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Come restaurare la “Golden Growth” Europea?

di Leonardo Nini

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Un recente rapporto prodotto da un team di economisti targato World Bank, intitolato “Golden Growth; Restoring the lustre of the european economic model”, ha evidenziato efficacemente peculiarità e problematiche del sistema economico europeo, oltre che mettere in luce alcune possibili vie d’uscita dalla situazione attuale. Il titolo rimanda all’”età dell’oro” della crescita europea, ossia i due decenni, seguiti alla fine della seconda guerra mondiale, durante i quali la velocità di crescita dell’economia europea, superiore al 4%, fu superata solo da quella giapponese.

Le evidenti difficoltà oggi affrontate dall’Europa sono forse una manifestazione dell’impossibilità di ritornare a un processo di crescita duraturo e sostenibile? O esistono soluzioni che ci consentirebbero di imboccare nuovamente la via dello sviluppo?

Queste le domande che hanno guidato il succitato team nell’analizzare dati storici e notizie recenti, ricercando in primo luogo quelle che sono, ancora ad oggi, le caratteristiche maggiormente distintive del vecchio continente.

 “Convergence Machine”

Osservando i grafici riportati a fianco, è possibile intuire uno dei più importanti vantaggi di cui negli scorsi anni hanno goduto i paesi inseriti nell’ambito (quantomeno territoriale) dell’UE : sull’asse delle ascisse sono riportati i livelli di consumo pro capite al 1970 per diversi paesi europei, mentre sulle ordinate sono riportati i corrispondenti tassi annui di crescita del consumo stesso. Si nota abbastanza facilmente come in Europa, più che in Asia ed America latina, i paesi con i ritmi di sviluppo più sostenuto siano stati quelli che partivano da posizioni più “svantaggiate”. In altri termini, nel vecchio continente si è registrata negli ultimi 40 anni una marcata convergenza nei livelli medi di benessere dei diversi paesi.

Quali motivazioni possono celarsi dietro questo fenomeno? Indubbiamente, l’efficienza del mercato unico europeo è stata uno dei fattori determinanti. In effetti, come si può evincere dallo schema qui riportato, non solo quasi la metà delle transazioni commerciali internazionali coinvolge l’Europa, ma circa due terzi degli scambi ivi svolti avvengono internamente del continente stesso. Probabilmente, dunque, la frequenza e la mole degli scambi internazionali ha favorito, grazie alla crescita dell’export, le economie di inizialmente più deboli.

 

Altro fattore sicuramente non trascurabile è l’integrazione finanziaria, che nei passati decenni ha favorito il passaggio di capitali dai paesi più ricchi a quelli meno sviluppati. Dal grafico è possibile notare, in effetti, come nel caso europeo siano gli stati con i maggiori deficit correnti (che quindi ricevono più denaro di quanto non ne investano all’estero) a crescere più velocemente: fatto, questo, che non accade considerando paesi come la Cina, che crescono velocemente pur avendo rilevanti surplus finanziari (freccia verde in figura).

 “Lifestyle superpower”

L’espressione “lifestyle superpower”, coniata negli anni ‘90 dal primo ministro giapponese Kiichi Myazawa, esemplifica l’elevato tenore di vita di cui, in media, possono godere i cittadini europei. D’altra parte, come si può evincere dall’immagine a fianco, che rappresenta un mappamondo “ponderato” a seconda della spesa degli stati sovrani, l’ammontare della spesa pubblica degli stati europei ammonta quasi alla metà di quella mondiale. Mentre gli USA, infatti, sostengono circa il 42% della spesa militare del globo, i 36 stati compresi geograficamente nel vecchio continente si “accollano” circa il 58% della spesa sociale. L’alto livello dei servizi pubblici che, in media, vengono garantiti ad un cittadino europeo sono però compensati da una pressione fiscale sconosciuta ad esempio negli USA; in America, di fatti, sono spesso aziende private a compensare la mancanza di offerta pubblica in settori fondamentali quali la sanità o l’istruzione.

