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Tecnologia e arte: la costruzione della visione

di Chiara Ioli

Pubblicato il

I satelliti di Giove non sono stati semplicemente scoperti nel 1610. Quando Galileo Galilei riuscì a identificarli per mezzo del suo cannocchiale, in realtà, essi hanno iniziato propriamente ad esistere.

Fino alla metà del 1700 si pensava che Urano fosse una stella. A intuire che l’orbita di questo corpo celeste aveva qualcosa di insolito fu l’astronomo William Herschel, che osservando l’astro con un telescopio lo classificò inizialmente come una cometa. Solo nel 1781, dopo numerose altre osservazioni, si riuscì a capire che ci si trovava di fronte a un pianeta.

Indubbiamente la presenza di un telescopio tecnologicamente più avanzato rispetto a quelli usati in precedenza è stato un fattore determinante nell’identificazione di Urano. Ma un punto fondamentale da tenere presente è che il corpo celeste non fu riconosciuto da subito come un pianeta anche perché, semplicemente, non si pensava che potesse esserlo.

Queste idee, che costituiscono la base del pensiero dei filosofi della scienza Nelson Goodman e Thomas Kuhn, introducono la tesi per cui il mondo che conosciamo è frutto di continui cambiamenti di prospettiva dovuti all’alternarsi di diverse teorie scientifiche e al prevalere, di volta in volta, di sempre nuove tecnologie.

Spesso uno stesso elemento viene definito in maniera differente da diverse correnti di pensiero scientifico. Si è di fronte allo stesso oggetto di studio, ma a seconda delle ipotesi e teorie considerate esso assume diversi tipi di esistenza. Intanto i mezzi tecnologici aiutano ad affinare le analisi sul fenomeno, finché una teoria scientifica non prevale sull’altra essendo più adeguata a spiegarlo.

A questo proposito, nella sua opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Kuhn sostiene che «Lavoisier vide l’ossigeno là dove Priestley aveva visto l’aria deflogistizzata e dove altri osservatori non avevano visto assolutamente nulla».

In questo modo il fenomeno stesso cambia sostanza, diventa un’altra cosa pur restando sé stesso: nel caso di Urano, ad esempio, il cielo perde una stella per conquistare un pianeta.

Una determinata teoria scientifica sceglie di analizzare un certo aspetto del mondo, indirizzando le sue ricerche su di esso e ponendo in risalto quei risultati che avvalorano le sue ipotesi. In questo modo molti altri aspetti della realtà non vengono presi in considerazione, e di fatto non intervengono a costituire l’ambiente che abitiamo.

In questo senso si può a ragione sostenere che la scienza e la tecnologia non solo svelano com’è fatto il mondo, ma contribuiscono a produrlo per come lo conosciamo.

Le conseguenze del progresso tecnologico hanno ovvie ripercussioni anche al di fuori dell’ambito scientifico: alla fine del 1800, grazie alle sue ricerche in campo fotografico, Eadweard Muybridge riuscì a immortalare un cavallo in corsa in una serie di scatti, rendendo evidente per la prima volta l’esatto movimento delle zampe dell’animale.

La cosa interessante, però, è che in campo artistico la scoperta di Muybridge non offrì un risultato insindacabile, nonostante la fotografia abbia avuto enormi ripercussioni e modificato il lavoro di tanti pittori.

Questo perché l’artista non è interessato solamente all’aspetto esteriore del movimento, ma cerca di carpire la sua cifra segreta, il suo senso profondo. Su queste basi molti protagonisti delle Avanguardie artistiche del primo Novecento decisero di ritornare consapevolmente a una rappresentazione del moto propria di rappresentazioni arcaiche e “primitive”, allontanandosi dalle immagini scientificamente corrette che la tecnologia aveva permesso di ottenere.

Le scienze e le tecnologie producono sistemi di interpretazione che tentano di descrivere la realtà in maniera sempre più efficace e utile. Ciò che comunemente si crede è che soltanto esse possiedano questa capacità di descrizione del mondo.

Anche l’arte, invece, procede in maniera simile, impegnando l’occhio dell’osservatore in un continuo mutamento di prospettiva nei confronti del reale: nessuno avrebbe detto che quelle disegnate da Matisse fossero donne prima che il pittore ci insegnasse a vederle così.

In questo senso le opere d’arte ci rendono consapevoli del fatto che è riduttivo credere di poter dare a un fenomeno un’unica interpretazione e una descrizione in grado di esaurirne tutti gli aspetti.

Anche la tela o il modo di usare i colori producono una sorta di svelamento della realtà: Gustave Courbet dipinse i suoi lavoratori, sporchi e laceri, su tele di grandi dimensioni usate fino a quel momento solo per quadri a soggetto nobile. La classe lavoratrice venne così ad esistere in maniera improvvisa e disarmante per gli occhi del pubblico ricco e colto.

Il mondo che abitiamo si espande a forza di scoperte scientifiche e artistiche che ne estendono i confini, e ogni nuova tecnologia tenta di porsi come una sempre migliore descrizione della realtà. Allo stesso modo, Cézanne tentò per tutta la vita di fissare l’esistenza che si formava di continuo sotto i suoi occhi, dipingendo instancabilmente la montagna Sainte Victoire: un elemento molto stabile, ma al tempo stesso sempre sfuggente.

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