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Il calcio italiano: un business fallimentare?

di Leonardo Nini

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Negli ultimi giorni l’attenzione dei cittadini europei si è divisa su due fronti. Da un lato la situazione economica sempre più cupa, con il rischio sempre più concreto di veder saltare via qualche “pezzo” della moneta unica. Dall’altro gli Europei di calcio, competizione storica in grado di catturare l’attenzione di centinaia di milioni di tifosi. Entrambe situazioni che hanno portato buoni risultati per noi italiani: mentre al vertice di Bruxelles sono stati siglati accordi significativi, che potrebbero contribuire al contenimento del costo del debito dei Paesi periferici e alla stabilità del sistema bancario, la Nazionale di calcio ha disputato un ottimo Europeo, sconfitta in finale dopo aver superato alcune delle migliori rappresentative del continente.

Ma, al di là dei risultati conseguiti sul campo, qual è il reale stato di salute del sistema calcistico nostrano?

Molti di noi abitualmente gioiscono per i successi della propria squadra del cuore e si rattristano per le sconfitte. Nel periodo estivo o invernale, poi, gli sviluppi del calciomercato sono seguiti con altrettanto coinvolgimento. Desta interesse il fatto che persino le analisi degli opinionisti, in televisione o sui maggiori quotidiani, si concentrino quasi esclusivamente sul profilo sportivo della gestione, mettendo in evidenza gli impatti della manovre societarie sulle performance agonistiche della formazione. Molto raramente si fa invece cenno al profilo economico della gestione: ricavi, costi e profitti delle società di Serie A faticano ad imporsi all’attenzione dell’opinione pubblica.

Nel 2012 la Figc, in collaborazione con Arel e Pwc, ha stilato per il secondo anno consecutivo il Report Calcio, documento statistico nel quale vengono raccolte numerose informazioni riguardanti lo sport più amato dagli italiani, inclusa la situazione reddituale-finanziaria delle società che prendono parte ai campionati ufficiali. Le tendenze che ne emergono sono ben poco confortanti. Nella stagione 2010-2011 il fatturato aggregato di Serie A, B e Lega Pro è risultato di poco inferiore ai 2,5 miliardi di euro che, associato a un costo della produzione pari a 2,88 miliardi,  ha comportato una perdita aggregata di 428 milioni di euro.

Non si è trattato certo di un’eccezione: negli ultimi 3 anni il sistema calcio italiano ha registrato perdite sempre crescenti, ammontanti complessivamente a quasi un miliardo di euro. Le conseguenze sul profilo patrimoniale delle società sono pesanti: il patrimonio netto (ossia l’ammontare delle risorse proprie) delle stesse si è contratto di circa la metà. Il rapporto fra capitale proprio e indebitamento è passato, di fatti, dal 13 al 5%.

In una recente inchiesta, il Sole24Ore ha stilato una graduatoria dei club più virtuosi, valutando gli stessi sulla base del costo sostenuto per ogni punto conquistato nel campionato 2010/2011. Ne è uscita una classifica pressoché capovolta nella quale, mentre trionfa il Chievo Verona, l’Inter si ritrova fanalino di coda, per via di spese pari a circa 5 milioni di euro per ogni punto. La stessa stagione 2010/2011 ha poi visto solo otto società di Serie A chiudere il bilancio in attivo: fra di esse le migliori sono state Bari (14,2 miloni), Lazio (10 milioni) e Palermo (7,8 milioni). Il risultato positivo di diverse società minori è in parte spiegabile con la redistribuzione dei diritti televisivi effettuata nell’ultima stagione: i maggiori club hanno di fatti perso quote rilevanti (alla sola Juventus sono andati 55 milioni in meno) a beneficio di squadre in precedenza meno seguite.

Le problematiche che affliggono il sistema calcio italiano, d’altra parte, non paiono ascrivibili a una scarsa redditività del business: secondo quanto riporta la Deloitte Annual review of Football Finance 2012, negli ultimi anni le maggiori leghe calcistiche europee hanno visto crescere il fatturato aggregato ad un ritmo di circa il 7%. Un risultato impressionante, considerate le acque tempestose nelle quali naviga l’economia del vecchio continente ormai da diversi anni. La passione dei tifosi sembra non spegnersi mai, così come la fedeltà degli sponsor.

I risultati negativi provengono, dunque, dalle enormi difficoltà di contenimento dei costi operativi, i quali – in particolare per quanto riguarda gli stipendi e gli ingaggi dei giocatori – continuano a crescere a un ritmo superiore rispetto ai ricavi. C’è poi una fortissima componente di aleatorietà nelle valutazioni dei giocatori, il cui valore di mercato può oscillare fortemente a seconda delle performance agonistiche, originando quindi plusvalenze o minusvalenze nell’ordine di milioni di euro.

Un rapido confronto con i maggiori campionati continentali può essere utile a convincersi delle criticità della Serie A . Come riportato da entrambi i documenti sopra citati, infatti, il massimo campionato di casa nostra risulta svantaggiato, in termini di fatturato, rispetto a Premier League, Bundesliga e Liga spagnola, ponendosi davanti solo alla Ligue1 francese. La Bundesliga si conferma il torneo più redditizio del continente, grazie ad una gestione dei costi molto oculata, una equilibrata ripartizione dei ricavi fra sponsor, diritti tv e botteghini e un’elevatissima percentuale di riempimento degli stadi (pari a circa l’88%). Ben 16 delle 18 squadre partecipanti al massimo campionato tedesco hanno presentato un bilancio in attivoAl secondo posto, in termini di redditività, si classifica la Premier League: gli inglesi possono di fatti vantare il maggior fatturato (2,2 miliardi) e la più elevata percentuale di riempimento degli stati (92%), a fronte però di costi per il personale molto rilevanti. La Liga spagnola guadagna invece lo status di torneo più polarizzato d’Europa: il 54% dei ricavi è di fatti ascrivibile a due sole società, Real Madrid e Barcellona.  

Il calcio italiano, dunque, sembra andare avanti grazie al mecenatismo dei proprietari: si spende (molto) di più di quanto si incassi, confidando nei sicuri interventi “ripianatori” degli stessi. Tuttavia tale situazione potrebbe non durare a lungo, visto che la filosofia del fair play finanziario propagandata dalla Uefa sembra andare controcorrente rispetto a simili consuetudini.

La federazione calcistica europea ha infatti deciso di muovere passi concreti in direzione di un maggior equilibrio economico, implementato un panel di controllo finanziario chiamato a vigilare sul rispetto del pareggio di bilancio da parte dei club europei. Gli effettivi controlli dovrebbero scattare a partire dal 2013/14 sui bilanci delle stagioni 2012 e 2013. Procedere su questa strada significherebbe aprirsi a un modello di calcio in grado di autosostenersi, nel quale anche le società con possibilità economiche inferiori potrebbero competere (quasi) ad armi pari con i club più titolati, dando vita a competizioni indubbiamente più avvincenti.

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