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Orgogliosi di essere Trans*

di Lara Conte

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Transessuale è una parola che spaventa.

La transessualità è  “la condizione di una persona la cui identità sessuale fisica non corrisponde alla condizione psicologica dell’identità di genere maschile o femminile e che persegue generalmente l’obiettivo di un cambiamento del proprio corpo attraverso interventi medico-chirurgici”.

La persona transessuale vive una fase di transizione da un’identità all’altra:
solitamente la bellezza di una persona trans* viene giudicata proprio in relazione all’indistinguibilità raggiunta con gli appartenenti del genere di elezione.

«Sei bella se sembri una donna/ se sembri un uomo.»

Questo stato viene definito da Monica Romano come modalità stealth (invisibile, nascosta). Ma questo stadio è molto difficile da raggiungere e non tutti lo desiderano. Molte delle persone transessuali non si sentono rappresentate da questi stereotipi culturali e preferirebbero affermare una propria identità transgender.

L’esperienza transessuale viene vissuta e percepita come una vergogna, uno stigma sociale invece che una delle tante preziose peculiarità dell’essere umano, libero di determinare personalmente la propria sessualità e identità di genere al di fuori dei canoni dominanti.

Dal 1979 a Bologna opera il MIT (Movimento Identità Transessuale), associazione Onlus che sostiene e difende i diritti delle persone transessuali, travestiti e transgender, dotato del primo consultorio in Europa per la salute delle persone trans*.
Dal 13 al 16 giugno al Parco della Montagnola a Bologna ha promosso il Festival Europeo delle Differenze, finanziato dal programma comunitario Europe for citizens: promozione di una cittadinanza europea attiva.

Per cercare di sfatare importanti pregiudizi sull’esperienza transessuale e analizzare il panorama legislativo in Italia in tema di riconoscimento, mi sono rivolta alla presidentessa del MIT Porpora Marcasciano.

1) La transessualità è un esperienza umana a cui l’opinione pubblica non sembra essersi abituata. La parola trans* evoca spesso l’esperienza della prostituzione. Da cosa nasce questo accostamento?

La prostituzione è stata dagli anni ’60 fino a una parte degli anni ’80, l’unica possibilità per le persone transessuali di sopravvivere in uno Stato che non le riconosceva né come persone né tanto meno come lavoratrici. Oggi però si tratta di un luogo comune. Le persone trans* che si prostituiscono rappresentano non più del 20% della popolazione totale. Un’altra falsa associazione è quella medicalizzante che vede nella transessualità una patologia psichiatrica da curare. Le persone transessuali vengono considerate disforiche, un disturbo mentale catalogato nel DSM-IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). A livello di opinione pubblica siamo ancora lontani dal poterla considerare come essa davvero è: un’esperienza umana significativa.

2) La persona transessuale viene citata spesso in relazione a casi di sfruttamento della prostituzione, vittime di morti violente, scandali politici. Questo genere di informazione come incide sulla percezione pubblica della transessualità?

I mass media giocano un ruolo importantissimo e fondamentale. Rispetto al transessualismo la stragrande maggioranza dei mass media continua a propinare immagini distorte, negative e fuorvianti sull’argomento.
Basti pensare che all’UNAR hanno deciso di formare una speciale commissione che si occupi di questa scorrettezza mediatica.

3) Il 14 aprile avete festeggiato il trentennale della nascita della Legge 164/82 che permette la riattribuzione chirurgica del sesso. E’ una legge adeguata a riconoscere e tutelare l’identità di genere della persona trans*?

Lo era. È una legge del 1982 e in trent’anni sono cambiate molte cose. All’epoca andava benissimo perché bisognava riconoscere l’esperienza trans* e la possibilità di cambiare sesso. A distanza di trenta anni questa legge mostra tutti i suoi limiti. Ad esempio non permette il cambio di nome senza arrivare alla riattribuzione chirurgica. E non tutti arrivano, vogliono o possono arrivare al cambio di sesso.
Il nome sul documento diverso dalle sembianze fisiche della persona crea molti problemi a partire dalla discriminazione nel campo lavorativo.

