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La democrazia di Beppe Grillo e il pregiudizio del governo di tutti

di Nicola Dellapasqua

Pubblicato il

La democrazia è la peggior forma  di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. Così parlava Winston Churchill, potendo giudicare in maniera chiara la democrazia anche solo ponendola in relazione alle alternative drammatiche che il suo tempo gli offriva. Pareva logico dunque, di fronte al nazifascismo o al comunismo, avere un’idea ben definita di cosa la democrazia fosse. Oggi il quadro di riferimento è radicalmente cambiato, almeno nel mondo in cui viviamo. Non solo non possiamo più definire come Churchill la democrazia in relazione a qualcos’altro e quindi dobbiamo prenderci la briga di “riempire” questo concetto, ma rischiamo di incorrere in situazioni ben peggiori dal punto di vista pratico. Cioè che, venuta a meno la seconda parte dell’acuta considerazione dello statista inglese, quindi morte e sepolte le alternative, la democrazia rimanga solo la peggiore forma di governo, punto.

Ora sarebbe scontato affermare che in Italia da come minimo qualche lustro di questa peggiore forma di governo ne sappiamo fin troppo, risulta però più interessante chiedersi quale tipo di diagnosi la nostra politica faccia ai problemi della democrazia. Domanda dal quesito complicato, per lo più riservata a scacciare la noia di qualche intellettualoide che ha finito momentaneamente i suoi inutili libri da leggere. Non direi proprio, visto che questa diagnosi dirompente ed allo stesso tempo tranquillizzante nella sua semplicità, pare essere il filo rosso che invisibilmente lega tutti i movimenti politici di successo da tangentopoli ad oggi come minimo. Dunque dal primo Berlusconi a Grillo si istituisce questa semplice equazione acchiappa consenso: la democrazia non funziona bene perché i politici non funzionano bene. Semplice: la macchina va piano perché il pilota non la sa guidare. Non c’è bisogno di perderci il sonno, basta cambiare i piloti. Se non fosse che dopo tangentopoli qualche pilota cambia qualche altro no, qualche altro ancora sembra un nuovo pilota ma non lo è perché aveva preso la patente grazie agli insegnamenti dei vecchi piloti che prendevano le tangenti e accumulavano debito pubblico. Comunque fatto sta che dopo vent’anni, terminata per sfinimento quella grande operazione di marketing che è stata la seconda repubblica  ritorniamo all’equazione di partenza che ci viene riproposta da un movimento, che a sua volta sceglie un comico come megafono-patron. È dai discorsi di questo megafono però che ci si può render conto che l’equazione è leggermente cambiata: la democrazia non funziona perché i politici fanno in modo che il nostro sistema non sia democratico. La modifica del teorema pare poca cosa ma obbliga Grillo e chi rappresenta o si fa rappresentare da lui ad avere un’idea di democrazia. Che anche se implicita, sottratta ad un’aperta discussione e affidata al favore della doxa, è pur sempre un concetto tematizzato, un’idea.

La chiosa dell’articolo 4 del non statuto del m5s recita:Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi”. Nel programma del movimento spiccano proposte come “Referendum sia abrogativi che propositivi senza quorum” , “Obbligatorietà della discussione parlamentare e del voto nominale per le leggi di iniziativa popolare”, “Leggi rese pubbliche on line almeno tre mesi prima delle loro approvazione per ricevere i commenti dei cittadini” ed analisi del nostro sistema politico di questa portata “La Costituzione non è applicata. I partiti si sono sostituiti alla volontà popolare:” Gli indizi sono parecchi e ci confermano tutti l’emergere di una nuova, almeno per i nostri tempi, concezione della democrazia. Nei suoi show lo stesso Grillo compie la non difficile ma acuta operazione di partire dalla denuncia delle storture dell’attuale sistema per affermare sotto forma di doxa questo new deal del termine democrazia. Vale la pena dunque cercare di trasformare da implicita a esplicita quest’idea sulla forma di governo da adottare, che è nel vero senso della parola la madre di tutte le decisioni politiche.

