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My name is Bond, Eurobond

di Simone Benazzo

Pubblicato il

Alle medie chiedevo spesso spiccioli all’intervallo per comprare le merendine alle macchinette. All’inzio i miei compagni si fidavano, ma col tempo divennero restii a concedermi il prestito a causa della mia prolungata insolvenza. Questo nonostante promettessi di restiture tutto assieme a qualcosina in più per il disturbo. Poi presi l’abitudine di farmi accompagnare nella mia questua da Paolo, il mio compagno più simpatico e affidabile, in modo che garantisse per me nella speranza di risultare più convincente.

Sembra la storia della mia vita, ma in realtà questo è il meccanismo di garanzia che sta alla base di un’idea invocata da più parti come soluzione alla crisi finanziaria di alcuni Paesi dell’Unione Europea: gli Eurobond.

Prima di invocare una possibile soluzione, ricordiamo le caratteristiche del problema. Per finanziare la spesa pubblica, gli Stati emettono obbligazioni (in Italia esse si chiamano Cct, Bot, Btp), cioè cercano soldi sul mercato finanziario. Chiedono prestiti agli investitori privati, soldi che verranno (forse) restituiti. E perché gli investitori prestano il loro denaro? Perché fino a quando i soldi prestati non vengono restituiti, essi incassano periodicamente un certo interesse (le cedole di rendimento). Più lo Stato ha possibilità di ridare quei soldi, più basso sarà l’interesse che assicura.

L’interesse è calcolato in base a quanto si ritiene uno Stato affidabile nel garantire agli investitori che i loro soldi ritorneranno, rimpinguati dall’interesse promesso. Promessa la cui affidabilità dipende dalla situazione economica dello Stato in questione.

Il famigerato spread  è un giudizio sulla stabilità del sistema economico nazionale: serve a determinare quanto devono essere esagerate queste promesse e misura il tasso d’interesse, calcolato in percentuale, che dev’essere offerto per convincere gli investitori. L’interesse da garantire viene calcolato in rapporto a quello assicurato dal Paese più affidabile dell’Eurozona, la Germania. Spread significa semplicemente “differenza”: la differenza tra il tasso d’interesse delle obbligazioni statali più affidabili (i Bund tedeschi) e quello che lo Stato in questione deve garantire per far risultare appetibili le sue obbligazioni.

In pratica, se una persona vuole investire 100 euro può farlo comprando obbligazioni tedesche o italiane. Al momento, lo spread tra Italia e Germania è di circa 400 punti, cioè del 4%. La probabilità di riavere i soldi comprando le obbligazioni italiane è inferiore, ma l’interesse incassato è più alto (6 euro). Comprando quelle tedesche, di fronte al minor rischio di perdere i propri soldi, ci si trova però in tasca un interesse più basso (2 euro). Il rischio di perdere tutto può trasformarsi nella possibilità di guadagnare tanto, mentre la certezza di non perdere nulla garantisce la  sicurezza di guadagnare poco. 

Se uno Stato non ha più la possibilità pratica di pagare almeno gli interessi, tecnicamente si dice che è insolvente. La conseguenza logica è che, impossibilitato ad ottenere denaro, andrà verso il fallimento finanziario, il default.Il problema è: se alcuni stati dell’Unione Europea (i cosidetti Piigs: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) fallissero, le conseguenza potrebbero essere devastanti. C’è chi ipotizza il fallimento a catena di tutti gli altri Stati dell’Unione e quindi, in definitiva, dell’Ue in toto. Non proprio uno scenario auspicabile.

E qui entrano in gioco gli Eurobond. Vediamo cosa sono e quali ostacoli presenta la loro emissione. Gli Eurobond sarebbero obbligazioni emesse dai tutti i paesi dell’Eurozona, dipendenti quindi dalla solidità dell’economia europea. Gli investitori sarebbero rassicurati dalla presenza di Stati virtuosi, che garantirebbero per gli Stati spendaccioni, evitando che tassi d’interesse elevati strangolino le loro economie.

L’ostacolo principale alla creazione degli Eurobond è convincere i Paesi con un’economia solida, un debito pubblico basso e un Pil in (lieve) crescita a farsi carico dei debiti pubblici degli Stati sull’orlo del default. In questi Paesi c’è una forte pressione politica a non accettare gli Eurobond, sostenuta in alcuni Stati (Olanda e Finlandia) dall’antieuropeismo della destra populista.

Ma gli Eurobond si rivelerebbero utili solo se “solidali”: nel 2011 l’agenzia di rating Standard & Poor’s, infatti, ha ribadito che eventuali Eurobond “a  garanzia limitata” (Eurobond dove gli Stati garantiscono quote diverse, a seconda della solidità della loro economia) godrebbero dell’affidabilità del membro più a rischio. Situazione sostanzialmente immutata: Eurobond con una quota, anche minima, appartenente ad uno dei Piigs sarebbero carta straccia. Ciò perché, si ritiene, uno Stato penserebbe comunque a cercare di pagare prima i propri debiti individuali, anziché la sua quota di Eurobond.

Di Eurobond sono stati proposti vari modelli, ma tutta la questione gira attorno allincapacità della Ue di rappresentare più di una semplice somma di Stati. Se non accompagnata dall’unione politica, l’unione monetaria è una spada di Damocle sopra la testa degli Stati europei. Fin quando saremo italiani che vivono in Europa e non europei che vivono in Italia, il sogno di Adenauer, Schuman e De Gasperi continuerà a rimanere un’utopia. Nel frattempo i maiali prima, gli altri Stati dopo, avranno dichiarato default.

(Questo articolo è scritto per iniziare all’argomento chi fosse totalmente digiuno dell’argomento. Per un approfondimento rimando all’ottimo articolo di Giacomo  Mariotti, sempre su Dissonanze)

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2 commenti per “My name is Bond, Eurobond

  • Giacomo Mariotti ha detto:

    Ciao Simone!

    Bell’articolo e grazie per la citazione.. In effetti i due assieme si completano davvero bene!

    Ciao,
    Giacomo

  • B. roberto ha detto:

    Bell’articolo, soprattutto perchè scritto da uno che, per gestione economica, non ha mai brillato.
    Forse è per questo che rende bene l’idea.

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