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Filosofia dello sport, o delle virtù

di Aldo L'Erario

Pubblicato il

Ebbene sì, il pensiero si è anche dedicato alla riflessione sullo sport. Nessuna meraviglia, visto che un padre della filosofia occidentale come Platone fu anche grande lottatore di pancrazio, il wrestling degli antichi greci. Ma oltre a questo (fortuito?) abbinamento, l’accoppiamento tra riflessione filosofica (e in particolare etica) ed esercizio sportivo è tutt’altro che casuale. Infatti, lo sport non è solo un gioco, ma anche un contesto in cui si svolgono e hanno luogo molti atteggiamenti tipicamente umani: tensione a una vittoria, tensione all’eccellenza, gusto del superamento dell’ostacolo, riunione sociale… d’altra parte, anche vedendolo solo come un gioco, lo sport è perciò stesso una peculiarità dell’umano: il gioco istituzionalizzato, per eccellenza. Ma quale fine?

Quando la filosofia dello sport è nata veramente come tale nel 1969 con uno scritto di Paul Weiss della Yale University (Sport: a philosophical inquiry), alla comunità intellettuale fu subito chiaro che il tema offriva spunti di riflessione, per così dire, sul piano metafisico, e iniziò a questionarsi sulla natura dl gioco in relazione all’attitudine ben più seria verso lo sport, ereditata dagli antichi greci: il gioco olimpico, che iniziamo ora a celebrare di nuovo noi stessi, andava e va ben al di là di un semplice svago.

Non è però tanto su questo che vorrei soffermarmi in queste brevi righe, ma su quello che rende possibile che lo sport non sia soltanto un divertimento o un fitness; vorrei cioè soffermarmi sugli aspetti etici legati alla sportività, per arrivare a qualche spunto originale, partendo dal contesto del pensiero contemporaneo.

Nel 1981 uno scritto ormai classico di Alasdair MacIntyre, After the virtue, ha richiamato in modo particolare l’attenzione della comunità filosofica sulla “vecchia” etica delle virtù, che, d’altro canto, nella storia del pensiero ha sempre trovato i suoi sostenitori: è quella elaborata sommamente da Aristotele, e fatta propria nel medioevo dal cristianesimo, in particolare da San Tommaso. La questione è questa: se la moralità, come vogliono questi pensatori, è un qualcosa di intrinsecamente umano, la stessa azione umana ha un valore particolare, e può essere guardata sul piano etico. È il solo fatto di essere compiuta da un uomo o da una donna che rende un determinato agire bene o male, un’azione riportabile a  un vizio o a una virtù.

Ma che cos’è una virtù? La virtù si definisce come una tendenza costante a compiere un determinato tipo di azione buona, acquisita mediante l’esercizio; il vizio, al contrario, è la tendenza a compiere un’azione riprovevole, resa anch’essa tanto più forte quanto quel determinato tipo di azione si ripete. Un forte compie atti forti, e lo fa sempre di più e sempre meglio, acquisendo la virtù della fortezza; un avaro diventa tanto più avaro quanto più si concede gesti di ingenerosità, egoismo e possessione. L’esistenza o meno di attitudini a compiere determinate azione, d’altro canto, non è riconosciuta solo dai seguaci dell’etica delle virtù.

Ora, cosa ha a che vedere questo con lo sport? Moltissimo. Lo sport non è infatti solo il luogo della competizione e della corsa alla vittoria, è molto di più:  esso chiama l’atleta non solo al miglioramento fisico, ma anche a quello morale. La bravura, la resistenza, il dominio di sé, ma anche la forza, l’abnegazione, la temperanza, il coraggio, e -perché no?- l’umiltà sono elementi che costruiscono la vittoria e il trionfo, e che hanno anche un valore in sé; sono gli elementi che fanno sì che la sportività non sia una questione di corpi in movimento, ma di uomini dotati di dignità.

Da questo dignità dello sport scaturiscono un senso e un valore più grandi anche per gli altri aspetti: eccellenza, ostacolo, regole, squadra, trofeo. E gioco. Perché se tutto questo è già patrimonio dell’umanità (qualcuno ha mai visto un gorilla organizzare corse ad ostacoli?!?), lo sarà tanto più se è patrimonio di un’umanità che cresce e si migliora. Cosa vuol dire essere sportivo? Ed essere atleta olimpico? Cosa faceva sì che competizioni come le Olimpiadi o come i Giochi Istmici, in Grecia, patria del pensiero e madre della coscienza europea, fossero sacri, e che i suoi partecipatori e vincitori fossero accolti come eroi? Cosa rendeva quegli uomini speciali? Davvero solo il plauso della folla? O forse l’abnegazione, la fatica, la statura morale che dovevano raggiungere per partecipare, confrontarsi e vincere?

Nel 1991 il filosofo Robert Simon ha definito la competizione atletica come una “mutua ricerca dell’eccellenza” (Fair Play: Sport, Values, and Society). La sua definizione è stata rifiutata: certi sport, come hockey e boxe, sembrano anzi mirare a invalidare l’avversario (il primo ammette il contrasto anche molto duro, il secondo fa del ko un preciso e ideale obiettivo). Io credo che però la sua definizione, se non va bene sul generale, può diventare almeno un orizzonte da seguire: perché se lo sport non è solo esercizio per l’eccellenza propria e (talvolta) altrui, può però vivere nella coscienza che la sua natura gli consente di trovare la piena dignità nella crescita comune degli atleti. Si pensi alla differenza rispetto a un sistema come l’economia, che, basata sulla morale utilitarista (moralità nella creazione di utile), fa della massimizzazione del profitto, a volte, l’unico fine. I risultati, lo sappiamo, non sono sempre splendidi.

Del Bosque, prima della (amara) finale, ha detto che lasciar eliminare deliberatamente l’Italia al girone sarebbe stato un crimine contro lo sport: perché la nostra nazionale poteva essere (e tornerà ad esserlo!) una minaccia, ma gioca bene. Questo è uno spirito che vale la pena seguire.

 

Per le informazioni generali sulla filosofia dello sport odierna mi sono rifatto a wikiversity:

http://en.wikiversity.org/wiki/Philosophy_of_sport

Per approfondire l’etica delle virtù nella versione più odierna consiglio:

Il ritorno delle virtù, temi salienti della Virtue Ethics, di Giacomo Samek Lodovici, edizioni studio domenicano

 

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2 commenti per “Filosofia dello sport, o delle virtù

  • Fabio Pirola ha detto:

    Davvero interessante, non mi ero mai avvicinato alla filosofia dello sport e sembra un settore molto stimolante. Grazie, bell’articolo!

  • Elisa Zammarchi ha detto:

    Il gioco istituzionalizzato per eccellenza. Giustissimo! Il gioco resta indispensabile all’uomo per tutta la sua esistenza e lo sport offre questa occasione insieme a tutte le positività che hai indicato tu! Nulla di leggero, semplice o momentaneo come si tende ad associare al gioco ma impegno, rispetto e tenacia. In fondo non c’è niente di negativo a vivere come in una lunga, piena e soddisfacente corsa ad ostacoli!

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