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La linea sottile tra viaggiare e fuggire

di Stefano Rasponi

Pubblicato il

«Se avessi una bacchetta magica ora, dove mi farei portare?».

Chi non ci ha mai pensato almeno una volta? Staccare da tutto e ritrovarsi improvvisamente in un altro luogo per puro piacere o per evadere da una brutta situazione: viaggiare rimanendo fisicamente immobili è una delle magie più grandi che la mente umana può regalarci.

Curiosando tra blog e forum emergono tante definizioni del viaggio mentale come proiezione di sé stessi nella situazione desiderata o come profonda introspezione.

Ci sono però persone che non si accontentano delle loro percezioni e sensazioni routinarie, quindi cercano di amplificarle e modificarle ricorrendo all’uso di sostanze di vario tipo per immergersi in veri e propri mondi fantastici. Molti di loro – soprattutto giovani – provocano questa alterazione  utilizzando allucinogeni come Lsd, funghi allucinogeni o salvia divinorum, ma anche sostanze psicoattive più comuni come alcol e cannabinoidi.

Ricerche come quella dell’Osservatorio sulle tossicodipendenze dell’Ausl di Bologna hanno dimostrato che, oltre alle nuove sostanze introdotte sul mercato, negli ultimi quarant’anni sono decisamente cambiate anche le motivazioni che spingono all’assunzione.

Si è passati da un uso derivante dalla ribellione verso i valori sociali dominanti e strettamente legato all’introspezione, ad un utilizzo derivante dalla voglia di evadere, di staccare e divertirsi in risposta ai ritmi frenetici della vita quotidiana.

Sostanze come Lsd ed eroina, che sicuramente non favoriscono la brillantezza mentale e la velocità motoria, sono state sostituite da altre come cocaina ed ecstasy, dette anche droghe prestazionali. Entrambe infatti sono molto usate in contesti di divertimento per aumentare la socialità, mentre la cocaina si sta fortemente diffondendo anche negli ambienti di lavoro per aumentare la produttività e non sentire la stanchezza.

Al di là dell’uso di sostanze stupefacenti, che in ogni caso non è mai giustificabile, la distinzione appena citata è valida per ogni genere di viaggio mentale, che può essere di due tipi: uno formativo, metacognitivo ma anche fantasioso e creativo; l’altro legato alla fuga dalla propria quotidianità per paura o incapacità di farvi fronte.

Due tipologie che riguardano anche il viaggio fisico, non inteso come vacanza ma come lungo distacco da casa. I giovani in particolare sentono il bisogno di fare quest’esperienza come arricchimento personale o ricerca della propria strada nella vita: tuttavia non sempre dietro a tale scelta c’è un motivo così sensato e profondo, molti preferiscono fuggire lontano nella convinzione di lasciarsi i problemi alle spalle.

Certamente, se le difficoltà sono legate a fattori esterni come la scarsa presenza di lavoro sul proprio territorio, l’emigrazione è più che sensata: al contrario, quando la motivazione alla base del viaggio è il timore di conoscere sè stessi e affrontare le proprie paure, la fuga può non solo rivelarsi sterile per la crescita personale ma aggravare la condizione psicologica dell’individuo.

In questi casi può essere utile un trattamento psicologico che migliori la consapevolezza di sé e aumenti il controllo sulle decisioni impulsive, aiutando il soggetto a conoscere e fronteggiare le difficol. Anche perché, come ricorda Bob Marley nella sua Running away, «non puoi sfuggire a te stesso…».

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