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Gran Torino – Il pregiudizio dei molti

di Lucia Pugliese

Pubblicato il

Quando un uomo è vittima del pregiudizio, è come se vivesse barricato nella mia propria casa. Un appartamento vuoto di calore ed affetto e come unica compagnia un fucile carico: quell’uomo sta in agguato contro tutto ciò che possa avvicinarsi: poco importa che si tratta di persone ostili o di anime di buona volontà. Colui che è vittima del pregiudizio è cieco alla gentilezza e all’affetto.

Così è Walt Kowalsky all’inizio di Gran Torino, pellicola del 2008, magistralmente girata ed interpretata da Clint Eastwood: un uomo anziano e solo, che passa la vita ad odiare tutto ciò che è “diverso”. L’unico suo interesse è la sua auto: una Gran Torino tenuta con le stesse cure che si danno ad un’amante.  Finchè l’incontro/scontro con i vicini, asiatici di etnia Hmong, non lo costringe a rivedere le sue convinzioni sull’idea stessa di diversità.  Perchè proprio in queste persone con gli occhi a mandorla e usanze “strane”, Walt ritroverà valori, speranze e affetti con cui è cresciuto e che la nostra società sembra aver dimenticato. Ma  gli eventi finiscono per precipitare…

Gran Torino è un film che tratta molti argomenti. Può essere letto in molti modi, ma mai superficialmente e per ciascun tema si potrebbe allora scrivere un articolo Qui ci si vuole concentrare sul tema del pregiudizio, quello vinto, sconfitto dagli occhi dolci ed intelligenti di una ragazzina Hmong. Ma anche di quello che permane. Perché per i suoi parenti, Walt siccome è anziano e scorbutico, dev’essere per forza un po’ rimbambito, e incapace di vivere solo. Perché per Walt, il giovane prete dev’essere per forza un ragazzino inesperto delle cose della vita. Perché per i teppistelli di strada, Walt data la sua età, dev’essere per forza un debole, un bersaglio facile. Perchè se sei Hmong, è meglio che non esci con i bianchi.

Certo, non tutti i pregiudizi sono così pesanti. Ma ciò che è davvero pericoloso è il meccanismo che sta dietro al pregiudizio. Un sistema di categorizzazione del reale, che ci permette di organizzare il mondo e le persone secondo un comodo schema : buoni e cattivi, maschi e femmine, bianchi e neri ecc. Basta sapere da che parte ci si trova, e sputare sentenze su chi sta dall’altra parte. Non occorre fare nessuna fatica per conoscere i cinesi, allora, se si già come sono. Non è necessario correre il rischio di attraversare la strada per conoscere i nostri vicini di casa: lo stereotipo ci dice già che tipo di persone sono, il pregiudizio ci fa considerare che sia meglio non mischiarci con certa gente.

Quante volte ci  barrichiamo nelle nostre convinzioni, e non usciamo dal nostro cortile per scoprire se abbiamo ragione o meno E quando vengono a cercarci, ci nascondiamo e carichiamo il fucile. Di cosa abbiamo paura? Dell’ignoto, del diverso, o forse, come sembra suggerirci Clint Eastwood, della vita stessa.  Cosa accade però quando se proviamo ad uscire? Quando proviamo a conoscere prima di giudicare?

Nel farlo si finisce inevitabilmente per  vedere il mondo con occhi nuovi.  Si impara a trovare nuove soluzioni ai problemi,  pensando diversamente. ( Si possono anche assaggiare, come accade a Walt Kowalsky, deliziosi manicaretti di una cucina sconosciuta.. e perché no?) Uscendo dal nostro cantuccio, troviamo ad aspettarci la magia di un mondo ricco e pieno di scoperte: un universo fatto quindi per persone non solo migliori ma indubbiamente, più intelligenti.  

Buona Visione: per appassionarsi, commuoversi e riflettere.

 

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