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Diritti dei lavoratori: c’era una volta la Costituzione

di Stefano Rasponi

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La cultura occidentale ci offre un’infinità di metafore e luoghi comuni sul lavoro che da sempre ne sottolineano la valenza positiva per la condizione umana: in tal senso innumerevoli autori hanno parlato dell’impiego lavorativo come unico mezzo per sconfiggere vizio e noia e raggiungere il massimo livello di realizzazione personale.

La goliardica metafora di Adriano Celentano, che nel 1970 cantava Chi non lavora non fa l’amore, rende ancor più l’idea di quanto impegnarsi in una professione consenta poi all’uomo di godere del tempo libero sentendolo in qualche modo premio della propria fatica.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, che dal 1945 diviene diritto fondamentale di ogni cittadino come mezzo per realizzare il proprio protagonismo sociale in linea con quanto espresso chiaramente dalla Costituzione del 1948.

Ma è davvero così? Possiamo considerarci padroni del nostro lavoro o ne siamo schiavi? Le condizioni di precarietà e frammentazione professionale odierna ci permettono di realizzarci e godere del nostro tempo libero?

La frase che all’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz recita «Arbeit macht frei» ovvero «Il lavoro rende liberi», rappresenta l’altra faccia della medaglia, dove il lavoro da mezzo di affermazione e soddisfazione personale diviene strumento di coercizione e umiliazione. Senza soffermarci su un esempio così estremo e lontano dalle nostre esperienze vissute, possiamo pensare a tutti i lavoratori sottopagati che sono costretti a sostenere ritmi e orari disumani per mantenere le proprie famiglie o alle infinite raccomandazioni che tolgono a milioni di persone il diritto alla meritocrazia (ne è un esempio la famosa “Parentopoli” italiana).

Si potrebbe andare avanti per ore citando esperienze di persone sfruttate dai propri datori di lavoro sia in nero, spesso approfittando dei forti flussi migratori, che in maniera legale con contratti co.co.pro o a tempo determinato che non danno garanzie al lavoratore. Questo appiattimento dei diritti del lavoratore, difficilmente conquistati con infinite battaglie nei decenni precedenti (soprattutto a partire dal 1968) si sta diffondendo a macchia d’olio e sta diventando sempre più accettato a livello sociale: solo qualche anno fa infatti, si sarebbe gridato allo scandalo di fronte a questo tipo di abusi, mentre oggi sembra che siano entrati nell’ordinario.

Certamente il divario economico fra le diverse classi sociali è intrinseco al nostro sistema sociale, ma non per questo bisogna giustificare il continuo accanimento, soprattutto verso operai e piccoli imprenditori, a cui le recenti norme in materia e le nuove forme di contratto di lavoro (co.co.co., co.co.pro., ecc) stanno dando vita.

Se poi consideriamo il fatto che queste innovazioni sono in forte antitesi con i diritti espressi dalla Costituzione Italiana (in primis con l’art. 36) o sono frutto di un’interpretazione opinabile della stessa, allora la necessità di invertire la tendenza sembra ancora più imminente. Ma come possiamo riappropriarci dei nostri diritti?

Quanto letto finora dimostra ancora una volta come l’essere umano possa essere il miglior nemico di sé stesso, in particolare quando antepone gli interessi individuali al benessere comune: questo non avviene soltanto per i motivi già citati, ma anche a causa di chi ha permesso che negli ultimi anni i diritti dei lavoratori venissero calpestati.

Questi “qualcuno” siamo tutti noi, nel momento in cui ci disinteressiamo dei problemi sociali fino a quando non veniamo coinvolti in prima persona. Per ridare valore ai diritti del lavoratore dovremmo ricordarci che «La sovranità appartiene al popolo, il quale la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1, Costituzione Italiana).

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Un commento per “Diritti dei lavoratori: c’era una volta la Costituzione

  • Morena Mambelli ha detto:

    Appoggio in pieno il contenuto dell’articolo e spero che le nuove generazioni cerchino di preservare i diritti conquistati fin’ora. Spesso i nemici della democrazia sono subdoli ed invisibili, nascosti nell’anti cultura che ci circonda e non facili da individuare.
    Bell’articolo, Morena.

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