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Il viaggio della coscienza: l’epopea dell’Io nell’Idealismo

di Aldo L'Erario

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Non tutti i viaggi si fanno fisicamente, e non tutti i percorsi sono viaggi. Alcuni dei viaggi più grandi si fanno solo nel profondo, senza muoversi col proprio corpo. Sono i viaggi in cui si lascia che sia la coscienza a maturare un’esperienza intima, che la porti a non essere più del tutto uguale a prima: esattamente come deve accadere in un viaggio che veramente sia tale.

Nell’Ottocento il viaggio è forse più che mai vita e formazione. Intellettuali di tutta Europa completano la propria formazione viaggiando; lo fanno, per esempio, in Italia, come nel caso di Goethe. Il viaggio diviene un’esperienza che permea più e più campi; in letteratura, deflagra il secolo del Bildungsroman, il romanzo di formazione. Il pensiero filosofico in particolare, tra le cose che più risentono di un’epoca e più anticipano la successiva, non poteva essere esente dalle ripercussioni di questa visione del mondo.

Ogni gigante filosofico porta avanti un viaggio, che vive intensamente dentro di sé. Egli talvolta (o dovremmo dire quasi sempre?) continua un viaggio iniziato da altri: si pensi a Socrate, Platone e Aristotele. Oppure a Fichte, Schelling ed Hegel, che nell’Ottocento hanno elaborato un pensiero che fra tutti è uno di quelli che meglio si adatta all’esperienza del viaggio. Il viaggio interiore della coscienza dell’uomo che si libera e si fa forte e grande superando ogni barriera, nel duro agone della contraddizione dialettica.

Fichte in una discussione

Cos’è la dialettica? Così come la intende Fichte, il primo di questa triade di filosofi tedeschi, essa è il procedimento di ostacolo e superamento attraverso cui l’Io infinito che costituisce tutto oltrepassa inconsciamente se stesso, limitandosi e vincendosi di continuo. Questo perché, agli occhi del filosofo «frei sein ist nichts, frei werden ist der Himmel»: essere liberi non è niente, diventarlo è paradisiaco. Per gli idealisti, impegnati a risolvere le difficoltà del pensiero di Kant, che allontanava ciò che si conosce da chi lo conosce, ogni cosa – ciò che tocchiamo e vediamo, ciò che a noi si contrappone e con noi si relaziona, insomma la Natura stessa – non è che una parte di un Io più grande che si esprime attraverso di noi, e ci conduce nel viaggio della dialettica per realizzare sé stesso, come una “corsa ad ostacoli” avente per fine l’auto-realizzazione. La dialettica è il più alto dei viaggi: è formazione.

Tuttavia non è Fichte colui che ha portato a più matura completezza e consapevolezza la dialettica: è stato Hegel a farlo. Dopo Schelling, che cerca una più stretta identificazione tra coscienza e natura, sfumando la durezza della contrapposizione, Hegel concepisce quel sistema dialettico triadico così noto a tanti: a un soggetto si contrappone sempre la sua antitesi, che quasi lo annulla; da questa contrapposizione nasce una sintesi, che ritrova il soggetto purificato e arricchito. Il soggetto così mediato torna ad essere primo passo di una nuova fase; il vecchio diventa nuovo, in parte conservando e in parte elidendo se stesso: esso non resta immediato, e cioè acerbo, immaturo, indistinguibile, ma va avanti, rigenerandosi attraverso la tragicità della contrapposizione, per cerchi progressivi.

La dialettica hegeliana trova la sua più nota e grande espressione nel viaggio per eccellenza dell’Idealismo: quello della coscienza. Hegel vi si dedica nella Fenomenologia dello spirito, uno studio articolatissimo che procede attraverso tutte le tappe che, secondo il filosofo, conducono una pallida coscienza sensibile, appena agli albori, a divenire lo Spirito Assoluto, quello che si esprime nel pensiero filosofico autocosciente e che si identifica con il Tutto. Il viaggio è lungo, le tappe sono dure: la coscienza è spesso costretta in forme che in qualche modo la travisano, e a volte è ridotta all’infelicità.

Hegel durante una lettura

È però proprio nel momento in cui è più depressa che la coscienza risorge, per percorrere le ultime tappe che la condurranno a divenire Spirito Assoluto. Hegel non splende per sensibilità ascetica, e nella figura dell’eremita, dell’uomo che conduce una vita di rinunce per protendersi in alto, non vede che la riduzione massima della coscienza. Ma tutto, per Hegel, è razionale, perché tutto è frutto di quell’Idea primordiale che trasforma sé stessa, attraverso l’uomo, in Spirito Assoluto; e ciò che sembra estremo sacrificio è la via necessaria che prelude a una definitiva alba. Nell’antitesi finale della coscienza ascetica infelice, l’Idea trova il trampolino per la sua rivelazione: questa è molta della grandezza della filosofia hegeliana.

Ogni pensiero filosofico rappresenta un qualcosa di cui parla, ma è in sé stesso qualcos’altro. Platone, ad esempio, discute di idee e iperuranio, ma il suo pensiero costituisce anche l’invenzione della metafisica in Occidente. Gli idealisti parlano di dialettica, Idea, Spirito e coscienza, descrivendo il meraviglioso viaggio dell’uomo alla ricerca di sé stesso nell’assoluto. Non si può però pensare che il loro pensiero non sia a propria volte figlio, padre e fratello di mille e mille visioni, eventi e opere. Forse, lo stesso pensiero idealistico è, eminentemente, un viaggio. Ma di che genere?

Ciascuno ha il suo assoluto. Difficile negarlo: c’è sempre qualcosa da perdere. Alcuni decidono di andare incontro a questo assoluto, a questo infinito. Alcuni lo fanno con umiltà, altri con presunzione, altri con audacia; chi con temperanza, chi con tronfia foga. Certi con paura. Per capire cosa significa l’Idealismo, forse, bisogna guardarne il lascito. Non posso certo permettermi di farlo con perizia: mi limito però ad osservare che gli idealisti per primi dai tempi del medioevo hanno proiettato con tanta forza il soggetto verso l’assoluto: se l’Illuminismo aveva dotato, forse talvolta con presunzione, l’uomo della chiaroveggenza della ragione, l’Idealismo ha poggiato sulle sue sole spalle l’impulso fortissimo verso la propria massima e totale espressione, da far coincidere con l’Universo stesso. Forse è stato un bene, forse un passaggio fondamentale dotato di chiari e scuri: come non vedere, infatti, in questo pensiero un padre di molti atteggiamenti, anche radicalmente contrapposti, che hanno illuminato e insanguinato i due secoli successivi? Il pensiero successivo a quello idealistico, inoltre, in forme dimesse o eclatanti si è spesso rassegnato o rovesciato su di sé divenendo abissale, che lo dichiarasse con orgoglio (come in Nietzsche) o no.

Se veramente è così, il viaggio dell’Idealismo è iniziato ma non concluso: forse ora ci siamo persi o forse lo abbiamo dimenticato. Ma come accade per tutti i viaggi, anche da questo nascono storie, e dalle storie altri viaggi.

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