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Bilanci, Ma quale lavoro?

di Edoardo Gazzoni

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Negli ultimi tempi, più che giustamente, si parla molto di lavoro: riforma del lavoro, posticipo dei pensionamenti, disoccupazione giovanile, soprattutto in meridione. Quello che si sente, anche da parte dei cosiddetti “esperti”, lascia però l’amaro in bocca della chiacchiera da bar su un argomento che meriterebbe più serietà e delle analisi che vadano al di là dello slogan o della difesa di posizioni precostituite e ideologiche.

Se anni fa il mantra era quello della maggiore flessibilità, da parte dei tifosi del liberismo più sfrenato, secondo cui se non prendi l’estrema insicurezza del “contratto” a termine o dello stage (che spesso è solo la maschera dello sfruttamento legalizzato), non è perché stai venendo travolto dalle forze di un mercato sempre più lontano dalle persone, ma perchè non sei psicologicamente pronto a cogliere le fantastiche occasioni che la società post-moderna ti offre.

Questa lettura, data per la prima volta da Slavoj Zizek, nel suo provocatorio testo: “Contro i diritti umani” si rifà al processo di colpevolizzazione derivato dalla visione psicoanalitica di Lacan con cui sono state rielaborate le tesi marxiane in tutto il secondo 900. A questi si contrapponevano gli epigoni (spesso in cachemire, e molto pochi a dire il vero) del ritorno alla scala mobile; questa operazione, attiva in Italia tra il 1975 e il 1984, che tecnicamente si chiama indennità di contingenza, consiste nella indicizzazione dei salari in rapporto all’inflazione secondo un indice dei prezzi al consumo. L’idea è carina, ed effettivamente nel breve periodo ridona potere di acquisto al ceto medio e basso, ma ha un però: crea un circolo vizioso di inflazione crescente (motivo per cui è stata abolita dai governi Craxi e Amato) oggi insostenibile per un paese dell’Unione Europea e dunque inutile da proporre, vista anche la linea dell’Euro forte sul Dollaro, a mio parere immotivata visto che l’economia europea non è più forte di quella Made in Usa e che porta a penalizzare le esportazioni.

Oggi invece la battaglia si gioca sul mantenimento o meno dell’articolo 18, con toni che sono più vicini alla questione di principio che non all’analisi economica: se da una parte i sindacati lo rivendicano come una conquista di civiltà, uno scudo che protegge i dipendenti dalle angherie di spietati “padroni”; dall’altra confindustria sostiene che l’eliminazione di tale articolo andrebbe ad agevolare la flessibilità contrattuale e dunque, a parer loro, a implementare la voglia del piccolo imprenditore (nerbo dell’industria italiana) di assumere, non sentendosi più costretto a briglie contrattuali vessatorie nel caso decida di licenziare. Quel che stupisce è come, nel giro di appena un paio d’anni, tutti i discorsi sul Co.co.co. , ora Co.co.pro e i famigerati “ragazzi dei call center” siano spariti, dimenticati dal cambio di scena politica e quindi dall’interesse della tribuna mediatica. Quel che resta è che nelle trasmissioni televisive, che volenti o nolenti sono ancora i principali luoghi di formazione dell’opinione pubblica e dunque anche i più importanti momenti di orientamento del voto del paese (è vero, internet sta avanzando, ma siamo lontani dall’influenza che ha in Usa unitamente alle radio libere), i diretti interessati, i lavoratori o anche i disoccupati, hanno poca o nessuna voce e questa è, spesso, strumentalizzata.

A parlare, paradossalmente, è quasi sempre gente che un lavoro ce l’ha e di solito anche retribuito niente male: esperti, politici, sindacalisti, alcuni veri e propri ospiti fissi nei vari talk show (si pensi al caso Polverini, sbocciata politicamente grazie a Ballarò).

Che fare dunque?

La prospettiva più in voga per molti resta emigrare: sono 4.115.235 gli italiani all’estero (dati relativi al 2011 ndr),secondo l’ultimo rapporto “Italiani nel mondo” della fondazione Migrantes; 90.000 inpiù dell’anno precedente e sempre più giovani, anche se circa 60.000vivono all’estero come studenti universitari o partecipanti del programma Erasmus. Sempre più spesso però, questa strada si rivela non facile: da una parte a causa delle implicazioni umane e personali che comporta e dall’altra perché se è vero che le alte specializzazioni trovano ancora posto all’estero, la crisi morde, e forte, anche negli altri paesi: emblematico il caso della Spagna che per 10 anni è stata la meta preferita di chi, tra i 25 e i 35 anni, cercava un’alternativa al precariato italiano. Oggi basta leggere qualche intervento sui blog dedicati al fenomeno per capire che l’aria è cambiata e che l’idea dell’andare a cercar fortuna si rivela sempre più spesso una delusione. Resta l’idea di reinventarsi, di esplorare nuove possibilità proponendo competenze che spesso stanno a cavallo tra più ambiti; meta-figure lavorative che si occupano di organizzazione, ottimizzazione, immagine; tipici ruoli da terziario avanzato che se da una parte hanno l’incertezza della vita di frontiera, ne mantengono ancora tutto il fascino, al contrario del precariato tradizionale.

Vi sono poi tentativi coraggiosi di un ritorno al piccolo artigianato, alla manifattura fatta in casa per arrotondare, troppo spesso lasciati al “nero”; questo a causa di un paese che, ritengo, avvilisce l’impresa personale. Se è liberale con le corporazioni, non lo è con l’individuo, scoraggiato a intraprendere in modo pulito una piccola attività, magari solo integrativa di uno stipendio preesistente, a causa della mole burocratica e della logica farraginosa che lo sovrasta.

Anche il prof. S. Micelli, nel suo saggio “Futuro artigiano”, propone la tesi del ritorno al saper fare per liberarsi dall’idea esclusiva dell’economia della conoscenza. Non è solo nel sapere formale che risiede l’economicamente utile, si veda per esempio il mercato del lusso,  che fa della propria artigianalità un punto d’orgoglio. Non solo, oggi l’artigianato deve dialogare con la produzione industriale, di fatto in parte lo sta già facendo, ma non deve esserne suddito. Il saper fare, il saper produrre praticamente delle cose deve essere la chiave di volta per il rilancio del nostro sistema industriale, il famoso Made in Italy. Il problema del lavoro non verrà risolto domani e neppure dopo domani se la ricetta resta sempre quella di un liberalismo per i forti e non per i cittadini, se la politica, partitica o tecnica che sia, si farà frenare una volta di più dagli interessi particolari che stanno dentro o vicino al parlamento e se tutto verrà ridotto a una questione di principio per nascondere il fatto che si vuole mantenere uno status quo in cui sono sempre i soliti a pagare. Peccato, e lo dico anche a me stesso, che la frangia di questi “soliti” si stia allargando sempre di più, quanto resisteremo? 

 

 

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