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Dio è morto tra gli operai di Brecht e quelli odierni

di Gabriele Catani

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 Un tuffo nel passato che ci ricorda il nostro presente.  Questo è ciò che Ronconi ha fatto presentando dal 28 febbraio al 5 aprile al Teatro Grassi la sua versione di “Santa Giovanna dei macelli” di Bertolt Brecht. In coproduzione con il Maly Theatre di Mosca e realizzato con la collaborazione del Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano, lo spettacolo possiede elementi interessanti: l’uso di materiale cinematografico, la proiezione su uno schermo della controscena degli attori impegnati sul proscenio, una gru che sostiene a mezz’aria i personaggi. L’imprenditorialità fallita dei malvagi fabbricanti di carne in scatola è risolta inscatolando gli stessi fabbricanti nel loro prodotto, la disciplina e il rigore morale dei Cappelli neri vestendoli con divise stirate e impeccabili. Sono i più miserabili, gli operai dei macelli, a fare le spese delle decisioni dei loro padroni, i quali dentro le loro scatole sentenziano e si contorcono, preoccupati dell’impietosa legge del mercato. È una messa in scena del dire e non dire, dei cambiamenti di pensiero. Giovanna l’idealista, interpretata da una bravissima Maria Paiato, dapprima disprezza la bassezza d’animo degli operai poi finisce per innamorarsi della loro condizione e mantiene un rapporto strano con Mauler, un intensissimo Paolo Pierobon, il magnate più sagace e il personaggio più ambiguo, diviso fra una bontà d’animo che più volte desta sospetti e una fulminante capacità di applicare i consigli per gli investimenti che arrivano da New York. Un tema principale l’ambiguità, in questa rappresentazione ironica e grottesca dei ruoli sociali, ed è lo stesso Mauler, quasi psicanalizzandosi, a dirlo: “Uomo, due sono le anime, e tutt’e due portarle devi”. L’angoscia che prorompe dal palcoscenico invade il teatro, si aggrappa agli occhi degli spettatori: gli operai disoccupati ricordano la disoccupazione odierna, i fabbricanti gli avidi speculatori contemporanei, i Cappelli Neri una Chiesa attaccata al denaro che cerca di offrire consolazione senza riuscirvi. Lo spettatore, in pieno stile brechtiano, non si identifica nei personaggi, tutti un po’ buoni e un po’ cattivi, ma piuttosto osserva passivamente l’incepparsi della macchina capitalistica, della società dei consumi: è impotente dinanzi alla miseria, all’ipocrisia, allo squallore dei potenti, al dio denaro che controlla la vita di tutti. Ronconi convince e fa sprigionare tutto il potenziale dell’opera evidenziandone i temi principali: l’alleanza fra religione e potere, l’ambiguità umana, la morte sul lavoro, il capitalismo, la fame. Eccellente l’interpretazione di tutto il cast, dalla forte carica emotiva, anche se lo spettacolo, nonostante i doverosi tagli al testo originale, risulta talvolta un po’appesantito dai lunghi monologhi. 

E il nostro presente, quello degli operai italiani? Qualche giorno fa sono andato a scrivere su Google parole chiave come “incidenti sul lavoro” o “morte sul lavoro” e ciò che ho trovato è stato sconcertante: tanti giornali, sia nazionali che locali, riportavano notizie simili, caricate in rete poche ore o pochi giorni prima. La provincia di Brescia detiene il triste record del maggior numero di morti bianche. I dati riportati dal Corriere della Sera: “61 infortuni mortali nel 2011 in Lombardia di cui 11 nel bresciano, 59 in tutta la Regione nel 2010, 9 in provincia”. Si legge poi che gli incidenti mortali sono diminuiti ma solo perché le ore lavorative, a causa della crisi, sono diminuite. Il calo degli incidenti è registrato anche da Repubblica, in cui si legge, in un articolo di un mese fa, che c’è stata una diminuzione degli incidenti dal 2011 al 2010 del 6,4% e i casi mortali segnano una decrescita del – 4,4%. Tuttavia questo è un quadro all’interno della crisi, che ha contratto l’occupazione. E se non ci fosse la crisi? Il tasso di incidenti rimarrebbe lo stesso di quello prima del 2008? Non dobbiamo dimenticare i grandi passi avanti fatti nel campo dei diritti dei lavoratori e in quello delle misure di sicurezza ma la morte è sempre in agguato e guardare al passato potrebbe spingerci a migliorare il nostro presente, non accettare passivamente ma proporre attivamente nuove contromisure per rendere più sicuro il proprio lavoro. Fra gli operai uccisi dalla loro fatica “Dio è morto ma poi risorge”, dice una canzone, risorge la speranza di un cambiamento.

 

 

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