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Italiani, pizza e mandolino

di Luca Rasponi

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Gli italiani all’estero continuano ad aumentare. Sono sempre più i nostri connazionali che scelgono di cercare fortuna oltre i confini del nostri Paese, come spiega nel VII Rapporto sugli italiani nel mondo la Fondazione Migrantes della Cei. Ma come se la passano i nostri connazionali oltre confine? E soprattutto, qual è il loro rapporto con la madrepatria? Sono orgogliosi di essere italiani o vittime di pregiudizi derivanti dalla loro provenienza?

Nel suo Rapporto, la Fondazione Migrantes spiega che al 1° gennaio 2012 gli italiani residenti all’estero risultano essere aumentati di 90mila unità rispetto al 2011, per un totale di circa 4 milioni e 200mila persone (pari al 6,9% della popolazione italiana attuale). Dati, spiegano gli autori della ricerca, «approssimati per difetto, perché non è possibile registrare tutti quelli che continuano ad emigrare. Sono numerosi, infatti, i giovani che lasciano alle loro spalle una situazione di precarietà e si recano all’estero (talvolta con ripetuti spostamenti e senza un progetto definitivo), facendo perno per lo più sulle reti familiari».

L’emigrazione degli italiani non è certo una novità: nell’ultimo secolo e mezzo sono milioni le persone che hanno lasciato il Bel Paese per andare a vivere altrove. La nostra presenza un po’ in tutto il mondo ha dato vita a una serie di luoghi comuni e stereotipi sull’italianità, ma anche a numerosi punti di merito.

Il Rapporto della Fondazione Migrantes cita alcuni esempi storici, come la costruzione della ferrovia più alta d’Europa: il 1° agosto 1912 veniva infatti completata la stazione dello Jungfraujoch (3.454 metri sulle Alpi di Berna) con il contributo fondamentale della manodopera italiana. I nostri connazionali coinvolti in quell’opera momumentale furono infatti oltre 45mila (più di metà del totale), con un bilancio finale di 30 vittime. Un ricordo del passato? Nient’affatto, dal momento che solo nel 2011 la ferrovia ha attirato in Svizzera 765.000 turisti.

Anche in Germania, a Wolfsburg, il contributo italiano all’industrializzazione è stato decisivo. Arrivati per lavorare alla Volkswagen, gli immigrati italiani hanno partecipato allo sviluppo complessivo della città con un ruolo riconosciuto oggi dagli stessi tedeschi. «L’emigrazione è stata una scuola di internazionalismo e fratellanza fra i popoli, fatta da minoranze che non vanno dimenticate ma esaltate, perché hanno conquistato nuovi orizzonti morali che superano i nazionalismi» (Peter Kammerer, docente all’Università di Urbino, al convegno Il ruolo dell’emigrazione italiana nell’unità nazionale).

Ma all’estero la parola italiano non è sempre sinonimo di orgoglio, anzi. Stereotipi e pregiudizi che i nostri connazionali emigrati all’estero sono costretti a fronteggiare quotidianamente sono altrettanto numerosi, o forse di più. Ci sono quelli ormai superati, come quello secondo cui gli italiani sono poveri, che tuttavia ha origini storiche ben precise, se è vero che «nel 1971, nei block newyorkesi di Mulberry Street e Bayard Street, il famoso fotoreporter Jacob Riis contò 1.324 italiani ammucchiati in 132 stanze».

Anche la Germania, destinazione di tanti emigranti italiani, non ha risparmiato nei confronti del nostro Paese qualche dardo avvelenato. Celebre in questo senso la copertina del 1977 di Der Spiegel (prima foto dell’articolo), che in una sola immagine sintetizza alla perfezione la fama di mafiosi che spesso accompagna gli italiani all’estero. Il maggior settimanale tedesco ci ha fatto sapere cosa pensa dell’Italia anche più recentemente, sia in occasione dei Mondiali 2006 che dopo il naufragio della Costa Concordia.

Dalla Germania arriva anche il dispregiativo soprannome spaghettifresser (mangiaspaghetti), mentre gli immigrati italiani del secondo dopoguerra in Francia erano chiamati ritals, come racconta il documentario di Sophie e Anna Lisa Chiarello Ritals – Domani me ne vado (2011). Nel corso della Seconda Guerra Mondiale gli italiani emigrati negli Stati Uniti erano indicati addirittura come nemici della patria e parlare la nostra lingua era considerato un crimine.

Tornando al presente, il Rapporto della Fondazione Migrantes sottolinea come l’orgoglio italiano  in questo momento sia legato soprattutto alle quattro “A” del made in Italy: abbigliamento, automobile, arredamento e alimentazione. Tiene anche la cultura, nonostante nell’Index Translationum dell’Unesco non sia presente alcun italiano tra i 50 autori più tradotti in un’altra lingua. In calo invece l’interesse per l’Italia in altri settori sia da parte di chi risiede all’estero che dei nostri stessi concittadini: interrogati su cosa li rende orgogliosi del proprio Paese, gli italiani non citano infatti uomini politici, leggi o università.

Molti dei pregiudizi e dei motivi d’orgoglio elencati farebbero pensare a una staticità tendente al declino dell’italianità nel mondo. Non mancano però i segnali positivi. Uno in particolare è degno di nota: una ricerca dell’Università di Missouri-Columbia, infatti, sfata lo stereotipo dell’italiano maschilista e all’antica, almeno rispetto all’uomo statunitense. Certo, la società italiana nel suo complesso rimane ancora fortemente maschilista, ma la progressiva presa di coscienza del problema alla base dello stereotipo è il primo passo per capire quel luogo comune e superarlo. E come questo, tutti gli altri.

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2 commenti per “Italiani, pizza e mandolino

  • Nico ha detto:

    Leggere questo articolo da italiano in questo momento all’estero fa pensare. Ci sarebbe molto da dire, di sicuro una cosa di cui sono orgoglioso è l’istruzione che ho ricevuto nella mia Università, pur con tutti i suoi difetti, le sue difficoltà e le poche risorse. La preparazione di noi italiani non ha nulla da invidiare a quella di chi esce da un’università che si paga anche 20 volte di più della nostra pubblica. Per quanto riguarda come siamo visti noi italiani la sensazione è spesso quella di essere colui che nella propria patria “ha tutto” ma non riesce a trarne vantaggio. Una cosa è certa: il sogno di tutti, o quasi, è l’Italia, e per più di un motivo. Lavorarci però la risposta è una, “no, grazie, non ora”.

    • Luca Rasponi ha detto:

      Quello che dici è interessante e niente affatto scontato Nico, perché si sentono spesso paragoni tra l’istruzione italiana e quella estera fatti senza reale cognizione di causa.
      Fa piacere sapere che nonostante tagli alle risorse e riforme non troppo azzeccate la nostra Università continui a tenere il passo di quelle straniere: speriamo che il trend si mantenga almeno stabile nei prossimi anni per non perdere questo patrimonio educativo, culturale e – elemento fondamentale – pubblico.
      La sensazione di un Paese con tante potenzialità inespresse o inesprimibili a causa di lacci e compromissioni di ogni genere la ritengo rispondente al vero, dato che la si percepisce anche qua. Probabilmente anch’io se vivessi all’estero eviterei di addentrarmi nel guazzabuglio assoluto che è l’Italia attuale.

      ps: già in tempi non sospetti volevo proporti di scrivere un blog o una rubrica per noi dagli Usa per offrirci un quadro della tua vita là… che dici, pensi di avere tempo, voglia e possibilità di farlo?

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