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Il primato a livello culturale appartiene ancora all’Europa?

di Samanta Costantini

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L’ascesa dell’Occidente si avviò durante il Rinascimento. Periodo florido, in cui l’Italia era tra quei paesi che possedevano la supremazia a livello culturale. Questo perché la conoscenza era essenzialmente geografica allora. E, proprio, tra Firenze, Roma, Genova, Venezia risiedeva il patrimonio di conoscenze riguardanti modelli e informazioni sul funzionamento del mondo.
L’Italia, la nostra ormai disprezzata patria, era la madre primordiale della prospettiva lineare fiorentina. Modello di percezione e rappresentazione del mondo, che permise di immaginare il territorio moderno europeo.
Gli artisti italiani, possedendo il segreto della prospettiva, erano appunto richiamati in tantissime corti europee. Così il sapere relativo alla modellizzazione del mondo venne diffusa. Ed è così che l’Europa divenne la capostipite del sapere geografico.
Ma il patrimonio culturale europeo è ampissimo. Forse troppo poco conosciuto. Eppure tutto il mondo civilizzato è stato influenzato da esso. Dai nostri padri fondatori. Da noi.
Dalla letteratura, all’arte, all’architettura, alla filosofia, alla fisica, al cinema, al teatro, alla medicina, ci sono tantissimi personaggi illustri di cui sentirsi fieri. Contenti di essere Europei. Orgogliosi di essere occidentali.
Siamo figli di civiltà antichissime. Siamo figli degli antichi Greci e dell’Impero romano, considerati punti cardine che rendono la cultura europea, una cultura omogenea. E insieme a questi il Cristianesimo. Per questo è difficile pensare che ci sia qualcuno che possa battere il nostro patrimonio, in quantità e qualità.
Ci sono, però, due questioni importanti che fanno della nostra cultura oggi, una cultura, che se non superata del tutto, quanto meno superabile.
Primo fatto. L’Europa ha perso fede nella propria civiltà, spiega Frits Bolkestein, nell’Occidentale. Le tradizioni sono sempre meno rispettate. Un po’ per apatia e svogliatezza. Un po’ perché se ne è perso il valore. E un po’ per garantire la parità tra tutte le religioni. L’Europa sembra, quindi, non essere più orgogliosa dei propri valori. L’odio verso se stessi, il senso di colpa istillato dalla religione cristiana portano gli uomini occidentali ad un masochismo sempre più dilagante ed a un’apertura al multiculturalismo. La modernità, il venir meno di confini geografici ed identitari, ha snaturato quel ‘’pacchetto di valori e certezze’’, in poche parole quella cultura che nei secoli precedenti aveva permesso all’Europa di raccontarci il resto del mondo. Questa è una delle possibili spiegazioni che possiamo dare a quel senso di spaesamento che affligge dal punto di vista culturale la nostra società, disorientata tra le macerie di ciò che eravamo.
Sono, in effetti, molti quelli che si spingono verso Oriente, alla ricerca di nuove risposte. Alla ricerca soprattutto di una riconciliazione tra corpo e spirito. Dualismo su cui invece verte la religione Cristiana. Oriente e Occidente, da sempre, si contrappongono per una diversa visione della realtà. L’Occidente, a partire dall’illuminismo è stato fortemente caratterizzato dall’uso esclusivo della razionalità. L’intelletto ha spazzato via la visione olistica, centro delle discipline orientali. In esse, mente, corpo, spirito, ambiente esterno, interno e sovrasensibile sono tutti interconnessi. “Tutto è uno” diceva anche Terzani! La spaccatura che viene, invece, delineata dalla nostra religione, descrive il corpo come la parte negativa e peccaminosa; mentre lo spirito come parte pura e positiva. E l’uomo, di conseguenza, sembra non poter trovare solamente in essa le risposte più profonde al proprio essere.                                                                                                                                                Secondo fatto. La conoscenza non è più geografica, ma elettronica. Il funzionamento del mondo dipende dal sistema dei flussi elettronici. E i centri principali, sono quelli con più accumulo di capitale. Che portano a grandi fenomeni di delocalizzazione. Persone, produzione, conoscenze si concentrano quindi nei paesi economici più sviluppati. E questo fa dell’Europa, una potenza culturale superabile. Ma come misurare il proprio capitale, se consumo, produzione, informazioni, sono smaterializzati e controllati solo da alti funzionari della rete?! E si può definire il capitale cultura?!              Andrea Carandini, nel Corriere della Sera ha scritto un interessate articolo, cui tema centrale è la risposta all’ultima domanda. L’archeologo sancisce l’importanza di combinare capitale e cultura, smettendo di annullare qualsiasi nesso imprenditoriale e tecnologico dal patrimonio culturale che dovrebbe, invece, essere anch’esso utilizzato per investire nello sviluppo. Cercando così di superare l’attuale logica per cui il bene comune è spesso contrapposto al vantaggio del singolo, delle imprese e delle banche.                                Ma d’altra parte è difficile credere che i nostri rappresentati vogliano davvero promuovere la cultura, senza che vi siano dietro fini economici individuali.

Se l’Europa ha una crisi d’identità. Se non è più orgogliosa di sé e del proprio patrimonio culturale, chi deve esserlo? E come si può continuare ad avere il primato se al popolo interessa sempre meno?!Prima o poi, se non è già avvenuto, qualcuno lo porterà via.
La Fallaci ci aveva già avverti quando in La rabbia e l’orgoglio gridò: «Io accuso gli occidentali di non aver passione. Di vivere senza passione, di non combattere, di non difendersi, di fare i collaborazionisti per mancanza di passione

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