Per prima cosa è opportuno sgomberare il campo da tutte le sacrosante considerazioni sull’onestà e la trasparenza che giustamente vanno richieste a qualunque classe politica. L’onestà e il rispetto delle leggi non sono decisioni politiche ma protocolli di comportamento. Chiedersi quale forma di governo possa essere più adeguata al fine di disincentivare la disonestà è assolutamente legittimo ma sarebbe una madornale confusione credere che un protocollo di comportamenti ,come il rispetto delle leggi o la trasparenza, possa eliminare dalla politica il macigno della decisione. L’onestà non suggerirà mai a nessuno se costruire o meno un inceneritore o se uscire o no dall’euro. Chi pensa il contrario purtroppo per lui ha stimato la vita umana  più semplice di quella che  in pratica è.

Assunto questo dato, appare chiara come la concezione di democrazia introdotta dal m5s si basi sul seguente teorema: le decisioni politiche devono essere frutto della maggiore partecipazione popolare possibile, più ci si avvicina al dato ideale dell’esercizio diretto della sovranità popolare più le decisioni tendono a essere non frutto di un gruppo di potere e quindi tendenzialmente rendono possibile il corretto funzionamento del sistema, che è la vita associata. Dunque, il ricorso a un vecchio concetto come quello della sovranità popolare, che di fatto viene però rivisitato sfondando letteralmente la catena di elaborazione delle decisioni politiche affermatasi nella lunga esperienza della democrazia moderna. Capisaldi di essa, come il concetto di rappresentanza, si trasformano oggi nel fortilizio in cui si trincerebbe la casta: sostenere il contrario inizia a puzzare di nostalgia anti democratica. Così, a poco a poco, un’idea di democrazia va sostituendosi silentemente ad un’altra senza che ce ne se ne renda conto. Si mette in atto un processo sostanzialmente opaco. Si accetta implicitamente l’idea dell’infallibilità del popolo nell’atto di esercitare direttamente la sovranità, di prendere decisioni politiche.  

Così facendo si smette di riflettere sulla vera finalità che dovrebbe orientare la scelta di una determinata forma di governo rispetto ad un’altra: la qualità delle decisioni politiche.

È su questo tema che la discussione sul new deal democratico proposto dal movimento grillino dovrebbe vertere. Questa concezione di decisione presa dal popolo ha trovato sicuramente un periodo di gestazione nell’idea di programma proposto durante la seconda repubblica e sostanziatosi nell’esemplare vicenda del celeberrimo berlusconiano contratto con gli italiani.  Si trattava di un’idea di democrazia che prevedeva il politico come mero esecutore di un programma, sulla base del quale la maggioranza popolare gli aveva affidato il mandato. La fine di quest’avventura era già scritta nel suo inizio: politici che di volta in volta balbettavano spiegazioni sul perché i fatti avvenuti durante i propri mandati non gli avevano permesso di onorare i contratti con gli elettori ed elettori sempre più frustrati da un’idea di partecipazione democratica continuamente disattesa. Ora questa frustrazione viene almeno in parte incanalata da un’aspettativa di partecipazione semi diretta mediante la rete o ancora più stringente grazie a un rapporto tra eletti ed elettori claustrofobicamente circoscritto al programma, così come è concepito nel m5s. Ma nell’ottimismo che la partecipazione sia catalizzata in maniera efficiente e funzionale, il dato problematico sarà capire come una decisione che si fa risultante della volontà della maggioranza della popolazione possa essere qualitativamente migliore della mediocrità. Anche se l’informazione tendesse all’oggettività si è chiamati a decidere su temi che essendo appunto decisioni, oggettivi non possono essere per definizione, non si può razionalizzare un problema che fattualmente ha, non una sola soluzione ma infinite. A ciò si aggiunga l’immane salto di qualità dalla nostra società rispetto a quelle passate nel dimostrarsi infinitamente complessa e impenetrabile. La maggior parte delle decisioni che la politica è chiamata a prendere nella nostra epoca richiedono competenze specialistiche molto approfondite  perché si possa anche solo cercare di calcolarne le ripercussioni sul sistema della vita associata. Questo calcolo per definizione approssimativo delle conseguenze di una scelta non è altro che la responsabilità politica. Ci si chieda come anche solo il cinquantuno per cento di un intero popolo possa avere le competenze per essere responsabile delle sue decisioni. È questo tipo di democrazia, in cui si perde per statuto la bussola della qualità delle decisioni a essere considerata da Churchill la peggiore forma di governo.