4) Sarebbe adeguato per la tutela della fase di transizione il riconoscimento del reato di omofobia all’interno della Legge Mancino (crimini generati dall’odio)?

Il reato di transfobia sicuramente. La questione è che in Italia la politica e le istituzioni dovrebbero prestare molta più attenzione a quello che è diventato una vera e propria emergenza nazionale: l’Italia è al primo posto in Europa per aggressione e violenza contro le persone trans*.
Una speciale commissione dell’ONU è venuta in Italia proprio per stendere un rapporto sulla violenza di genere nei confronti delle donne e anche sulle trans*. Sono venuti in visita al MIT dove abbiamo cercato di illustragli la situazione. Questa è la dimostrazione che non si tratta di un delirio delle associazioni, ma di un dato di fatto. Una cosa del genere non si sposa bene con l’intento di un Paese come l’Italia di definirsi una democrazia.  Il primo passo per iniziare a cambiare la situazione esistente è rappresentato dalla creazione di una legge che punisca i crimini d’odio e la violenza transfobica.

5) In ambito di tutela lavorativa contro le discriminazioni, l’art. 3 del d. lgs. n 216/2003 sancisce che «[…] non costituiscono atti di discriminazione […] quelle differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse […] all’orientamento sessuale di una persona qualora […] si tratti di caratteristiche che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell’attività medesima.»

Sappiamo di quanti vincoli ci siano per il lavoratore in senso lato e di quante possibilità’ di licenziamento ci sono da parte dei datori e dalle maestranze di lavoro. Parlando di una categoria svantaggiata quale è il transessualismo e di come le persone transessuali vengano licenziate in quanto trans* bisogna munirsi in senso legislativo di tutele più chiare e specifiche. La persona trans* non ha solo il problema dell’accesso ma anche del mantenimento del posto di lavoro in quanto molte/i cominciano la transizione quando sono già inserite nel mondo del lavoro. E in quei casi se non sopraggiunge il licenziamento diretto la persona viene messa nelle condizioni di licenziarsi a causa di pesanti forme di mobbing.

6) Quali sono secondo lei le motivazione che stanno alla base dell’indifferenza della classe politica italiana a non voler colmare questi vuoti legislativi ? È  più un problema culturale o politico?

Cultura e politica vanno di pari passo, alimentandosi a vicenda. Il problema è che in Italia la politica si guarda bene dal trattare e affrontare argomenti che non ripagano elettoralmente. L’esperienza transessuale, come molte altre che potrei citare, sono questioni scivolose nelle quali la politica preferisce non avventurarsi, girando la testa dall’altra parte.
Spesso lì dove vengono concesse delle “briciole”, le istituzioni ci consigliano la massima discrezione per non suscitare ilarità e problemi.
Puntualmente ogni anno arriva l’attacco della Lega e delle destre sul finanziamento minimo che viene dato al nostro consultorio che eroga i suoi servizi a un bacino di 780 utenti.
Sapendo di questi attacchi automatici, non ci aspettiamo più un appoggio dal resto della politica che tende sempre ad adeguarsi, pur di non toccare troppo certi argomenti.

7)Quali eventi e quali strumenti mette a disposizione il MIT per informare ed educare la cittadinanza sul valore dell’esperienza trans* ?

Tutti i nostri servizi sono rivolti sia alle persone transessuali sia alla cittadinanza in generale. A Bologna e nel resto della regione produciamo servizi e cultura. Produrre cultura significa vivere i luoghi in cui si abita.
Con la promozione di eventi come il Festival cinematografico Divergenti cerchiamo di rendere viva la città che abitiamo. Il Festival del cinema trans* è arrivato quest’anno alla sesta edizione e per noi rappresenta un importante strumento per riappropriarci di una cultura svuotata di stereotipi e pregiudizi, di cui essere orgogliosi.

 

 

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