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Calcio e Sla: malattia professionale?

di Lucia Pavolucci

Pubblicato il

La Sclerosi Laterale Amiotrofica (Sla) è una malattia degenerativa del sistema nervoso che porta a una progressiva disabilità motoria. Negli stadi avanzati, questa condizione compromette anche le funzioni che garantiscono la sopravvivenza dell‘individuo, come la capacità di nutrirsi e la respirazione.

Il processo degenerativo alla base della Sla è la morte dei motoneuroni, particolari cellule nervose che si trovano nella corteccia cerebrale e nel midollo spinale. Queste cellule sono essenziali per il controllo dei movimenti volontari: la loro distruzione compromette le più elementari funzioni motorie, paralizzando il malato in maniera irreversibile.

Ogni anno 3 italiani su 100.000 si ammalano di Sla, senza significative differenze di genere e con una maggior tendenza a sviluppare la malattia dopo i 40 anni. L’incidenza sembra più rilevante tra gli sportivi, in particolar modo tra i calciatori.

Questa particolare osservazione ha suscitato l’interesse della ricerca scientifica e dell’opinione pubblica: sono state formulate infatti numerose ipotesi che mettono al centro del processo degenerativo diversi fattori ai quali i giocatori di calcio sono particolarmente esposti.

Una tra le teorie più dibattute è l’associazione tra farmaci dopanti e Sla, tesi supportata dalle indagini del procuratore Raffaele Guariniello, che ha raccolto un campione di 24.000 calciatori italiani di Serie A, B e C osservando un’incidenza di malattia 7-8 volte maggiore rispetto alla popolazione generale.

Nell’indagine sono state considerate anche altre categorie di atleti come giocatori di basket, ciclisti e rugbisti, tra i quali tuttavia non sono stati rilevati casi di Sla. È inoltre emerso che i calciatori più a rischio di sviluppare la malattia sono quelli che ricoprono ruolo di centrocampista, esordiscono precocemente e praticano l’attività agonistica per oltre 5 anni.

Guariniello e i suoi collaboratori (neurologi ed esperti in epidemiologia) hanno condotto due studi differenti, che hanno rilevato entrambi gli aspetti appena descritti. Nonostante questo, la natura del legame tra calcio e Sla rimane non chiarita. L’ipotesi del doping è in parte confutata dal fatto che altre in altri sport, dove il ricorso a sostanze illegali è purtroppo spesso segnalato dalla cronaca (come nel caso del ciclismo), l’incidenza è paragonabile a quella della popolazione generale.

È stato anche considerato un possibile ruolo delle vernici e dei diserbanti utilizzati per la cura del manto erboso dei campi da calcio. Nel 2009, infatti, il procuratore di Torino ha avviato un’indagine per rilevare la presenza di sostanze tossiche allo stadio Sinigaglia del Como, squadra flagellata dall’incubo della Sla: sono infatti 6 i calciatori che tra gli anni ’80 e ’90 sono stati colpiti dalla malattia.

Altro possibile fattore implicato nella patogenesi della Sla è la continua esposizione a traumi e infortuni sul campo di gioco. In particolare il colpo di testa può essere un potenziale stimolo lesivo, poiché l’impatto verticale può colpire direttamente le strutture del sistema nervoso. Inoltre, i centrocampisti – i più esposti ai contrasti fisici e ai traumi – hanno un rischio aumentato di sviluppare la malattia.

L’attività fisica intensa e protratta a lungo è un altro elemento messo sotto esame: infatti le sostanze che si producono nell’organismo in seguito a un considerevole lavoro muscolare e cardiovascolare hanno un potenziale altamente ossidante. Si tratta di composti come i radicali liberi, elementi in grado di danneggiare le cellule e quindi responsabili di degenerazione ed invecchiamento cellulare.

In particolare gli atleti – in questo caso i calciatori – sarebbero particolarmente esposti ai danni da metabolismo ossidativo in quanto, oltre alla vigorosa attività fisica, spesso ricorrono all’utilizzo di integratori e farmaci antifiammatori (Fans), che potenziano lo stress ossidativo.

Due scienziati hanno infatti indicato come possibili cause di Sla l’utilizzo di integratori a base di amminoacidi ramificati e creatina. Questo però non spiega come altre categorie di atleti professionisti che fanno frequente uso di queste sostanze (body builder, giocatori di football), non facciano registrare un aumento dei casi di Sla.

Tutte le ipotesi sopra citate potrebbero rappresentare fattori determinanti nello scatenare il processo degenerativo che sottende alla Sla. In nessun caso, però, è stato possibile definire un’associazione chiara e significativa, perché a questi fattori di rischio sono esposti altri sportivi, nei quali la Sla ha una frequenza molto inferiore, paragonabile a quella della popolazione generale.

Ciò che è accertato con sicurezza è che i calciatori si ammalano di Sla più di ogni altra categoria di sportivi: è quindi fondamentale continuare a concentrare la ricerca al fine di individuare le cause di una delle malattie più devastanti del sistema nervoso.

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