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Al lavoro

di Francesco Campana

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Vado in ufficio dalle 9 alle 13 perché a pomeriggio viene Monica e io posso andare a prendere mio figlio a scuola. Ogni mattina alle 8 meno cinque entro in officina per non vedere la smorfia del capo che arriva sempre prima di me. Quando mi siedo alla cucitrice è ancora notte e quando smetto è la notte che mi conferma che è passato un altro giorno senza che io abbia visto la luce del giorno. Mi è arrivata un’offerta di lavoro da Berlino. Dovevo andare in pensione l’anno prossimo ma me l’hanno spostata di sei anni. È più di un anno  che cerco lavoro e ho smesso di cercarlo. Non voglio che mio figlio lavori d’estate, preferisco che studi per i suoi esami. Mi sono trasferito nello slum perché al mio villaggio c’è stata la siccità. Dammi il tuo curriculum che posso farlo arrivare sulla scrivania di un amico che fa il direttore di una grande azienda. Ho fatto i debiti per pagare l’INPS e quando andrò in pensione prenderò poco più di 600€. Voglio cambiare azienda perché non ho possibilità di far carriera. I miei genitori vogliono che studi anche se io preferirei andare a lavorare. Trovato impiccato un imprenditore edile del Bellunese. Sarei disposto a lavorare anche in un call center. Mi mantengo da sola e studio architettura a Londra perché in Italia non potrei mai fare quello per cui ho studiato. Tutti quei politici che stanno lì a rubare dovrebbero andare a lavorare; anche i calciatori. Da quando è andato in pensione, per non sentire la noia, si è messo a fare l’orto. Odio il mio capo, i miei colleghi e il mio lavoro, ma in questo periodo non posso certo licenziarmi. La mattina vado a lavorare quando ancora lei dorme: se lavoro a più non posso non ho tempo di pensarci. Fra un mese mi scade il contratto, spero me lo rinnovino. Lei deve capire che per noi è molto difficile assumere una donna con un figlio piccolo. I clienti non pagano e dobbiamo tenere in cassa integrazione quindici operai. Mi hanno proposto un contratto di Co.Co.Pro  e devo farmi la Partita IVA: tu accetteresti? Operai cinesi sul tetto dello stabilimento minacciano il suicidio di massa. Studio medicina perché garantisce una professione prestigiosa. Finalmente mi sono messo in proprio. Sono costretto a dichiarare la metà altrimenti mi tocca chiudere il negozio. Ho dieci anni e devo lavorare per sfamare i miei fratellini.

Dietro ad ogni frase c’è un tono di voce, uno sguardo, un’espressione, una lingua o un accento. Delle mani che battono ad un computer, stringono un badile o un vassoio. Dedicato a chi cerca e non trova, a chi sta per chiudere e mandare tutti a casa. A chi ha appena aperto, a chi vede il giorno in cui andrà in pensione allontanarsi. A chi riceve proposte contro la sua dignità. A chi è contento del suo e a chi invece ne parla sempre male, ma alla fine non ha da lamentarsi. A chi scrive i contratti e a chi li rispetta anche quando è impegnativo. A chi ne ha fatto la sua ragione di vita e a chi ha dato la vita per la dignità dei lavoratori. A chi ha a cuore il lavoro di tutti e non solo quello della sua categoria. Alla Repubblica che lo ha posto come sua fondamenta. Al lavoro!

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