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Quando i calciatori hanno paura di volare

di Luca Volpe

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Sono sempre di più, secondo le statistiche, coloro che nel mondo soffrono di aerofobia (o aviofobia), la comune paura di volare. Questo, nonostante sia ormai acclarato come l’aereo rappresenti il mezzo di trasporto in assoluto più sicuro (2 volte più affidabile del treno e addirittura 27 più dell’automobile). Ma come si spiega questo timore? «Nel 90% dei casi è determinata da forti ripercussioni psicologiche legate ad eventi avvenuti nei tre anni precedenti alle manifestazioni di panico». E allora, come si reagisce? Molti evitano di volare, altri cercano soluzioni alternative, alcuni ricorrono a farmaci tranquillizzanti. Di sicuro, seppur irrazionale e ingiustificata, l’aerofobia condiziona la vita di un gran numero di persone.

Cosa succede allora se a soffrirne sono soggetti che, per il lavoro che svolgono, sono spesso obbligati a compiere lunghi viaggi in aereo? È il caso di uomini d’affari, politici, diplomatici, ma anche sportivi. Non sono rari i casi in cui siano giovani atleti, abituati a controllare la propria tensione emotiva, a non riuscire a superare la paura di volare. A far notizia, anche per la maggiore popolarità dello sport praticato, sono i calciatori.

Tra i nomi più noti c’è quello di Eraldo Pecci, ex centrocampista e oggi commentatore televisivo: «Presi uno spavento terribile quando giocavo con il Napoli – ha spiegato – Ho riprovato, ma soffro troppo». Una paura incontrollabile, che nel 1990 anno lo obbligò a farsi quasi 2000 km in auto per seguire Bielorussia-Italia a Minsk. Altri casi celebri sono quelli di Omar Sivori, ex stella della Juventus, di Giorgio Bernardin, che per l’aerofobia rinunciò alla nazionale, del norvegese Tom Lund e di Stefano Tacconi, anch’egli ex bianconero: «Prima di volare mi vengono degli attacchi di colite, poi ho crisi d’ansia […] Il fatto è che per me l’aereo è come un uccello con un chip in testa, che quando si incazza cade».

Lo scorso anno, invece, le cronache si concentrarono sul caso del paraguayano Paolo Guerrero, attaccante dell’Amburgo che per ben quattro volte rinunciò a salire sull’aereo che l’avrebbe dovuto riportare in Germania. Vi riuscì solo al quinto tentativo, ma somatizzo l’ansia al punto tale da infortunarsi alla coscia sinistra, subendo due giornate di stop.

A metà novembre, invece, fu il turno di Giampiero Clemente, bomber del Perugia che, pur di non volare in aereo insieme ai compagni, decise di arrivare a Milazzo, in Sicilia, con la sua auto. Quasi tutti i quotidiani parlarono del caso, interpellando l’allenatore Pierfrancesco Battistini: «Certamente questo viaggio non lo agevola – spiegò il coach – ma è stato lui stesso a fare questa scelta e lo abbiamo assecondato, permettendogli di viaggiare insieme al nostro magazziniere. Per i giocatori l’aspetto psicologico è importante e quindi, avremo in campo un giocatore forse meno brillante sul piano fisico, ma certamente più sereno dal punto di vista mentale».

Quando si parla di binomio calciatori-aerofobia, l’esempio più eclatante rimane comunque quello di Dennis Bergkamp. Era il 1995 quando l’olandese, allora ventiseienne, fu ingaggiato dall’Arsenal dopo due anni di militanza all’Inter. Al momento della firma, pretese una postilla in cui lo si esonerava dalle trasferte più lontane. Il motivo era la paura di volare, problema che la dirigenza provò a risolvere (senza successo) rivolgendosi a un ipnotizzatore.

La causa, in quel caso, era da rintracciare nello stupido scherzo di un giornalista connazionale, che aveva urlato «Bomba a bordo» mentre gli Orange facevano ritorno dal mondiale americano. Era una burla, ma lo spavento segnò indelebilmente il calciatore, che decise di non salire più su un aereo. Una decisione che gli valse il soprannome di Non-Flying Dutchman, l’olandese non-volante.

Qualche tempo dopo, Bergkamp spiegò che all’origine della decisione c’era l’emozione che aveva provocato in lui l’incidente occorso in Suriname nell’89, quando per un errore del pilota in fase d’atterraggio morirono alcuni calciatori della cosiddetta Colourful 11, atleti nativi del Suriname che militavano perlopiù in squadre olandesi.

La maggior parte dei calciatori aerofobi, tuttavia, riesce a risolvere il problema grazie alle cure di uno psicologo. È ad esempio il caso di Javier Mascherano, mediano della nazionale argentina che, interrogato sulla sua aerofobia, rispose: «La prima volta in aereo fu un’esperienza terribile, ma per il lavoro ha sconfitto questa fobia».

Guarire, sostengono gli psicologi, non è affatto difficile («La paura di volare è nella testa e non sull’aereo», spiegano). L’importante, magari, è non avere in squadra un compagno come Sheis Rezaei. In forza all’iraniana Persepolis, Rezaei fu arrestato lo scorso anno per aver comunicato ai passeggeri del volo su cui la sua squadra stava viaggiando che l’aereo era in procinto di precipitare. All’annuncio, com’è facile intuire, seguirono scene di panico, svenimenti e raptus isterici. Ma non era vero niente. Rezaei si era inventato tutto. «Volevo solo fare uno scherzo ad un mio compagno che ha molta paura di volare», si giustificò. In fondo, che male c’era a giocare un po’?

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