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Tossicodipendenza e reinserimento socio-lavorativo: quando curarsi non basta

di Stefano Rasponi

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La psicologia insegna che il pregiudizio è un’opinione preconcetta, concepita non per conoscenza diretta ma in base alle opinioni comuni o alle voci. Tale opinione deriva dallo stereotipo, una scorciatoia mentale non basata sulla conoscenza di tipo scientifico di un fatto, di una persona o di un gruppo sociale, ma derivante da una valutazione che spesso si rivela rigida e non corretta: essa può aiutarci a classificare qualcuno o qualcosa di sconosciuto rendendolo più familiare e meno inquietante per la nostra mente.

Il pregiudizio può tradursi in atteggiamenti ostili, soprattutto verso gruppi diversi dal nostro o considerati devianti rispetto alle norme sociali: è quindi reale il pericolo che l’atteggiamento pregiudicante porti all’emarginazione e all’etichettamento delle minoranze (immigrati, senza tetto, omosessuali, ecc…). 

Un pregiudizio molto diffuso è quello verso persone che nella loro vita hanno avuto problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti: preconcetti che diventano ostacoli per il loro reinserimento sociale e lavorativo.

La tossicodipendenza è un problema sociale sempre più diffuso e di difficile lettura. Mentre in passato l’uso e l’abuso di droghe erano legati a gruppi sociali ai margini della società, oggi c’è una sorta di “normalità patologica” che interessa ogni classe sociale. Questo ha messo letteralmente in ginocchio i servizi di cura, che sembrano non essere in grado di adattarsi a cambiamenti così repentini, indirizzando la propria offerta esclusivamente ai vecchi tipi di utenza.

Gli interventi dei Servizi pubblici per le tossicodipendenze (Sert) e di altre agenzie, infatti, sono diretti solo a soggetti socio-economicamente emarginati, risultando inefficaci per gran parte dei nuovi consumatori che si distribuiscono in maniera trasversale all’interno del tessuto sociale. Questa situazione è preoccupante perché un apparato di politiche così arretrato diventa un ostacolo per il reinserimento socio-lavorativo oltre che per la cura dell’utente.

In Europa sono state varate numerose riforme per tentare di agevolare il reinserimento lavorativo delle persone che hanno avuto problemi di dipendenza da sostanze stupefacienti: in Italia la legge di riferimento in quest’ambito è la 328/2000 che ha interessato tutto il sistema di welfare con la creazione de Piani di zona e la definizione dei livelli essenziali di assistenza.

La riforma nel nostro Paese è stata però attuata solo in parte a causa delle difficoltà economiche e delle correzioni legislative degli anni successivi: la conseguenza è una situazione di profonda arretratezza rispetto a gran parte degli Stati europei per quanto concerne le politiche sociali, comprese quelle relative al reinserimento socio-lavorativo degli ex tossicodipendenti.

Il diritto al lavoro, oltre ad essere scrarsamente garantito dal punto di vista legislativo e organizzativo da parte di Stato e servizi, è violato dai datori di lavoro quando preferiscono non assumere ex tossicodipendenti. Questa situazione si ripercuote negativamente sia sul disoccupato – che troverebbe nel lavoro un importante mezzo di empowerment e reinserimento sociale – sia sullo Stato, che vede aggravarsi le difficoltà di contenimento e riduzione del disagio sociale.

La dipendenza da sostanze stupefacienti è da considerarsi frutto di una forte situazione di disagio personale, spesso legata a problemi psichici: chi riesce a superarla lo fa attraversando estenuanti iter terapeutici che spesso per essere efficaci isolano l’individuo dalla società civile. Proprio per questo il sostegno delle Comunità terapeutiche e dei servizi non è sufficiente se una volta concluso il percorso riabilitativo il soggetto viene scoraggiato da una società che invece di offrigli possibilità per il futuro lo discrimina per il suo passato.

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