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Heidegger e la tecnica come svelamento

di Aldo L'Erario

Pubblicato il

Si può dire che la tecnica sia uno strumento? Il mondo della tecnologia è solo un insieme di mezzi? E che sia o meno così, che effetti ha su di noi che ce ne serviamo?

Martin Heidegger, di professione filosofo, ha avuto qualcosa da dire al riguardo. Pensatore tedesco, impose la propria visione in uno scenario che gli era quanto mai avverso: mentre torme di logici vantavano di essere gli unici a saper imbastire uno studio filosofico rigoroso e truppe di neo-kantiani consideravano la metafisica un capitolo chiuso, egli si premurò di ridare vita a un tipo di riflessione che si volgesse all’essere in quanto tale e che si interrogasse proprio sul senso della metafisica stessa.

In un periodo come la prima metà del secolo scorso, che vedeva crescere più che mai la forza della tecnica ma che ne scopriva sempre meglio anche i pericoli, il pensiero di Heidegger non poteva non soffermarsi a chiedersi cosa voglia dire per l’uomo esercitare il proprio potere sulla natura.

Va detto anzitutto che per Heidegger noi, gli uomini, siamo il luogo del manifestarsi della verità: siamo cioè gli unici esseri dell’Universo che sono in grado di percepire l’avvenire degli altri esseri. L’uomo sa di esistere, sa che ciò che vede attorno a sé esiste e in questo modo ne percepisce il verificarsi, come se tutto ciò che lo circonda gli si manifestasse. L’uomo si atteggia rispetto agli oggetti che vede, fa riferimento ad essi e irrompe così nella natura, con i modi della scienza.

Ma, allo stesso tempo, l’uomo per Heidegger è in grado di percepire il sottofondo che sta dietro ogni cosa: l’essere stesso che sta alla base dei singoli esseri, l’essere in quanto tale che si erge sullo sfondo, indecifrabile e innominabile. Non un’astrazione immaginata, ma la radice stessa della metafisica che viene scorta e mai raggiunta.
In questo scenario, per l’uomo fare tecnica non significa solo svolgere un’attività o servirsi di uno strumento. Come un fiore che sbocciando manifesta la sua vera natura, agendo mediante i mezzi artificiali della tecnica l’uomo porta alla luce la “verità” dell’essere negli oggetti che produce, nello scopo che gli dà, e così via. Dire che la tecnica è strumento è riduttivo, dà l’impressione di una signoria dell’uomo su una serie di mezzi che, in realtà, possono sempre sfuggirgli di mano. Tecnica, in realtà, è “svelamento”.

Ora, particolare è il caso dell’epoca moderna: in essa non ci si dedica tanto a produrre oggetti, ma a provocare la natura per sprigionarne le forze e trarne profitto. Noi moderni, con la tecnica, eseguiamo un particolarissimo tipo di manifestazione della natura: le richiediamo la sua energia. Non si tratta più di creare oggetti, ma di stabilire (svelare) quello che Heidegger chiama un “fondo” da impiegare: non si vogliono costruire centrali idroelettriche in quanto tali, ma un sistema di sfruttamento dell’energia elettrica; non aerei semplicemente in quanto oggetti dotati di ali, ma in quanto parti di un sistema di trasporti. Uno scenario in cui è facile perdersi.

In concreto, da un lato c’è la tecnica in senso tradizionale: il vasaio che concepisce il vaso di terracotta, prende l’argilla e lo esegue. Nell’artigiano si riassume l’organizzazione di una materia, l’argilla, di una forma, quella del vaso, e un di fine, contenere l’acqua. In questo caso, l’uomo dà vita a un oggetto che non avrebbe potuto esistere altrimenti, e porta a compimento una parte di realtà come lo sbocciare di un fiore ne porta a compimento un’altra. Dall’altro lato c’è la tecnica moderna: la scoperta dell’energia atomica porta a codificare un sistema di centrali che “chiedono” all’uranio di sprigionare quantità incredibili di energia, determinando un “fondo” di potenza da sfruttare nei modi più disparati. Viene svelato il potere dell’energia atomica, ma non in quanto oggetto: in quanto riserva.

Qui sta il pericolo. Perché laddove l’uomo sceglie di esplicare la propria libertà di manifestare la verità della natura, lo spazio che lo circonda si riempirà del regno dei suoi artefatti, mentre egli inizierà a perdere di vista ciò che l’ha portato dove egli si trova: il suo compito di svelare il mondo. Lo stesso svelamento, nel momento in cui si esplicherà in un “fondo” di tecnologia, una riserva di potere, verrà compromesso. E proprio in quel momento l’uomo si fregerà del titolo di signore della Terra nel modo più tronfio e sicuro di sé che egli conosca.

