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L’Europa Creativa

di Francesca Malaspina

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Le sfide che l’Unione Europea si trova a dover affrontare in questi anni di crisi, che ne hanno messo in evidenza le carenze strutturali economiche e non solo, sono innumerevoli e senza precedenti. In particolare, dal punto di vista sociale ed economico è risultato chiaro che i vecchi fattori di sviluppo non sono più indicativi della crescita delle nostre città.
Partendo da queste premesse la Commissione Europea ha elaborato “Europa 2020”, una strategia che mira a rilanciare l’economia dell’UE attraverso una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, in ciascuno dei Paesi membri, il cui motore principale sono le cosiddette industrie culturali e creative.

La crisi si è fatta particolarmente sentire nel settore delle tradizionali industrie manifatturiere, che oggi non rappresentano più il margine di competitività delle città. Questo margine è infatti sempre più rappresentato dalla presenza sul territorio di imprese che utilizzano la creatività e la cultura come materia prima della loro produzione.
Per intenderci meglio, secondo la definizione del Libro Verde della Commissione Europea del 2010, le industrie culturali sono quelle industrie che producono e distribuiscono beni/servizi che incorporano o trasmettono espressioni culturali, quale che sia il loro valore commerciale (arti tradizionali, cinema, musica, stampa, videogiochi ecc.), mentre le industrie creative sono industrie che utilizzano la cultura come input e hanno una dimensione culturale, anche se i loro output hanno un carattere principalmente funzionale (architettura e design).
In questo contesto, per “creatività” si intende la capacità di pensare in maniera innovativa, ovvero di ricombinare in maniera inedita elementi della realtà generando così nuove idee.

La presenza di queste industrie, insieme a quella di risorse storiche, artistiche e ambientali, di capitali culturali,sociali e finanziari adeguati, di infrastrutture e tecnologie che possano attirare la cosiddetta “classe creativa” (indicata dalle 3T postulate da Richard Florida) e di un ambiente urbano libero, aperto e favorevole alla coabitazione di culture e stili di vita diversi, contribuisce al rinnovo e alla rigenerazione urbana che trasforma le vecchie città in città creative. Sfruttarne il potenziale, troppo spesso sottovalutato o addirittura non riconosciuto, è di fondamentale importanza per l’attrazione di nuovi investimenti e flussi turistici nonché per la creazione di nuovi posti di lavoro e lo sviluppo di tecnologie “verdi”.

La  maggior parte delle città europee non è ancora del tutto consapevole dei benefici che le industrie culturali e creative offrono, benché i risultati siano ben visibili in quelle città in cui il cambiamento è già avvenuto, e, dunque, non hanno ancora sviluppato politiche e strumenti adeguati che facciano del loro patrimonio culturale la base di una solida economia creativa e di una società coesa.
Le città italiane non fanno eccezione: benché siano ricche di patrimonio artistico-culturale e abbiano spesso centri urbani con un’identità ben riconoscibile, esse si trovano a fare i conti con un ceto imprenditoriale poco preparato e innovativo come mostrato dal rapporto sull’Italia Creativa, elaborato dall’economista Irene Tinagli nel 2005, da cui emergeva che circa il 45% degli imprenditori e dirigenti italiani dell’epoca aveva un titolo di studio pari o inferiore alla terza media. Non solo, le città italiane sono anche alle prese con un ceto politico riluttante a intraprendere progetti che non abbiano un immediato ritorno elettorale, con una pressoché totale assenza di strategie di partecipazione e inclusione sociale, nonché di integrazione dei nuovi residenti e, infine, con una regolamentazione delle pubbliche amministrazioni troppo rigida, routinaria e burocratizzata.

Se l’Europa, come attore collettivo, vuole mantenere un ruolo di primo piano nell’economia mondiale e globalizzata, facendo in modo che le sue città siano un modello di sviluppo economico e coesione sociale, la strada da percorrere è proprio quella tracciata sia nel Libro Verde che nella Strategia “Europa 2020”, ma occorre prestare attenzione. Non è infatti tutto oro quello che luccica.
Se da un lato le città e le industrie culturali e creative, i cui destini sono così strettamente legati ai processi di globalizzazione, offrono un grande potenziale di crescita economica e possono aiutarci a diventare una società fondata sull’informazione e sulla conoscenza, dall’altro hanno impatti sociali non sempre positivi. Occorre quindi sviluppare anche strategie mirate e risolutive di protezione sociale poiché le città creative tendono a essere anche città nelle quali le disuguaglianze sociali, culturali ed economiche prevalgono, come purtroppo molti di noi sanno, in termini di diffusione del precariato e di contratti a breve e brevissimo termine che non offrono alcuna sicurezza ai lavoratori.

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