 Un modello da imitare?

 La sostenibilità di tale modello  è stata però duramente messa alla prova dagli ultimi eventi: le pressioni dei mercati finanziari sui paesi mediterranei ed il conseguente aumento del rendimento dei titoli di stato hanno reso necessarie politiche di risanamento della spesa pubblica, con riforme che in ogni caso hanno acuito la pressione fiscale.

Secondo i ricercatori della World Bank, d’altra parte, i segnali di difficoltà strutturale dell’economia europea, anche tralasciando in questa sede considerazioni riguardanti la moneta unica, erano già evidenti. Partendo, ad esempio, dai dati riguardanti la variazione dell’età di pensionamento nei paesi sviluppati, notiamo come nel caso europeo, dopo il 1965, i lavoratori abbiano anticipato la propria pensione in molti casi di più di 5 anni, a discapito di un tangibile incremento dell’aspettativa di vita.

Non solo: se all’inizio degli anni ’50 gli europei distanziavano nettamente gli americani in quanto ad ore di lavoro annue, oggi accade il contrario: negli USA si lavora mediamente l’equivalente di un mese in più.

 

Considerando ora fattori quali innovazione e produttività, ancora una volta sono i paesi del sud Europa ad essere maggiormente in difficoltà: fra il 2002 ed il 2008, la produttività media dei lavoratori “mediterranei” si è contratta dello 0,6% circa, nonostante una crescita precedentemente stimata intorno al 4%. Le ragioni di tale regressione, oltre che in una eccessiva rigidità del mercato del lavoro, possono essere cercate nell’insufficienza di investimenti in R&D (“research&developement”) sostenuti dai paesi meridionali.

Ad essi si contrappone ad esempio il modello della Finlandia, che con un ammontare di investimenti in ricerca pari 3,9% del PIL (seconda solo a Israele e Giappone), nel periodo 1995-2009 ha conseguito un incremento netto di produttività pari all’1,5%, godendo inoltre di uno dei più alti tassi di crescita del PIL in Europa.

 Quali proposte?

Al termine di questo riassunto dei punti focali del succitato rapporto, è opportuno citare alcune delle politiche che, a giudizio degli autori, si rende necessario implementare per rinvigorire l’ormai spenta crescita europea.

In primo luogo, per quanto riguarda il mercato del lavoro, è importante notare come la mobilità dei lavoratori, oltre che non essere marcata all’interno dei singoli stati, è praticamente assente, se non nella fascia medio-alta, fra nazioni diverse: un mercato unico davvero integrato richiederebbe invece la possibilità anche per i dipendenti meno qualificati di muoversi da un paese all’altro. Tale obiettivo, oltre a richiedere tutele simili per coloro che cercano un lavoro rispetto a quanti sono già occupati, rende indispensabile l’uniformazione delle diverse legislazioni nazionali.

Questo, a sua volta, rimanda all’efficienza del mercato unico: ulteriori perfezionamenti sembrano essere necessari, in particolare riguardo al settore dei servizi, nel quale in molti casi il cosiddetto “digital divide” si rivela un forte ostacolo all’integrazione. Inoltre, la proposta di estendere le facilitazioni commerciali di cui al momento godono i paesi dell’Unione anche ad economie esterne ad essa potrebbe non essere trascurabile.

Tali modifiche potrebbero fra l’altro favorire i processi di innovazione: imprese che si trovassero ad operare in una mercato più vasto ed integrato avrebbero maggiori incentivi ad investire in ricerca. Su questo frangente anche i governi potrebbero giocare un ruolo di rilievo, se, come nei paesi scandinavi, si mostrassero capaci di implementare politiche in grado di incanalare i fondi verso gli impieghi maggiormente produttivi. Questo anche perché in Europa, a differenza che in molti altri sistemi economici, la presenza delle grandi imprese, dotate di sufficienti risorse per allestire laboratori efficienti ed attrezzati, è molto limitata: spesso le imprese non arrivano ad una dimensione tale da potersi permettere rilevanti investimenti in ricerca.