Guardando all’ultimo secolo di tecnologia, dove si sono sviluppate le più grandi opportunità sono nate anche le più clamorose dimenticanze di sé: nucleare, petrolio, comunicazione, industria, i grandi beni del nostro tempo da cui sono derivati grandi mali. Nel momento in cui noi uomini ci appiattiamo sulla nostra riserva di potere, guardandoci attorno non vediamo che noi stessi. E come dice lo stesso Heidegger «un uomo che sia solo un uomo unicamente da sé stesso è qualcosa che non esiste».

Nel punto più basso rinasce però la possibilità di riscatto: perché la tecnica stessa, perdurando nella propria natura e dispiegando il suo essere, torna ad imporre all’uomo lo svelamento della realtà, conducendolo per sentieri che egli non avrebbe trovato altrimenti.

Torniamo all’inizio: l’uomo intuisce la pienezza della realtà per sua stessa natura, ed è condotto nella propria esistenza attraverso la manifestazione di ciò che lo circonda. Egli ha la grande capacità di dispiegare un enorme potenziale di artificialità attraverso cui produce un vero e proprio mondo che penetra nelle viscere della natura. Ebbene, da questa stessa irruzione, che tanto spesso lo può portare ad alienarsi dalla sua ricerca di verità, rinasce la propulsione ad agire come luogotenente della verità stessa e a continuare nello svelamento della natura.

Come dire, ad esempio: i fisici hanno scoperto che esiste un mondo di particelle subatomiche, e questo ha permesso loro di creare meraviglie e orrori. Ora possono restare nel campo della fisica applicata occupandosi solo di mettere a punto macchinari, senza curarsi di cosa significhino i modelli matematici che hanno elaborato o porsi l’interrogativo di cosa ci sia dietro agli enigmi della fisica quantistica.

Questo vale anche per le persone comuni. Guardiamoci attorno: viviamo in una realtà di pura tecnologia, circondati da strumenti di comunicazione, ricchi di energia elettrica, termica e nucleare, dotati di innumerevoli mezzi di trasporto. A questo punto possiamo scegliere: appiattirci su un universo in cui non troviamo che l’immagine frammentata della nostra inventiva o cogliere il richiamo che ci viene lanciato e andare ancora più in profondità. Cosa significa poter comunicare come comunichiamo? Essere così vicini gli uni agli altri? Dove ci porterà potere quel che possiamo? E avere quel che abbiamo? E soprattutto, qual è il prossimo passo che ci viene richiesto per non tradire la verità che abbiamo sfruttato nel creare e nel costruire? Come portarla a ulteriore compimento?

 

Per una visione generale della concezione di Heidegger della tecnica, mi sono ampiamente rifatto a questo testo:

Heiddeger e la questione della tecnica, di Daniele Lo Giudice e Silvana Poggi

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3 commenti per “Heidegger e la tecnica come svelamento

  • Leonardo Nini ha detto:

    Grande Aldo!
    Colgo l’occasione del commento a questo interessantissimo articolo per pubblicare una riflessione che mi ronza in testa da tempo:

    “I wish we could have a Stone that we colud see all our friends in, and that we could speak to them from far away”
    questa frase, pronunciata dall’hobbit Pipino in una delle ultime pagine del Signore degli Anelli, mi ha profondamente colpito, a causa del contrasto fra il mondo antico ed epico immaginato da Tolkien e la realtà nella quale viviamo; ad oggi, di fatti, come efficacemente spiegato nell’articolo, possediamo mezzi “ricchi di energia” per comunicare con i nostri cari ed essere loro vicini anche da lontano.
    L’avanzare della tecnologia rende però quantomeno necessario interrogarsi sul rischio di “appiattimento” di cui sopra: in questo specifico esempio, il rischio di “raffreddare” le relazioni attraverso una comunicazione a distanza e stereotipata, utilizzando talvolta identità virtuali non veritiere.

    Questo non significa naturalmente che gli strumenti che possediamo oggigiorno siano da biasimare, tutt’altro: abbiamo possibilità meravigliose, sta a noi sfruttarle al meglio!

  • Emanuele ha detto:

    Bravo vecchio, ne discuteremo insieme… Anche se è roba un po’ divulgativa 🙂

  • Elisa Zammarchi ha detto:

    E’ sempre un piacere leggerti!

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