Queste considerazioni non possono però bastare. È fondamentale ricordarsi che un’altra concezione di democrazia si è affermata, passando attraverso un secolare processo di esperienze e affinazioni teoriche ed empiriche, fino a garantire all’occidente una prospera era di sviluppo e di civiltà.

All’interno della moderna idea democratica la partecipazione popolare è ben lungi dall’essere quel meschino specchietto per le allodole che Grillo, senza avere completamente torto, descrive nel contesto italiano. Essa è anzi l’arbitro della competizione che deve portare alla designazione dei profili delegati a decidere (essi e solo essi) per la comunità. In questo quadro i partiti devono assumere il compito di catalizzatori di specialisti della decisione, che orienteranno le proprie scelte future sulla base dei principi su cui si costituisce il partito stesso. A questa dimensione procedurale della partecipazione se ne va ad aggiungere poi una seconda a carattere più socializzante, che attraverso i rapporti tra delegati e deleganti, struttura i presupposti e rende responsabile la scelta politica sul sistema della vita associata stessa.

Si tratta quindi di rinverdire un’idea di democrazia che nel suo funzionamento tenda più all’utopia del governo dei migliori rispetto a quella del governo di tutti.

È comprensibile come il lungo incancrenirsi della situazione politica italiana renda più seducente un’idea di democrazia nuova rispetto ad una ristrutturata. La speranza però è che ancora una volta il nostro paese passi la nottata e che l’alba ci porti più miti consigli. Churchill e Platone ce lo augurerebbero.

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4 commenti per “La democrazia di Beppe Grillo e il pregiudizio del governo di tutti

  • Lorenzo ha detto:

    Ah visto che ci sono mi scuso per la mala scrittura di qui sopra, scritto di fretta e senza rileggere le frasi contorte 🙂

    Aggiungo solo che non credo sia così originale la posizione di Grillo anche se ora viene molto montata, diciamo che ha saputo essere al passo coi tempi, ma dubito che possa rappresentare di per sé qualcosa di importante (in fondo è una persona piuttosto comune anche se con un ottimo carisma). Direi piuttosto che ha reso esplicito il peso e le opinioni che molti italiani giovani e vecchi, condividono.

    Ps. simpatica lettura
    http://www.ilpost.it/leonardotondelli/2012/05/20/bernardino-cinque-stelle/

  • Lorenzo ha detto:

    E’ indubbiamente vero che c’è una brama di raggiungere diversi ordinamenti (di fatto anche prima che di diritto), e una speranza di fare le cose, per così dire, direttamente, senza mediazioni. Ma questo desiderio è abbastanza ingannevole, perché di fatto, costantemente siamo dipendenti dalle cose che odiamo tanto e che però ci costringono: lo stato, il denaro e cose varie a cui ci dobbiamo attaccare per rimanere benestanti. Da lì il desiderio di annullarle e di sperare che quelle mediazioni siano inutili, che si può fare la democrazia diretta, si può fare tutto da soli anche nelle società più connesse che siano mai state. Quella immagine utopica di internet e di simili vagheggiamenti informatici è solo il compimento dell’oclocrazia, della massa anonima, una rivoluzione forse, ma brutale e inumana. Ciò che c’è però di vero è la massa brutale e inumana che accede a cose che conosce male e che crede suo sommo diritto di poter utilizzare a piacimento. Questa realtà generale dei nostri tempi non può sfuggire all’ordinamento politico, e il governo dei migliori è solo una chimera, perché è vero il contrario: condizione necessaria per arrivare a governare è non essere i migliori (a meno che per migliori non si intenda, quelli che sanno meglio come funzionano le cose, a quel punto ci va buona la tecnocrazia, ultima parvenza degenerata) e continuamente subire il controllo e l’influenza di qualcosa che è del tutto indipendente dal potere politico (o dal potere umano della decisione). In questo senso credo che il potere politico inteso nel senso che vollero i teorici dell’età moderna sia desueto e irrealizzabile in questo mondo, e ritengo che almeno questo l’abbia capito bene Grillo, forse più dei residui di altri costumi che tu richiami (magari costituzionali, ma ci aggiungerei anche fascisti e comunisti e tutto ciò che è oramai “vecchio”), quando si limita a ridurre la portata politica al fare qualcosa di buono per i cittadini (qualcosa che a loro piace), entro un utopia futura di lenta morte (ma felice), prima delle apocalissi. Non c’è più spazio per la potenza nella politica, perché il vero ordine che vige è altrove e non le appartiene più.