 

Riuscirà l’Europa ad uscire indenne da tali sfide? Le scelte politiche dei prossimi anni saranno adatte a far imboccare all’Unione la giusta strada? Nell’impossibilità di offrire una risposta certa, il team di lavoro della  Word Bank si è soffermato sul fatto che le ragioni per essere ottimisti sono molte, considerando sia le diverse eccellenze che caratterizzano le economie europee che i cambiamenti che in molti casi sono già in atto.

 

 

Ps: per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, a questo link è possibile rintracciare il rapporto completo.

Diffondi lo spirito Millennial:

5 commenti per “Come restaurare la “Golden Growth” Europea?

  • Francesco Minotti ha detto:

    Ciao Leonardo!

    Comincio col dirti che se ti sei veramente letto tutte le circa 450 pagine della ricerca della World Bank prima di scrivere il tuo articolo… ti stimo un sacco!! (io non avrei retto una simile mazzata)

    Inoltre, la prima parte (del tuo articolo, non della ricerca) è molto interessante: fornisce molti dati statistici che, almeno io, non conoscevo.

    Detto questo, mi riapproprio del mio ruolo di rompiballe!

    L’analisi dei problemi europei e le proposte su come risolverli, francamente, non mi convincono.
    I segnali di difficoltà evidenziati dai ricercatori della WB sarebbero: eccessiva spesa pubblica e calo di produttività.
    Per quanto riguarda il calo di produttività, la cause indicate sono rigidità del mercato del lavoro e scarsità di investimenti R&D.
    Il fatto che il calo evidenziato abbia avuto luogo fra il 2002 e il 2008 non accende nessuna lampadina? Il trend della produttività italiana era positivo prima dell’entrata nell’Euro… siamo sicuri che questo non sia un dato significativo che merita approfondimento?
    La pecca di questi economisti ortodossi è quella di concentrarsi sempre e solo sull’offerta: la crescita economica si ha solo se si produce molto e a basso costo!
    Di conseguenza vengono sempre trascurati gli scenari macroeconomici e monetari, come anche le problematiche relative alla domanda (posso anche produrre tanto, ma se poi nessuno compra i miei prodotti…).
    Perciò non stupisce che i rimedi proposti siano sempre gli stessi, riforma del lavoro in testa.
    Per quanto riguarda gli R&D, certo, nel sud Europa si investe poco… ma per investire bisogna prima avere i soldi! Il Giappone senza dubbio eccelle per investimenti R&D ma ricordiamo che ha un deficit pubblico molto elevato… anche qui le due cose potrebbero essere collegate, no?

    E così arriviamo alla spesa pubblica.
    Ogni giorno assistiamo con ansia all’altalena dello spread, dovuta al fatto che gli investitori non si fidano più della nostra capacità di ripagare il debito e quindi esigono interessi più alti per compensare il rischio.
    Sembra proprio che il modello europeo del “lifestyle superpower” sia arrivato al capolinea: la spesa pubblica storicamente elevata ha prodotto debiti pubblici talmente grandi che ora gli Stati non sono in grado di ripagarli. Questo ragionamento confuterebbe inoltre la tesi secondo cui l’Euro sarebbe uno dei fattori scatenanti o, al limite, aggravanti della crisi, in quanto il superpower europeo va avanti da mezzo secolo almeno.
    Beh, qui sorgono spontanee alcune domande, però.
    Perché il Giappone non subisce, né ha mai subìto, speculazioni sui propri titoli di Stato pur avendo un debito pubblico che supera il 200% del PIL (ed è il terzo PIL al mondo, non bruscolini)?
    Perchè gli speculatori si accaniscono invece sull’Italia (circa 120% dell’ottavo PIL mondiale) o sulla Spagna (circa 65% del dodicesimo PIL)?
    Anche il Regno Unito ha visto un aumento molto consistente del proprio debito pubblico dal 2007 ad oggi, tanto da arrivare sopra il 60% di un PIL che ammonta a quasi il doppio rispetto a quello spagnolo, ma nessuno speculatore si è azzardato a prenderlo di mira.
    A questo punto siamo sicuri che il problema sia proprio il debito pubblico? Siamo sicuri che un alto debito pubblico implichi, in generale, un rischio di insolvenza?

