Magazine

Pirateria contemporanea: la biopirateria

di Gabriele Catani

Pubblicato il

Come ha recentemente dimostrato il processo che ha visto coinvolte Samsung e Apple, si fa sempre più spinoso il problema della linea di demarcazione fra ciò che è proprietà intellettuale – dunque brevettato o brevettabile – e ciò che non lo è. Un problema che riguarda non solo noi occidentali, ma anche alcune popolazioni che non sanno nemmeno cosa sia un brevetto. Il progresso dell’economia e l’evoluzione tecnologica delle industrie, infatti, a volte fanno nascere esternalità negative di questo genere.

Nel suo libro La globalizzazione che funziona, Joseph Stiglitz analizza le cause del fallimento della globalizzazione così come applicata  fino al 2006 (anno di pubblicazione del libro) per cercare di proporre nuove soluzioni che migliorino le condizioni di vita di tutte, o quasi,  le persone viventi sulla Terra, anziché solamente di quelle già benestanti.

Un’aberrazione del nostro tempo, che ha sfruttato un apparato giuridico imponente e solido, è stata  ad esempio quella di brevettare, da parte delle maggiori case farmaceutiche, le proprietà di piante e vegetali notoriamente curative appartenenti alla conoscenza e alle tradizioni dei popoli presso cui queste sono collocate.

Tutto comincia con la sottoscrizione del Trips (The Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights), un trattato internazionale promosso dal Wto, per chiarire al meglio i confini della proprietà intellettuale. In realtà, si trattava dell’ennesimo trattato-truffa per i Paesi in via di sviluppo (un coerente fallimento/ladrocinio da parte dei Paesi sviluppati dopo il Washington Consensus, le crisi in Asia, Africa, Russia, l’Uruguay Round, la promessa del development round, le trattative a Cancun nel 2003).

Le industrie farmaceutiche e dello spettacolo statunitensi ed europee, in particolare, fecero pressioni tramite i rappresentanti dei loro Paesi per ottenere brevetti più lunghi. Di conseguenza, pochi anni dopo il trattato, le aziende produttrici di farmaci generici non avrebbero potuto produrre i loro farmaci senza chiedere l’autorizzazione alle aziende americane ed europee produttrici dell’originale (le aziende detentrici del brevetto detengono così monopolio commerciale), a meno che il governo del “Paese povero” non rilasci licenze obbligatorie.

Il Trips inoltre, e qui si viene al punto, fa in modo che le grandi multinazionali straniere possano appropriarsi, «senza pagare alcun compenso, delle conoscenze tradizionali e delle piante tipiche dei loro luoghi», legittimando così una sorta di pirateria contemporanea, la “biopirateria”. Purtroppo Stiglitz evidenzia come il Trips sia conosciuto da quasi tutti gli abitanti del Secondo e Terzo Mondo, dato che ne possono osservare le ricadute sulla loro economia, mentre nei Paesi del Primo Mondo nessuno sa cosa sia, o perlomeno nessuno sa che cosa provoca, tranne astuti avvocati delle grandi aziende e specialisti di mercato internazionale.

Negli anni ’90, complice la ricerca medica moderna, i principi attivi delle piante curative sono stati analizzati in laboratorio e poi commercializzati con il nome del prodotto prontamente cambiato. A questo punto i Paesi in via di sviluppo, vedendo gli enormi profitti accumulati dalle case farmaceutiche, «ritengono di avere diritti ad una remunerazione, per esempio sotto forma di aiuti per il mantenimento delle foreste».

Un dato allarmante, prosegue Stiglitz, è che quasi metà dei 4000 “fitobrevetti” rilasciati negli Usa riguardano conoscenze che fanno parte della tradizione dei Paesi in via di sviluppo. Oltre ai farmaci sono coinvolti nella biopirateria prodotti alimentari come il riso basmati (caso RiceTec), coltivato sotto altro nome negli Stati Uniti, anche se sicuramente il caso più eclatante di biopirateria è il tentato brevetto per uso terapeutico della curcuma, una spezia asiatica dalle proprietà curative, che tutte le casalinghe in India e nel sud est asiatico conoscono bene.

La difesa delle aziende occidentali è portata avanti con formule che non danno modo a culture diverse di tutelarsi: anche se qualcuno nei Paesi in via di sviluppo avesse reso pubbliche le proprie conoscenze nella sua lingua, i brevetti nei Paesi occidentali sarebbero stati concessi ugualmente.

Il problema, infatti, è che non tutti i sistemi giuridici del mondo prevedono la regolamentazione tipicamente occidentale caratterizzata dalla trascrizione delle conoscenze e dall’ossessione del brevetto. Basti pensare che l’India, per difendersi dai “pirati” americani ed europei, ha cominciato da vari anni un censimento di tutte le conoscenze tradizionali del popolo indiano, rastrellando libri antichi e scrivendo tutto ciò che prima era semplice trasmissione orale.

Il boom dello sfruttamento dei brevetti cominciava alla fine degli anni ‘80, prima applicato agli alimenti geneticamente modificati, poi alle piante e ai loro derivati sfruttati in campo sanitario: ora, dopo vent’anni, beni prima considerati condivisibili da tutta l’umanità sono stati man mano “privatizzati”. Stiglitz ha suggerito delle soluzioni: per prima cosa «si dovrebbe stipulare un trattato internazionale che vieti la biopirateria, inoltre tutti i Paesi del mondo – inclusi gli Stati Uniti – dovrebbero sottoscrivere la convenzione sulla biopirateria».

Negli ultimi tempi alcune Ong hanno fatto pressioni sulla Commissione Europea per cercare limitare il fenomeno e di munirlo di un idoneo apparato giuridico: a vincere questa volta potrebbe non essere il profitto derivante dal monopolio ma il rispetto delle varie culture. Per i Paesi in via di sviluppo, però, resta il problema dei mancati ricavi provenienti dai prodotti della terra già brevettati da altri, che non possono essere prodotti senza autorizzazione.

Per saperne di più:

Diffondi lo spirito Millennial:

2 commenti per “Pirateria contemporanea: la biopirateria

  • Cristina ha detto:

    Buonasera Gabriele,
    sto scrivendo la mia tesi di laurea sulla globalizzazione, da un punto di vista un po’ critico (per usare un eufemismo), e parlerò anche di biopirateria.
    Conosco bene il testo di Stiglitz che citi (la g. che funziona) ma vorrei sapere se hai altre fonti diverse sulla biopirateria e su questo genere di argomenti.
    Se non ti è di troppo disturbo ti chiedo se puoi gentilmente contattarmi. Grazie mille.
    cristina

  • Francesco Minotti ha detto:

    Bell’articolo Gabri!

    Così hai smentito il mio giudizio un po’ troppo tranchant (tu sai a cosa mi riferisco…).

    Sono contento che ti sia interessato a queste problematiche di economia internazionale: ci sono tantissimi temi che nonostante la loro scandalosità passano del tutto inosservati, e quello della biopirateria è senza dubbio uno di questi.

    A presto, ciao!

Lascia un commento

Lasciaci un commento

*

error: