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Viaggio in Africa: alla scoperta di chi?

di Edoardo Gazzoni

Pubblicato il

Se su Google scriviamo: “giovani, volontariato, Africa”, comparirà una lunghissima trafila di proposte, progetti, associazioni. Se c’è offerta, evidentemente c’è domanda. Ma questa domanda, qual è?

Oggi, finito il decennale scontro tra est e ovest, tra giustizia e libertà, viviamo in una società in cui si vuole essere unici ma al contempo uguali. Questa irriducibile dicotomia si riflette anche nell’esperienza del volontariato: tradizionalmente, almeno in Italia, il volontario generalmente inteso veniva dal mondo cattolico o dalla sinistra.

Era un modo di intendere il proprio tempo libero, ma era anche una proposta proveniente dalle strutture che si frequentavano, per cui l’aspetto “volontario” in senso stretto era relativo.

Oggi i ragazzi hanno la possibilità di un primo approccio con l’Africa negli ultimi anni delle superiori: grazie all’iniziativa di educatori e insegnanti, sempre di più questa “offerta formativa” viene condivisa anche con persone che non frequentano abitualmente il terzo settore.

Questo è sicuramente un fatto positivo: si crea una sorta di alternativa all’inter rail, visto da molti come un viaggio iniziatico in un momento – quello tra scuola superiore e università o lavoro – che ha tanti tratti dei riti di passaggio descritti da Van Ghennep.

Ma torniamo all’Africa: da una parte si vuole fare un’esperienza “forte” di incontro con l’altro, con il lontano, con un mondo che spesso si vuole vedere più diverso di quello che non è in realtà. Dall’altra, lo si vuole fare in modo protetto.

Questa tendenza, assolutamente legittima e comprensibile, porta con sé il rischio intrinseco dell’effetto zoo. Il partire per conoscere, se non è supportato da una base progettuale e preparatoria più che solida, che vada soprattutto nella direzione di una reale compenetrazione dei partecipanti con la vita delle persone autoctone e di un contatto che sia prima di tutto umano e paritario, rischia di diventare una sorta di voyeurismo esotico.

Un gruppo di turisti che invece di fare un safari con gli animali finisce per farne uno che ha come oggetto le persone ha poco o nulla a che fare con le necessità delle popolazioni locali, ponendole anzi dietro una lente che implicitamente le disumanizza.  

Il preconcetto che in Africa siano tutti poveri, affamati e malati di Aids va proprio in questo senso: un viaggio, se ben fatto, può aiutare a superarlo.

Il punto è che nell’era dell’individualismo il viaggiatore è più Robinson Crusoe che Marco Polo: troppo turista e troppo poco etnografo.

Dopo esser finito sull’isola, il buon Crusoe impiega tutti i suoi sforzi per rendere la stessa il più simile possibile a casa sua, l’Inghilterra. Marco Polo cerca invece di capire la Cina, ha lo sguardo dell’etnografo, o per lo meno ne ha la curiosità. È proprio questa curiosità a essere necessaria nel viaggio: la curiosità di andare oltre a quel che si vuole vedere. Per citare una famosa frase di Cvetan Todorov riguardo alla colonizzazione della meso-america e al modo in cui i conquistadores e i missionari occidentali guardavano agli indios: «Chi li capisce non li ama e chi li ama non li capisce». Il rischio è proprio questo: che un’eccessiva empatia tutta interiore o un’eccessiva diffidenza che può sfociare in disprezzo per usi e costumi locali – non comprensibili se non contestualizzati – non ci permettano di guardare all’Africa per quello che è: un continente con uomini che hanno una cultura diversa.

Sta dunque a chi propone, alla “domanda”, chiarire questi punti e rendere l’esperienza qualcosa di positivo sia per chi la compie sia per chi la riceve, evitando che diventi qualcosa di subito da entrambe le parti.

A volte si riesce. A volte scatta qualcosa di differente e si crea un vero legame con il luogo, con le persone e qualcosa cambia, anche e prima di tutto in sé stessi.

Se si hanno occhi per vedere, se si va oltre al rapporto formale, l’Africa – come qualunque luogo –  svela il proprio segreto, fatto di quotidianità, di problemi che al di là del “dramma” televisivo sono anche e sempre quelli di tutti: i rapporti umani, il lavoro, la famiglia e tutto quello che dà alla vita un sapore che può far sentire a casa indipendentemente da dove ci si trova. In questi anni di attività come Akap, sia in Tanzania che in Etiopia, questo siamo riusciti a vederlo, abbiamo cercato di dirlo e almeno in parte siamo riusciti a farlo capire.

Quello che tutti possono fare, oltre a dare il soldino o comprare il ninnolo di legno è, se non andare a vedere di persona, almeno dare fiducia.

Fiducia nel fatto che – fermo restando tutti i problemi che esistono – ovunque si ricrea, naturalmente (accettando che ciò che è per l’uomo naturale è sempre culturale), un paradigma che prima di tutto è umano e quotidiano.

Partendo da questo, dal considerare l’altro come un pari nonostante le differenze esteriori, forse esisterà vero sviluppo, vera cooperazione e vero progresso.

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