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The Fall dei Gorillaz: un concept di tecnologia tascabile

di Ilaria Virgili

Pubblicato il

The Fall è il quarto album in studio dei Gorillaz, e ha un primato tecnologico: è il primo disco di una band mainstream a essere stato realizzato e registrato quasi completamente con un iPad, senza l’uso di strumenti musicali tradizionali.
Rilasciato il 25 dicembre 2010 in formato digitale e gratuito per gli iscritti al sito ufficiale, viene pubblicato in formato fisico il 18 aprile 2011, e vanta un periodo di gestazione brevissimo.
Il suo concepimento, infatti, risale solamente a pochi mese prima.

È l’autunno del 2010.
I Gorillaz – band virtuale nata sul finire degli anni ’90 dalla mente ingegnosa di Damon Albarn (Blur, The Good, The Bad and the Queen) e dalla mano creativa di Jamie Hewlett – stanno portando in tour in America il loro terzo disco: Plastic Beach, pubblicato nel marzo dello stesso anno.

Il grande tour in Canada e negli Stati Uniti è molto intenso e foriero di stimoli, nuovi spunti, immagini. Damon Albarn non vuole lasciarsi sfuggire una sola particella dell’aria che respira in Nord America e decide di fissare tutto in un diario di viaggio, giorno per giorno. Non con carta e penna, né con schermo e tastiera. Ma con spartiti mentali e iPad.

Così, in poco più di un mese, vede la luce The Fall. Un album di 15 tracce, ciascuna registrata in una diversa città e rappresentativa della città stessa; ciascuna creata in momenti di pausa, tra camere d’albergo e bus.
Il disco viene annunciato il 20 dicembre 2010 e pubblicato come regalo ai fan il giorno di Natale, pochi giorni dopo la conclusione del tour mondiale. Questo per impedire ai maligni, come ha ammesso lo stesso Damon Albarn, di pensare che il musicista avrebbe potuto modificare il lavoro già fatto col tablet una volta tornato a casa.

In realtà, come per ogni disco, una fase di produzione posteriore alla registrazione c’è stata. Le tracce registrate con l’iPad sono state mixate da Stephen Sedgwick nello Studio 13 di Londra, poi masterizzate da Geoff Pesche negli studi di Abbey Road, sempre a Londra.

Ma la sostanza aveva già trovato forma, e per poterla realizzare Damon Albarn ha usato il suo iPad personale, servendosi di ben 20 applicazioni musicali, ossia programmi per tablet che generano suoni, simulando strumenti musicali reali. Parte di questi sono sintetizzatori che producono svariati tipi e sfumature di suono: l’interfaccia si presenta come una tradizionale tastiera, azionabile toccando lo schermo del tablet. Altri sono versioni virtuali di modelli realmente esistenti di synth e tastiere, di casa Mellotron, Korg e Moog – alcuni riprodotti in maniera piuttosto fedele – utilizzabili grazie al touch screen. Non mancano applicazioni specifiche che fungono da campionatori, distorsori, amplificatori e drum machine, sintetizzatore vocale, linea di basso, chitarra elettrica e carillon;  si è fatto uso persino di un programma che trasforma linee disegnate sullo schermo in suoni. Il tutto immortalato da un’applicazione usata come registratore multitraccia.

Al frutto della concordanza armonica di queste 20 applicazioni, si sono sommati alcuni strumenti tradizionali aggiuntivi: la chitarra di Mick Jones (Clash) in HillBilly Man, le tastiere di Jesse Hackett in Little Pink Plastic Bag, il basso di Paul Simonon (Clash) e il qanun di James R Grippo in Aspen Forest, voce e chitarra del portentoso Bobby Womack per Bobby in Pohenix.

Il prodotto finale così scaturito non è semplicemente un disco electro-pop. È il primo disco professionale realizzato con uno strumento di tecnologia facilmente fruibile, quotidiana. Un evento unico nella storia recente della musica leggera, che dialoga sempre più spesso con la tecnologia, ma che ama tanto guardarsi indietro.
Non a caso la critica ha accolto l’album soffermandosi più sulla carica sperimentale e innovativa del progetto di Damon Albarn che sul contenuto.

Contenuto che si è dimostrato in linea con le modeste aspettative della vigilia, nutrite dalla pubblicazione del disco come regalo a soli 9 mesi di distanza dall’album precedente – atteso invece da 5 anni – e dalla sua rapida registrazione, avvenuta in soli 32 giorni, con un iPad.

Nonostante spicchi qualche buon brano, il frutto di questo passatempo creativo on the road risulta frammentario in termini di idee, con una forte prevalenza delle parti strumentali sul cantato. La varietà di suggestioni viene attenuata dall’elemento unificatore che è la sinteticità del suono.

Per quanto diverso dai dischi che l’hanno preceduto, The Fall si inserisce perfettamente nel progetto Gorillaz, che per Damon Albarn ha sempre rappresentato la fuga dalle formalità, la zona franca libera da regole ferree.
Anche se l’ultimo album dei Gorillaz in ordine di tempo (e forse per sempre) non dovesse essere ricordato per le hit che contiene, costituirà sempre un discreto prodotto culturale di tecnologia tascabile. E un precedente nella storia della musica.

Ora, se volete ascoltare qualcosa di tecnologico, cliccate play.

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