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Integrazione razziale e basket americano: insieme per la vittoria

di Stefano Rasponi

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«Meno è intelligente il bianco, più gli sembra che sia stupido il negro».

L’aforisma di André Gide, premio Nobel per la letteratura nel 1947, si scontrava fortemente con le idee razziste dell’epoca. Le discriminazioni si fondavano sulla convinzione che le razze diverse da quella caucasica fossero inferiori e di conseguenza non potessero avere gli stessi diritti all’interno della società.

Questa mentalità emarginante è perdurata a lungo nella cultura mondiale, tant’è che fino a qualche decennio fa solo i bianchi potevano partecipare alle attività sportive agonistiche, mentre le minoranze venivano ghettizzate ed escluse da questo tipo di competizioni.

Un continente che suo malgrado è stato centro di separazione inter-razziale è sicuramente quello americano: a seguito della colonizzazione, infatti, gli europei hanno a lungo sottomesso gli autoctoni impedendo loro di partecipare alla vita sociale e politica.

Esempio concreto di segregazione è sicuramente quello offerto dalla pallacanestro, che negli Usa ha avuto come unici protagonisti fino alla metà del secolo scorso giocatori caucasici.

La Basketball Association of America nasce a New York il 6 giugno 1946 dai proprietari delle più grandi arene di sport degli Stati Uniti, come il Madison Square Garden di New York.

Prima della Baa erano già presenti negli Stati Uniti altri campionati professionistici, come la American Basketball League (Abl) e la National Basketball League (Nbl), ma la Baa è stata la prima a cercare di riunire tutte le squadre in un’unica lega.

Il 1º novembre del 1946 la franchigia dei Toronto Huskies ospita i New York Knicks in quella che è considerata la prima partita giocata nella storia della lega. In seguito, il 3 agosto 1949, la Baa si fonde con la Nbl dando vita alla National Basketball Association (Nba).

In quegli stessi anni stava avvenendo un cambiamento epocale nella lega, che seppur con tante difficoltà iniziava ad integrare al suo interno giocatori di diverse razze. Il primo cestista non cucasico è l’asioamericano Wataru Wat Misaka, scelto al draft Baa 1947 dai New York Knicks, con i quali disputa tre partite.

L’anno 1950 viene ricordato soprattutto per l’avvento della prima ondata di giocatori afroamericani, che dimostrano subito una straordinaria superiorità fisica ed atletica. Nel 1956 entra nella lega un giovane di colore di nome Bill Russell, che sarebbe diventato uno dei giocatori più forti di ogni epoca.

L’importanza di questo giocatore non è solamente relativa alla sua bravura sul parquet: il suo apporto in campo infatti, non solo lo ha reso in pochi anni la star dei Boston Celtics, ma ha dato speranza a tanti afroamericani che fino a quel momento avevano visto ogni desiderio di realizzazione personale infrangersi contro il muro della discriminazione.

Russell è stato solo il primo giocatore di colore ad essere considerato “uomo franchigia”: dopo di lui possiamo ricordarne tanti altri fra cui Ferdinand Lewis Alcindor jr, al secolo Kareem Abdul-Jabbar, Earvin Magic Johnson, Michael Air Jordan e l’ancora attivissimo Black Mamba, alias Kobe Bryant.

La battaglia per la parità inter-razziale dei diritti è tutt’ora in atto all’interno della società, e per progredire necessita dell’apertura mentale di tutti i suoi componenti.

La pallacanestro, da questo punto di vista, può essere una palestra importante per imparare a superare i pregiudizi, unendo atleti e tifosi nel tentativo di ottenere insieme la vittoria.

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5 commenti per “Integrazione razziale e basket americano: insieme per la vittoria

  • Vanessa Pepoli ha detto:

    Molto interessante questa analisi. Bello soprattutto l’esenpio della pallacanestro come prototipo di integrazione interraziale. In sostanza bisognerebbe guardare meno di che colore siamo e guardare di piú cosa sappiamo fare e come possiamo aiutarci gli uni con gli altri per raggiungere un obbiettivo comune. Ma la domanda finale è: abbiamo realmente un obbiettivo in comune? …purtroppo non credo. Scusa per i viaggi mentali 🙂 complimenti ancora per l’articolo.

    • Stefano Rasponi ha detto:

      Non ti preoccupare per i viaggi mentali, anzi siamo qui apposta per sollevare dibattiti! 😉 Comunque l’obiettivo comune nell’esempio è proprio la vittoria che spinge a superare le differenze intragruppo.
      Se consideriamo la società più allargata una forza coesiva potrebbe essere rappresentata dalla ricerca del benessere: qui la collaborazione diventa uno strumento di sostegno reciproco e mutuo aiuto. Questa convinzione può essere certo considerata un auspicio, un’utopia, ma non è così raro vedere persone profondamente diverse unirsi per raggiungere scopi condivisi.

  • Sock ha detto:

    I neri sono più forti fisicamente rispetto ai bianchi questo si sa perché hanno una musculatura diversa dala nostra :io ho un amico nero che ha 12 anni non ha mai fatto attività fisiche ma ha degli addominali e dei muscoli delle gambe davvero buoni (comè possibile!?)

  • Sock ha detto:

    Ho un po paura dei neri non per la pelle ma per i muscoli

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