    Francamente, mi sembrano analisi piuttosto semplicistiche alle quali seguono consigli altrettanto dubitabili, soprattutto in ragione dell’evoluzione della crisi europea: non dimentichiamoci che le misure “anticrisi” che si sono adottate e si stanno adottando seguono la linea di pensiero proposta dai ricercatori in questione ma, sorpresa!, non sembrano funzionare…

  • Leonardo Nini ha detto:

    Ciao Francesco!
    Naturalmente non ho letto tutte le 450 pagine, ma ero presente alle presentazione del rapporto e ho avuto di modo di leggerne un riassunto, oltre che parte delle conclusioni.

    Indubbiamente le statistiche presentate sono molto interessanti, e si prestano a diverse interpretazioni.
    Ho letto anche il tuo articolo riguardo al summit MMT e colgo l’occasione per rispondere anche ad esso nel presente commento.

    Concordo pienamente sul fatto che le misure adottate finora dagli stati europei, in particolare dall’Italia, non siano le più adeguate. La pressione fiscale decisamente esagerata, peraltro percepita non come temporanea, bensì come tendente al rialzo, mette letteralmente in ginocchio decine di famiglie ed imprese, e indubbiamente questo non può avere effetti positivi sui consumi e sulla produzione.

    Tuttavia, dal mio punto di vista, è altrettanto sbagliato affermare che avremmo dovuto continuare ad alimentare il nostro debito pubblico portandolo a livelli sempre meno ragionevoli, per varie ragioni:
    -in primo luogo, senza una significativa riduzione dello stock di debito il nostro paese si trova ogni anno a dover spendere almeno 50 miliardi di € di interessi;
    -a livello di sostenibilità globale, è impensabile sostenere che tutti i più ricchi paesi del globo possano continuare all’infinito ad aumentare il proprio indebitamento senza dichiarare il fallimento;
    -se, come nel nostro caso, dietro l’elevato ammontare dela spesa pubblica si celano sprechi, frodi, burocrazie, duplicazioni, baby pensionati e via dicendo, credo sia fondamentale imporsi di riformare la situazione in modo da utilizzare in modo adeguato il denaro dei contribuenti.

    Come mi pare di avere già scritto, questa crisi è una occasione molto importante perchè l’opinione pubblica si renda conto che una “spending review” è davvero necessaria, per costruire un sistema paese davvero equo e sostenibile. Un esempio su tutti: può l’Italia permettersi di mantenere mezzo milione di pensionati fra i 50 e 60 anni (che facendo due conti costano almeno 6 miliardi all’anno), i quali in molti casi essendo ancora capaci continuano a lavorare (in nero)?

    La perdita di produttività cui ti riferisci sopra, dal 2002 in avanti, ha inateressato solo i paesi mediterranei, e proprio in rapporto a quelli settentrionali facenti parte dell’eurozona: mi pare difficile sostenere che ci possa essere una qualche correlazione.

    Infine, è il caso di ricordare come dal 1992 in avanti, grazie al fatto che il nostro paese ha dovuto seguire i criteri di convergenza fissati a Maastricht, esso ha beneficiato di tassi di interesse più bassi di quelli che a fine anni 80 ci trovavamo a pagare sul debito pubblico. Fino al 2010 questo ci ha quindi aiutato a tenere sotto controllo spesa e debito.

  • Francesco Minotti ha detto:

    Ed eccomi ancora qua!
    Mi scuso con i lettori (che se va bene saremo giusto io e te, caro Leonardo) per essermi fatto attendere così a lungo (ho anch’io le mie cose da fare dopotutto).

    La mia replica sarà divisa in due (lunghe) parti per alleggerire un po’ la lettura: la prima sarà sulle questioni relative al debito pubblico e agli interessi sui titoli di Stato, la seconda sulla produttività.

    Comincio citandoti: “a livello di sostenibilità globale, è impensabile sostenere che tutti i più ricchi paesi del globo possano continuare all’infinito ad aumentare il proprio indebitamento senza dichiarare il fallimento”.
    E perchè mai?
    Vorrei una giustificazione teorica a questa affermazione perchè proprio non la capisco, mi sembra un po’ dogmatica. Gli USA sono sempre stati in passivo, fin dal 1792, e non sono mai falliti. C’è forse un limite superiore per il debito pubblico, un tetto massimo insindacabile (mi chiedo chi lo stabilisca) che, una volta raggiunto e superato, obbliga lo Stato a dichiarare default? Vorrei capire cioè qual è il meccanismo ineludibile che si innesca, portando lo Stato a dichiararsi insolvente. E, se questo meccanismo esiste davvero, da cosa dipende? Dall’ammontare complessivo del debito pubblico?

    Seconda cosa. Ho apprezzato molto la tua avversione verso gli sprechi, le frodi, l’evasione fiscale… e questo per un motivo molto semplice: la penso allo stesso modo.
    La questione che ti pongo è leggermente diversa però: siamo sicuri che basti agire su questi fronti per raggiungere il pareggio di bilancio?
    Ti faccio un esempio. Negli anni precedenti la crisi del 2008, gli USA erano regolarmente in deficit. Questi deficit però appaiono decisamente risibili se confrontati con quelli di gran lunga più elevati che si sono avuti dopo lo scoppio della crisi: in altre parole, dal 2008, gli USA hanno avuto passività enormi rispetto a quelle degli anni precedenti. Ora, a cosa si devono imputare questi enormi deficit? Forse ad un’escalation di sprechi senza precedenti? Corruzione, evasione fiscale e malaffare improvvisamente dilaganti? I politici hanno cominciato a spendere e spandere senza controllo proprio a partire dal 2008?
    No.
    Molto più semplicemente: crisi, imprese in fallimento, disoccupazione dilagante. Conseguenza: lo Stato ottiene meno introiti fiscali e si trova a spendere di più per il welfare, ammortizzatori sociali etc. Risultato: conti pubblici sempre più in rosso.
    Questo fa capire come la spesa statale sia in larga misura automatica, fisiologica. Non basta avere uno Stato pienamente funzionante, senza sprechi né malaffare per garantire il pareggio di bilancio.
    Cosa sarebbe successo invece se gli USA avessero deciso di raggiungere a tutti i costi il pareggio di bilancio? Il governo avrebbe dovuto tagliare quasi interamente la spesa sociale, rinunciando alla propria funzione anti-ciclica di supporto della domanda interna, e milioni di persone sarebbero morte di fame.
    Dilemma: a questo punto si preferisce che siano i cittadini a pagare in prima persona tutte le conseguenze della crisi o è meglio che sia lo Stato ad andare in rosso al loro posto? Che Stato è quello che, per raggiungere a tutti i costi questo miraggio del pareggio dei conti, lascia morire di fame la popolazione? In fin dei conto, basterebbe allargare un po’ di più il deficit per far fronte a tutto ciò, cosa che per fortuna gli USA hanno fatto, almeno in minima parte.

