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Giovani avvocati, quale futuro?

di Filippo Urbini

Pubblicato il

Sono due le fasce di popolazione che risultano maggiormente colpite dalla crisi economica: i giovani e le donne. I dati dicono che in Italia circa il 46,1% delle donne non ha un’occupazione, mentre il 35,9% dei giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni non lavora o non studia. Il mondo delle libere professioni non è esente da questo trend negativo: in particolare la situazione dei giovani avvocati risulta essere più critica di quella dei loro colleghi commercialisti.

All’inaugurazione dell’Anno giudiziario, il primo presidente della Cassazione Ernesto Lupo ha riassunto la situazione della giustizia italiana come una realtà con troppi detenuti, troppi processi e troppi avvocati. L’Italia detiene il record mondiale per numero di avvocati, che sono ben 240 mila contro i 125 mila della Francia e i 150 mila della Germania. Cifre da capogiro, sintomatici del forte appeal che la professione continua a esercitare nonostante il mito dell’avvocato prestigioso e ben remunerato sia stato sconfessato dalla triste verità dei numeri.

I dati della Cassa forense parlano chiaro: i giovani togati di età compresa tra i 24 e i 35 anni guadagnano una media di 19mila euro l’anno, che calano a poco più di 15mila per le donne. Somme su cui poi dovranno essere pagate le tasse, l’assicurazione professionale e le spese. Stando ai dati del 2008 risulta inoltre una discrepanza di circa 144 mila professionisti iscritti all’Albo degli avvocati ma non alla Cassa Forense.

Questo perché l’iscrizione alla Cassa Forense è obbligatoria solo se il professionista «produce un reddito od un volume d’affari di importo maggiore o uguale al limite minimo stabilito per quell’anno dal Comitato dei Delegati per la prova dell’esercizio continuativo della professione» (che per il 2012 è fissato in euro 10.300 per il minimo IRPEF e euro 15.300 per il minimo Iva).

Nel 2008, quindi, il 26% degli avvocati iscritti all’Albo non raggiungeva la soglia minima per l’obbligatorietà dell’iscrizione alla Cassa, in un contesto in cui si registra una crisi dell’avvocato medio e che il 35% del reddito della categoria è prodotto da 15% dei legali.

A rimetterci maggiormente in questa sconfortante situazione sono i giovani neolaureati di Giurisprudenza, pronti ad entrare nel mercato del lavoro. Una volta terminato il percorso universitario si aprono solitamente tre vie, tra loro sovrapponibili: la pratica professionale, le scuole forensi e le scuole di specializzazione.

La pratica professionale permette al giovane avvocato di applicare concretamente quanto studiato nel percorso accademico con un approccio funzionale alla futura attività lavorativa. Lo svolgimento della pratica è inoltre una condizione necessaria per poter sostenere l’esame di Stato e conseguire l’abilitazione per esercitare la professione. Svolgere un periodo di praticantato può essere occasione di forte crescita e formazione: esistono tuttavia delle zone d’ombra che spesso costituiscono una barriera all’ingresso per l’esercizio dell’attività.

Innanzitutto i giovani praticanti sono spesso impiegati senza un regolare contratto di lavoro, in una situazione meno favorevole rispetto a
quella di stagisti e lavoratori “atipici”. Inoltre l’attività svolta dal praticante non è remunerata o è retribuita con un rimborso spese insufficiente a garantire l’indipendenza economica. Di conseguenza i giovani che non possono contare sull’aiuto economico della famiglia vedono preclusa la possibilità di svolgere la professione. Da una ricerca condotta da Ires nell’Aprile 2011 intitolata “Professionisti: a quali condizioni? ” si evidenzia come “per un intervistato su tre il praticantato/tirocinio non offre alcuna reale opportunità formativa”. Inoltre i praticanti risultano essere “altamente insoddisfatti su numerosi aspetti che riguardano la loro esperienza di praticantato/formativa, a cominciare dal trattamento economico (il 91,6% ha dichiarato un livello “basso” o “medio-basso” di soddisfazione), nella conciliazione tra la vita lavorativa e quella privata (74,4%), nelle prospettive di lavoro e di carriera (61,1%), nell’orario di lavoro (59,7%), nel carico di lavoro (58,2%), nel riconoscimento delle competenze (56,2%) e nel loro sviluppo (43,1%)”.

In alternativa, i neolaureati possono scegliere di frequentare le Scuole forensi (organizzate dagli Ordini degli Avvocati in base alle indicazioni del Consiglio Nazionale Forense) oppure le scuole di specializzazione, introdotte nel 1999 e operative dall’anno accademico 2001/2002 sul modello delle Law Schools americane.

Molto spesso, però, i neolaureati si iscrivono a questi corsi per poter “scontare” un anno di pratica e ottenere un titolo d’accesso al concorso di magistratura. Anche in questo caso, in molti hanno sollevato perplessità sull’efficacia dell’approfondimento offerto da queste scuole e sull’opportunità che un giovane sostenga ulteriori spese formative dopo cinque anni di Università.

All’interno di un quadro così negativo, il Testo Unico dell’apprendistato (d.lgs 167/2011) ha introdotto la possibilità di stipulare un contratto di alta formazione e ricerca per il praticantato che dà accesso alle professioni ordinistiche. Da questa norma potranno ottenere benefici sia il praticante che il datore di lavoro. Il primo avrà un piano formativo ben delineato, volto a conseguire competenze effettive evitando attività non attinenti alla professione. Il giovane laureato potrà inoltre contare su una forma di retribuzione che garantisca una parziale indipendenza economica. Il datore di lavoro, invece, beneficerà di un risparmio consistente garantito dalla retribuzione ridotta (il praticante può essere inquadrato fino a due livelli inferiori rispetto alle mansioni svolte) e dall’obbligo di versare i contributi minimi.

 

Fonti:

Angelo Santamaria, Dalle facoltà di giurisprudenza al mercato del lavoro, Bollettino speciale Adapt

Gaia Gioli, Il problema delle professioni legali: la formazione, Bollettino speciale Adapt

Almalaurea, marzo 2012 Condizione occupazionale dei laureati

Osservatorio permanente giovani avvocati, 2010 Giovani avvocati. Così, altrove o altrimenti?

Patrizia Maciocchi,  Avvocati: poco lavoro e mal pagato, Il Sole24 Ore 29 febbraio 2012

QN, 27 gennaio 2012, Per i giovani legali non c’è mercato. Ma la riforma allarga le maglie

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Un commento per “Giovani avvocati, quale futuro?

  • Anonimo ha detto:

    Questi politici e burocrati ancora non hanno minimamente capito della realtà scadente che vi è dietro il mondo forense dove giovani avvocati cercano si scavalcare barriere illimitate che i colleghi più vecchi hanno messo per garantirsi i propri giri di affari!

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