    Ps. Credo, stando alla conoscenza delle opere che ho letto, che Platone stenterebbe a riconoscere quelli che noi chiamiamo stati come luoghi per uomini politici. Tra gli uomini nulla di ciò che lui poté auspicare ed amare è sopravvissuto al tempo, dunque è necessario essere sinceri e lasciare che Platone riposi con uomini migliori (loro sì) come furono gli ioni.

  • Lorenzo ha detto:

    Un’analisi molto interessante. Ma anche in un’ottica di tendenza al “governo dei migliori” è pensabile che siano veramente “tendenzialmente migliori” a risalire fino alle più alte cariche del partito e quindi ad ambire a un ruolo primario di governo?
    Cioè il partito può essere un mezzo efficiente per selezionare governanti “di qualità”?

    • Nicola Dellapasqua ha detto:

      ciao lorenzo, scusa i tempi biblici che ho lasciato passare prima di rispondere. credo che in nessuna delle 2 concezioni di democrazia prese in esame nell’articolo i partiti divengano inutili o quantomeno non necessari. in un sistema che tende a quello che qui ho chiamato governo di tutti essi si organizzano sulla base di decisioni e “ricette” condivise da un’ampia parte della popolazione e si adoperano per ampliare i consensi e far prevalere quindi la propria pars. questi partiti/movimenti non sono molto diversi da partiti della prima repubblica italiana, con l’unica variabile che sicuramente sarà una più strutturata e capillare consultazione dei militanti al momento di elaborare decisioni politiche, essendo ottimisti. Nella seconda concezione trattata, che poi è nello specifico il tentativo di risposta alla tua domanda, i partiti sono funzionali al carattere prettamente procedurale della democrazia. essi non devono elaborare decisioni politiche e gli elettori non dovrebbero chiedegliele se non a livello di principi. quindi nella pratica i nostri partiti dovrebbero ristrutturarsi cercando di divenire più apparati di selezione e formazione di classe politica che centri di “potere”-decisione. è ragionevole che questo succeda? no e si. no perchè difficilmente si rinuncia alla possibilità di esercitare un ruolo d’influenza sulle decisioni politiche per trasformarsi in un comitato elettorale semipermanente. si perchè da 20 anni in italia i partiti sono corresponsabili nel portare avanti la peggior politica ovvero decidere di non decidere nulla. un sistema politico che non mette in condizione che governa di prendere decisioni è destinato mutare profondamente perchè non assolve alle sue funzioni. quindi si lo spazio per costruire qualcosa di diverso c’è, il punto sta nel costruire un sistema che funzioni e un sistema democratico-procedurale sotto questo punto di vista offre ampie garanzie. bisogna anche riflettere sul fatto che però i partiti (e anche i movimenti stellati) costruiscono l’offerta politica con più di un occhio alla domanda. il motore del cambiamento è sempre l’elettorato finchè ci sono le elezioni! se si smettono di premiare i programmi iperbolici e le soluzioni in tasca o gli uomini della provvidenza e se si inizia a strutturare la domanda elettorale cercando non la decisione politica alle urne ma le persone più adeguate a decidere per noi. allora i partiti combieranno di conseguenza e la cartina di torna sole di questa processo sarà l’apertura alla società civile e la scalabilità.

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