    Chiaramente, però, non si può pretendere che la botte sia piena e la moglie ubriaca.. Se si spende troppo il debito aumenta, e tu mi dici saggiamente che troppi debiti portano al fallimento. In attesa di argomentazioni più convincenti al riguardo, colgo l’occasione per spiegare meglio il contenuto del mio articolo (http://www.dissonanzegiornale.it/magazine/2012/04/12/summit-mmt-cinque-economisti-criticano-leuropa/ ).
    Il punto fondamentale è che uno Stato a moneta sovrana può creare nuovo denaro quando e come vuole, nella quantità che desidera. La MMT prende molto seriamente questo fatto, tanto che la prima parte della teoria consiste proprio in una descrizione logico-deduttiva del funzionamento del denaro moderno. Questa modernità del denaro risale sostanzialmente al 1971, quando il presidente Nixon abolì il Gold Standard che era stato introdotto dopo la seconda guerra mondiale. Da quel momento il denaro si svincolò una volta per tutte dalla convertibilità in oro e quindi lo Stato ne acquisì il pieno controllo, essendo finalmente libero di emetterne a proprio piacimento, senza il vincolo delle riserve auree.
    Nonostante ormai siano passati più di quarantanni, e nonostante le implicazioni a livello teorico siano notevoli (come è facilmente immaginabile), le teorie economiche classiche non hanno mai preso atto di tale svolta. Per questo, oggigiorno ci sono pochissimi economisti che capiscono veramente come funzioni il sistema monetario.

    Veniamo al tuo commento.
    Uno SMS (Stato a moneta sovrana) potrà mai essere in difficoltà nel pagare 50 miliardi di interessi all’anno sui propri titoli di Stato?
    Potrà mai essere a corto di denaro?
    Uno SMS dovrà tassare i cittadini per pagare quegli interessi?
    Il debito peserà quindi su famiglie e imprese?
    La risposta a ciascuna di queste domande è no. Lo Stato può sempre e comunque pagare i propri debiti semplicemente schiacciando qualche tasto di computer alla propria Banca Centrale, creando nuovo denaro e senza tassare i cittadini.
    E non sono solo quei pazzi della MMT a dirlo: http://www.youtube.com/watch?v=-_N0Cwg5iN4&feature=related
    (mi scuso per lo spot elettorale alla fine del video, ho trovato solo questo)
    Greenspan è stato governatore della FED. Non è certo un MMTer, visto che è uno dei sostenitori del Gold Standard, ma almeno capisce che il debito pubblico di uno SMS come gli USA non può mai incontrare problemi di solvibilità, ergo, gli USA non potranno mai fallire per insolvenza. (Spero che la tua faccia non sia diventata come quella del povero economista della domenica al fianco di Greenspan, nel video) 😀
    Partendo da questo presupposto capisci bene che le domande che sorgono sono molteplici. Allora a cosa servono le tasse? A cosa servono i titoli di Stato? Non certo a finanziare la spesa pubblica visto che lo Stato non può mai finire i propri fondi. E, secondariamente, si può cominciare a capire perchè l’Euro (in cui nessuno stato è a moneta sovrana) è una fregatura, per quale motivo il nostro debito è effettivamente un problema… Vabbè, non procedo oltre su questo discorso… (per ora)

    Finisco questa prima parte con alcune considerazioni.
    E’ indubbio che dal 1992 fino a qualche anno fa l’Italia, grazie al trattato di Maastricht prima e con l’Euro poi, ha goduto di tassi d’interesse più bassi rispetto al periodo precedente.
    Prima domanda: perchè?
    Beh, è chiaro che i mercati avevano fiducia nel gigantesco progetto europeo. Ancora non si erano evidenziati i problemi strutturali che lo caratterizzano tuttora. Non dimentichiamoci che l’Euro è un unicum storico, per cui probabilmente era difficile per gli stessi ideatori capire se stavano facendo un buon lavoro o meno… figuriamoci i mercati. L’ho scritto anche nel mio articolo: le crepe del sistema si sono palesate solo quando è arrivato il primo vero momento di difficoltà, ossia la crisi del 2008. In seguito i mercati hanno capito il meccanismo e hanno cominciato a speculare, sfruttando il fatto che il sistema Euro glielo consente.
    Ad ogni modo, prima del 1992 c’è un’altra data importante: il 1981. In quell’anno si è consumato il divorzio fra il Tesoro e la Banca d’Italia. Da quel momento il Tesoro ha perso parte del controllo che aveva sui tassi d’interesse e questo inevitabilmente ha portato negli anni ’80 a tassi più elevati rispetto a quelli precedenti. Quindi il tuo ragionamento regge rispetto al periodo ’81-’92, non per il precedente.
    Seconda domanda: ne è valsa la pena?
    Pagare interessi più bassi nel periodo 1992-2010, compensa la perdita di sovranità monetaria? Quanti interessi paghiamo adesso a causa della speculazione? Quanti miliardi stiamo bruciando ogni giorno? Sono più o meno di quelli “risparmiati” dal ’92 al 2010? (“risparmiati” è fra virgolette perchè, come ho tentato di spiegare, uno SMS non ha mai problemi nel pagare gli interessi, l’Italia avrebbe potuto creare denaro dal nulla, mentre quelli che vengono bruciati oggigiorno sono proprio i risparmi dei cittadini, perchè lo Stato non può più creare denaro)
    Chiaramente ho assunto implicitamente che la speculazione odierna sia causata dall’Euro, altrimenti l’ultima argomentazione che ho addotto non avrebbe senso. Ed è altrettanto chiaro che tu possa liberamente dissentire da questa convinzione. A questo punto però sono costretto a porti nuovamente alcune domande prese dal mio precedente commento, perchè sono veramente curioso di sapere come giustifichi alcune questioni. Passo al copia-e-incolla.

