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L’itinerario del pavone

di Sara Murgia

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«Gocce d’acqua che stillano da una fessura nella roccia. Aria umida di una grotta.»

Akira aveva letto la prima riga.

«Un archivio sigillato. Luce intrisa di polvere.»

Dopo di lui, avevo parlato io.

«All’alba, ghiaccio sul lago.

«Una ciocca di capelli di un defunto che disegna un lento boccolo.

«Velluto logoro, sbiadito, eppure ancora abbastanza morbido»1.

 

Erano queste le parole che Rūki aveva tradotto in sfumature olfattive attraverso le sostanze chimiche del suo laboratorio.

Qualche tempo prima, infatti, egli aveva creato per la sua ragazza Ryōko un profumo chiamato “fonte del ricordo”, contenente note del passato e del futuro di entrambi.

 

Ryōko, la protagonista del romanzo, sta stirando una camicia immacolata, quando squilla il telefono: Rūki, il suo compagno, si è suicidato ingerendo una fiala di etanolo anidro.

Sopraffatta dallo shock, continua a passare il ferro da stiro sull’indumento già privo di pieghe; come se, compiendo nuovamente il gesto ordinario che aveva preceduto la notizia, potesse ristabilire un contatto con la normalità ormai danneggiata.

 

Un giorno, al ritorno dal lavoro, riceve dalla lavanderia il giaccone di Rūki e l’addetto alle consegne le porge un foglietto trovato in una delle tasche: si tratta di un biglietto d’entrata alla pista di pattinaggio.

Ryōko è perplessa: non credeva che al suo ragazzo piacesse pattinare.

Che ci sia qualcosa sotto? Un’amante?

Per fugare ogni dubbio, chiama Akira, il fratello minore del fidanzato.

Il giorno seguente i due si incontrano alla pista di pattinaggio e Ryōko apprende i primi preziosi dettagli sull’infanzia di Rūki.

Attirata dal baratro di ricordi che si cela dietro ogni persona, la protagonista scopre le connessioni che legano Rūki ai luoghi in cui la sua vita è cambiata e alle persone che sono entrate a far parte della sua vita, nonostante la sua personalità schiva.

 

Profumo di ghiaccio parte dalla fine sin dall’inizio: il romanzo si apre con un’ambientazione magica, quella della città di Praga, in cui Ryōko – da brava giornalista freelance qual è –si reca solo in un secondo momento per scoprire cosa sia accaduto il giorno in cui Rūki, tanti anni prima, aveva deciso di non presentarsi all’ennesimo concorso di matematica per ragazzini prodigio , sfuggendo così a un’identità in cui non si era mai riconosciuto: quella del piccolo genio, pungolato da una madre che amava pavoneggiarsi grazie ai suoi successi. Una figura fagocitante, quella materna, a cui, dopo l’allontanamento e infine la morte del figlio, non resterà altro che toccare con dita sciupate la fredda superficie dei trofei.

 

Nel romanzo, non solo si coglie l’alternarsi fra il tempo della storia e il tempo del discorso, ma anche una dimensione atemporale che inghiotte la protagonista in un mondo onirico e irrazionale, quello della fonte del ricordo, che è una grotta in cui il suo inconscio ferito ama cullarsi tra gli scorci della propria vita e quelli di un’altra esistenza vissuta due volte.

Ryōko, infatti, ha potuto conoscere due Rūki: quello che ha condiviso con lei una casa, un letto e il tempo libero e quello che ha scoperto dopo, grazie alle chiacchierate coi familiari e all’intervista a Sugimoto Fumiko, una dei partecipanti al concorso di matematica nonché potenziale vecchia fiamma di Rūki, se solo un ladro non le avesse rubato il portafogli con dentro il suo numero di telefono.

 

La protagonista viaggia tra passato e presente, tra una dimensione spaziale reale ed una surreale, fatta di cuori di pavone e di rivelazioni dalla gola profonda di una caverna.

A Praga, infatti, sceglie di fare tappa in un convento in cui tanti anni prima si era svolto il suddetto concorso di matematica.

L’interno dell’edificio è formato da una serie di stanze spoglie, abbandonate da tempo, tant’è che in una di esse, oltre a dei trofei impolverati, Ryōko e la sua guida Jeniack trovano anche un clochard rannicchiato sul pavimento. A un certo punto, proseguendo per conto suo, la giovane giunge ad uno spiazzo ricco di trifogli, con al centro una piccola serra. Una volta entrata, viene avvolta dallo stesso profumo regalatole dal fidanzato. Laddove l’odore si fa più persistente, trova l’ingresso di una grotta, al cui interno regna un silenzio quasi assoluto, interrotto solo dal ticchettio cadenzato delle gocce di umidità, che richiama alla mente le parole scritte da Rūki: “Gocce d’acqua che stillano da una fessura nella roccia. Aria umida di una grotta…”.

È allora che ella sente una voce: si tratta del guardiano dei pavoni, con cui intrattiene una piacevole conversazione, senza censurare i pensieri che vengono a galla, uno dopo l’altro.

“Sarebbe bastato girare un interruttore nella coscienza per ristabilire l’ordine e la chiarezza”, dice la protagonista, turbata dalla naturalezza con cui si rivela allo sconosciuto; eppure non riesce nel suo intento, probabilmente perché il luogo in cui si trova è una proiezione della sua stessa coscienza.

All’interno della grotta si aggirano alcuni pavoni dallo splendido piumaggio.

Come suggerisce Ryōko, essi sono i messaggeri della divinità del ricordo, a cui il fidanzato si era affidato in vista della sua morte.

Nel romanzo torna un tema caro all’autrice: quello del ricordo.

Mentre ne L’anulare esso finiva all’interno di una boccetta, qui è paragonato a un cuore di pavone imbevuto di profumo: un tessuto spugnoso, pregnante, che va maneggiato con cura. Per questo motivo, forse, sia nella stanza delle essenze di Rūki sia nella grotta, regna il silenzio e le parole sono sussurrate.

 

I luoghi reali – la metropoli giapponese e la capitale ceca – fungono solo da sfondo, poiché le maggiori intuizioni derivano, invece, dai ricordi di sensazioni passate, profumi e momenti trascorsi insieme.

La città è un posto caotico, in cui non è possibile distinguere il flusso di persone da un qualunque sciame di api, soprattutto quando si vaga per un luogo così vasto dopo aver perso una persona cara e si percepisce con dolorosa schiettezza che la sofferenza rende soli.

Ryōko si accorge che tutto procede come al solito. Nessuno, a parte lei e pochi altri, sa che si è appena spento un mondo dentro il mondo: “Soltanto io rimanevo estranea al panorama e avevo l’impressione che anche allungando la mano non sarei riuscita a toccarlo. Come se il mio corpo fosse deformato, avvizzito.”2

 

Un’altra opera di Yoko Ogawa in cui si riconosce il potere del mondo irrazionale su quello tangibile, fatto di trofei e piste di ghiaccio.

 

1, 2: Ogawa Yoko, Profumo di ghiaccio, il Saggiatore, Milano 2009, trad. di Paola Scrolavezza.

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