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Il viaggio dell’anima: l’idea orientale del “viaggiare”

di Enrico Mambelli

Pubblicato il

In Savitri, una delle sue opere più famose, il filosofo indiano Sri Aurobindo ha descritto la sua visione del cosmo e della vita attraverso la poesia:

«All’esordio di questo mondo enigmatico

che pare a un tempo un’enorme macchina bruta

e un lento smascheramento dello spirito nelle cose,

in questa stanza rotante senza muri

in cui Dio siede ovunque impassibile

come ignoto a se stesso e a noi invisibile

in un miracolo di segretezza incosciente,-

anche se tutto qui è sua azione e sua volontà,-

in questo vortice di dispiegamento attraverso la vacuità infinita,

lo Spirito divenne Materia e giacque nel turbine, corpo dormiente privo di sensi o anima».

Aurobindo, Savitri, libro II, canto V, versi 115-125

Savitri è un’opera preziosissima dal punto di vista della profondità del pensiero, della bellezza dei versi e delle immagini, dell’ampiezza e apertura mentale che trasmette.

L’autore parla di visione in senso molto letterale. Cioè di una visione diretta e interiore della verità, intuitiva. Una visione che può essere raccontata e spiegata, ma ogni spiegazione o racconto saranno sempre riduttivi, come il ritratto di un paesaggio non è mai all’altezza del paesaggio stesso.

Aurobindo sembra sostenere l’unità di tutte le cose in un senso molto più letterale di quanto s’intenda di solito. Per il pensatore indiano la materia stessa non è altro che spirito condensato.

La materia e lo spirito esistono come gradazioni di una stessa sostanza che pervade, in forme sottili e per lo più a noi impercettibili, tutto l’Universo. La materia non è che la forma più grossolana di questa sostanza.

Si può dire, dunque, che Dio – se così vogliamo chiamarlo – si identifica con il mondo. Il mondo, la materia e l’esistenza come la conosciamo, non sono altro che lo spirito addormentato in cerca di sé stesso. E noi essere umani siamo la forma più elevata, più avanzata, attraverso cui lo spirito dormiente cerca di ricongiungere l’autocoscienza. Per metà siamo animali, ma con in più una mente intellettuale che ci eleva al di sopra delle nostre pulsioni istintive. Questo però crea un disequilibrio: l’animale infatti vive una propria armonia, mentre l’essere umano è continuamente in lotta, in cerca, e non vive certo in armonia con sé stesso.

Questo perchè siamo esseri di mezzo: una corda tesa tra ciò che siamo stati e ciò che saremo. In realtà siamo piccoli attori di un gioco immenso, molto difficile da comprendere per noi. Anche perché non abbiamo i mezzi per farlo. L’intelletto, pur essendo una grande risorsa, e il punto più alto raggiunto dall’evoluzione sulla Terra, è pur sempre uno strumento imperfetto. Secondo Aurobindo esistono forme di conoscenza di gran lunga superiori, che l’uomo possiede, ma che ancora sono dormienti dentro di lui.

I versi citati in apertura, dunque, possono essere intesi come una descrizione della discesa dello spirito dalla coscienza al sonno – il sonno della materia. Paradossalmente, però, allo stesso tempo esiste una volontà che dirige il gioco, imperscrutabile, troppo vasta per essere riconosciuta e troppo al di là della nostra comprensione per essere capita. Ma esiste, e guida il risveglio del bambino cosmico attraverso il duro percorso dell’evoluzione.

L’essere umano è in viaggio:

«La sua prua lo spinge verso spiagge inesplorate,

egli scopre per caso continenti inimmaginabili:

cercatore delle Isole Felici, lascia le ultime terre, traversa i mari estremi,

volge la sua cerca simbolica a quel ch’è eterno;

la vita trasforma per lui le sue scene costruite dal tempo,

le sue immagini che nascondono l’Infinito»

Aurobindo, Savitri, libro I, canto IV, versi 881-889

Molti filosofi occidentali si sono spinti nel profondo Est per cercare risposte, affascinati dalle particolari idee, dalle molteplici e variopinte visioni della vita dei saggi anacoreti ed asceti. Tra questi possiamo ricordare il filosofo Arthur Schopenhauer, la cui esperienza risulta interessante, viva e appassionata, ma comunque nel complesso limitata, in quanto essa – nella continua ricerca di conferme – “filtra” la cultura indiana attraverso categorie troppo poco indiane e eccessivamente occidentali.

Il fatto che il filosofo vedesse nella filosofia indiana non solo un pensiero straordinariamente affine al proprio, ma una vera e propria conferma delle proprie teorie, lo portò ad un’interpretazione dell’Oriente per molti versi di parte e da più punti di vista scarsamente oggettiva: egli accentuò fino all’esagerazione gli aspetti di affinità, tralasciando senza quasi nemmeno menzionarli i punti che invece lo allontanavano dal pensiero indiano.

Ciò nonostante, il «viaggio» di Schopenhauer in quello che per lui fu l’Oriente non è affatto privo di fascino. Al contrario esso ha il merito, nonostante i suoi limiti, di avere notevolmente contribuito all’apertura verso mondi diversi del Vecchio Continente, spesso prigioniero di pregiudizi eurocentrici ed etnocentrici, gettando così le basi per un dialogo tra le diverse culture.

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