    “Ogni giorno assistiamo con ansia all’altalena dello spread, dovuta al fatto che gli investitori non si fidano più della nostra capacità di ripagare il debito e quindi esigono interessi più alti per compensare il rischio.
    Sembra proprio che il modello europeo del “lifestyle superpower” sia arrivato al capolinea: la spesa pubblica storicamente elevata ha prodotto debiti pubblici talmente grandi che ora gli Stati non sono in grado di ripagarli. Questo ragionamento confuterebbe inoltre la tesi secondo cui l’Euro sarebbe uno dei fattori scatenanti o, al limite, aggravanti della crisi, in quanto il superpower europeo va avanti da mezzo secolo almeno.
    Beh, qui sorgono spontanee alcune domande, però.
    Perché il Giappone non subisce, né ha mai subìto, speculazioni sui propri titoli di Stato pur avendo un debito pubblico che supera il 200% del PIL (ed è il terzo PIL al mondo, non bruscolini)?
    Perchè gli speculatori si accaniscono invece sull’Italia (circa 120% dell’ottavo PIL mondiale) o sulla Spagna (circa 65% del dodicesimo PIL)?”

    Aggiungo che il Giappone non solo ha un debito pubblico esorbitante, ma ha subito ben due declassamenti (da Moody’s e Standard&Poor’s) a partire dalla fine degli anni ’90. Bene, noi oggi abbiamo il terrore delle agenzie di rating… un declassamento comporta solitamente miliardi su miliardi di perdite per via della speculazione che ne segue.
    E il Giappone invece?
    Ebbene, anche all’epoca dei downgrade i suoi tassi non hanno subito alcun rialzo. Speculazione zero. Il debito del Giappone continua a salire tranquillamente anche oggi e all’ultima asta ha piazzato i titoli ad un tasso d’interesse inferiore all’ 1%. Sì, meno dell’ 1%.
    E noi continuiamo a pensare che la colpa di tutto sia il debito pubblico, invece di rivolgere la nostra attenzione verso Bruxelles…

    Vabbè, secondo me queste sono questioni molto importanti che dovrebbero essere prese sul serio visto che, come già detto, si tratta del denaro e del benessere di tutti gli italiani.
    Una delle poche cose che ho imparato all’Università è l’importanza del senso critico: spesso i professori sbagliavano qualche passaggio nelle dimostrazioni dei teoremi (per distrazione, non per incompetenza) ed era importante rendersene conto, a costo di dubitare della loro autorevole versione dei fatti.

    Un’ultimissima cosa. Settimana scorsa ho sentito distrattamente questa notizia al telegiornale: debito pubblico ancora in aumento, entrate fiscali in calo. “Toh!” ho pensato fra me e me “sta a vedere che anche in Italia si è innescata quella stessa spirale di deflazione che ho descritto nel mio articolo sull’Europa!” Grecia stiamo arrivando!

