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Medici specializzandi: studenti o dipendenti?

di Lucia Pavolucci

Pubblicato il

Il 16 e 17 aprile medici specializzandi, dottorandi e assegnisti di ricerca di tutta Italia hanno proclamato due giornate di astensione dall’attività lavorativa per protestare contro l’introduzione della tassazione Irpef sulle borse di studio prevista dal decreto legge Cresci Italia del Governo Monti.

Un emendamento specifico di tale decreto stabiliva l’imposizione dell’Irpef sulle «somme corrisposte a titolo di borsa di studio o di assegno, premio o sussidio, per fini di studio o di addestramento professionale, per la parte eccedente gli 11.500 euro annui». Per le somme superiori alla soglia individuata, dunque, la normativa assimilava la figura del medico in formazione specialistica o del borsista di ricerca a quella del lavoratore dipendente, imponendo di conseguenza l’obbligo della tassazione Irpef.

Se il provvedimento fosse stato definitivamente approvato in questa forma, i medici specializzandi avrebbero subito una decurtazione dallo stipendio stimata tra i 200 e 300 euro mensili su uno stipendo che si aggira intorno ai 1.500 euro. Questo in aggiunta al trend in materia di tagli alla ricerca, che rende ancor più precaria la situazione di migliaia di medici ricercatori e dottorandi nel nostro Paese.

La prospettiva di questo scenario ha indotto la mobilitazione di queste categorie, che parallelamente alle giornate di sciopero hanno indetto manifestazioni e cortei nelle maggiori città italiane. Come a Bologna, dove un folto corteo di medici specializzandi, dottorandi, ricercatori e giovani medici frequentatori (in attesa di entrare alla scuola di specializzazione) ha sfilato dall’Ospedale Universitario S.Orsola-Malpighi, attraverso via San Vitale, fino a piazza Maggiore, per concludere la manifestazione sotto le finestre del Palazzo comunale.

La partecipazione all’evento è stata molto sentita sia da chi ha vissuto in prima persona la manifestazione sia da parte dei cittadini, perché la disposizione del dl Cresci Italia non colpisce solo la remunerazione dei giovani medici, ma anche la salute delle persone. Specializzandi e borsisti sono infatti una risorsa essenziale per gli ospedali, che sperimentano continui tagli di personale e risorse: alcuni reparti ospedalieri (soprattutto delle cliniche universitarie) di fatto riescono a sopravvivere grazie al lavoro e alla competenza di queste figure.

Con l’attuazione di un simile provvedimento si sarebbe assistito alla de-qualificazione di una professione carica di responsabilità, con conseguente impatto sul livello di soddisfazione, gratificazione e motivazione del giovane medico che si affaccia sul mondo del lavoro, a questo punto sempre più attratto dalla prospettiva di formarsi e svolgere la propria attività professionale al di fuori dei confini italiani.

Il contratto del medico in formazione specialistica prevede 38 ore di lavoro settimanali, che quasi mai vengono rispettate: molti specializzandi lavorarano il doppio delle ore previste, hanno turni notturni, spesso contemporaneamente si occupano di progetti di ricerca, scrivono lettere di dimissione (appannaggio dei medici strutturati), seguono lezioni e seminari.

Inoltre la prospettiva lavorativa non è delle più rosee dopo la conclusione del percorso formativo: nonostante la crescente necessità di personale, infatti, in molti ospedali sussiste il blocco delle assunzioni, che determina una condizione ormai condivisa di precariato anche per una categoria considerata a lungo indenne dai problemi di inserimento sul lavoro.

La mobilitazione ha però dato i suoi frutti: nella serata del 16 aprile è arrivata infatti la comunicazione dell’abrogazione dell’emendamento in questione, con notevole soddisfazione da parte dei responsabili sindacali delle categorie interessate.

Tuttavia la manifestazione indetta per il giorno seguente nella capitale davanti a palazzo Montecitorio, si è svolta lo stesso, per ribadire la necessità dell’inquadratura definitiva del contratto dei medici specializzandi, i quali contemporaneamente pagano tasse universitarie, quota Enpam (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici ed Odontoiatri) e quota Inps (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale), oltre agli oneri derivanti dall’iscrizione all’Ordine dei Medici.

Il contratto vigente, infatti, non delinea in maniera precisa la figura del medico specializzando, che di conseguenza può essere considerato sia come studente incaricato di versare le tasse universitarie, sia come lavoratore dipendente obbligato a versare gli oneri contributivi. Una contraddizione evidente ma ancora insoluta.

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