranze”.

L’America, attraverso le parole del Repubblicano, pare ancora presentarsi come il luogo delle distinzioni nette, totalizzanti, dove c’è il bianco di chi riesce a far fruttare tutte le sue qualità, lavorando sodo e il nero di chi si lascia andare, chi invoca uno Stato assistenzialista e non prende in mano le redini della propria vita.

La letteratura e il cinema ci hanno mostrato tutta quell’ampia gamma di grigio non considerata in genere all’interno dei discorsi della politica; la terra di mezzo di una serie di pensatori, artisti, letterati che di queste divisioni manichee hanno sempre visto i limiti e vissuto le contraddizioni.

Travis Bickle, protagonista di Taxi Driver, celeberrimo film di Scorsese del 1976, esprime l’inquietudine del reduce della guerra in Vietnam, per il quale non ha più senso parlare di sforzi e di buona volontà per raggiungere i propri obiettivi, perché questi ultimi non esistono più, sono crollati insieme ad un’intera nazione.

Una delle scene dove è evidente l’incapacità di poter esprimere l’ansia che lo sta portando alla follia è quella in cui Travis tenta di aprirsi con il Mago, un taxista considerato da tutti i colleghi come “uno arrivato”, uno che sa come va il mondo.

Davanti ai dubbi che Travis espone in modo del tutto confuso, il Mago, anche se ammette di non capire di cosa il ragazzo stia parlando, pretende comunque di avere la soluzione e sciorina una serie di banalità sul prendere la vita alla leggera e sul divertirsi finché si è giovani.

Tutti consigli che non hanno nessuna aderenza con la realtà. Significativa, non a caso, la risposta che Travis dà al Mago, dopo il suo inconcludente discorso: «Mah, non lo so, però mi pare la cosa più scema che ho mai sentito».

Travis, nel corso del film, impugna un’arma, prima con il proposito di uccidere un candidato alle elezioni presidenziali, poi per uccidere un pappone: agli occhi del pubblico americano può apparire alternativamente come un assassino, un nemico della democrazia o un eroe.

Per Travis ha poca importanza la rilevanza sociale del suo atto, capisce solo che non ha più alcun senso tutto quell’intrico di promesse, pubblicità, luci e seduzioni aliene, ormai così lontane da lui.

«Non mi importava che si uccidesse , di venire ucciso, non mi importava. La ragione principale per la quale non volevo andare era perché non mi piace andare in una stanza grande o confinato con molti uomini. Mi fa perdere la mia individualità», così, nel 1980, Charles Bukowski spiega la sua mancata partecipazione alla guerra rispondendo alle domande di Fernanda Pivano per il libro-intervista Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle.

Come rivela il libro, la paura più grande per lo scrittore sembra essere quella di dover interagire per forza con gli altri, di dover diventare come loro: «Detesto i prati perché tutti li hanno, come tutti ascoltano un certo tipo di musica. (…) La gente ha i prati davanti alle case perché non hanno nient’altro da fare. Hanno i loro impieghi, così devono fare qualcosa che non li impegni troppo. Sicché un prato è un’abitudine americana. Non so in Europa, ma qui tutti hanno un prato. E quando si tende a fare le cose che fanno tutti gli altri si diventa tutti gli altri».

La poetessa americana Sylvia Plath, rimasta a lungo poco conosciuta, farà uscire il suo unico romanzo – il semi-autobiografico La campana di vetro – nel 1963, un mese prima del suo suicidio.

La protagonista, Esther Greenwood, è una studentessa che affronta un tirocinio presso un’importante rivista di moda.

Le prospettive per il suo futuro sono incoraggianti, ma per la ragazza ogni possibile decisione sembra non ancorarsi alla realtà e l’enorme varietà di scelta si trasforma nella sua negazione: «Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto. Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, (…). E vidi me stessa seduta sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finchè, uno dopo l’altro, si spiaccicarono a terra ai miei piedi».

Forse la migliore istantanea di questo popolo di “perdenti senza speranza”, che vedono le assurdità e i paradossi della società operosa e spesso ottusa che li circonda, la dà Bukowski, nella poesia Il genio della massa: «Attenti agli uomini comuni, alle donne comuni, attenti al loro amore, il loro è un amore comune, che mira alla mediocrità. Ma c’è il genio nel loro odio, c’è abbastanza genio nel loro odio per ucciderti, per uccidere chiunque».

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