    Seguirà la seconda parte sulla produttività.

  • Francesco Minotti ha detto:

    Come promesso, veniamo alla produttività!

    Quanto segue è liberamente tratto da una serie di articoli del prof. Bagnai apparsi sul suo blog “Goofynomics”, in cui è reperibile anche il suo curriculum (di tutto rispetto). Gli articoli a cui mi rifaccio sono sostanzialmente due, intitolati rispettivamente “La Germania e la crisi dell’eurozona” e “Cosa sapete della produttività?” (così dovresti trovarli facilmente, semmai desiderassi leggerli).
    Tengo a sottolineare che Bagnai è certamente molto critico verso l’Euro, ma di sicuro non è un seguace della MMT e sarebbe anzi in profondo disaccordo con buona parte di ciò che ho scritto nel precedente commento a riguardo del debito pubblico.Questo a riprova del fatto che non serve essere dei fanatici sostenitori di teorie economiche esotiche ed improbabili (cosa che probabilmente pensi di me e della MMT) per capire che l’Euro è una trappola mortale.

    Ho deciso di articolare il ragionamento in punti ben distinti fra loro, in modo da essere il più chiaro possibile anche per eventuali lettori (ma qui mi illudo di avere dei lettori, anche se in questo caso basterebbe che li avessi tu, visto che sto commentando un tuo articolo…) che malauguratamente dovessero imbattersi in questa pagina.
    _

    1)La produttività è influenzata dalle esportazioni.

    Cominciamo chiedendoci: da cosa dipende la produttività e perchè è importante?
    La produttività è importante perchè se essa cresce allora il costo del lavoro diminuisce; questo a sua volta porta, in maniera più o meno automatica, ad un abbassamento del prezzo dei prodotti; questo abbassamento dei prezzi rende il prodotto più competitivo, aumentando le vendite e quindi i profitti dell’azienda in questione.
    Naturalmente vale anche il contrario: calo di produttività → aumento del costo del lavoro → prezzi più alti (ossia meno competitivi) → meno vendite → meno ricavi per l’azienda → crisi.
    La visione neoliberista adottata nel report della Banca Mondiale riconduce i cali di produttività all’inettitudine dei singoli Stati: la produttività è diminuita per colpa delle scelte politiche degli Stati, che non hanno innovato, non hanno investito in ricerca, etc; questo ha portato ad una riduzione della competitività delle imprese e quindi alla crisi. Questa è sostanzialmente la classica visione “ingegneristica” della crescita economica che spiega tutto dal lato dell’offerta: ci sono le macchine e i lavoratori, più macchine compri e più lavoratori assumi, più produci, più vendi, più guadagni e quindi cresci economicamente. Secondo questa linea di pensiero sembrerebbe quindi che sia la produttività ad influire sulle esportazioni e non viceversa.
    Però, come sempre, non c’è mai nessuno che si preoccupi del fatto che questo ingranaggio così ingegneristicamente perfetto può funzionare solo se c’è chi, una volta fabbricati, quei prodotti se li compra: ossia deve esserci anche la domanda, non solo l’offerta.
    Chiaramente la visione neoliberista è supportata da leggi economiche ad hoc. Per esempio, l’intuizione di un certo Fisher afferma che chi ha dei ricavi (per esempio uno stipendio mensile) è portato a spenderli tutti subito (sì, come no!). C’è poi la legge di Say: l’offerta crea la propria domanda. Ossia è sufficiente che un’azienda produca e paghi gli stipendi ai propri operai, perchè questo automaticamente fa sì che la popolazione compri i beni che essa stessa produce (in quanto i risparmi vengono spesi subito – Fisher). Francamente, piuttosto opinabile.

    Detto questo, la produttività è in realtà influenzata anche da altri fattori. Uno di questi è rappresentato, per l’appunto, dalle esportazioni. La formalizzazione teorica di questa idea è il modello di crescita post-keynesiano di Kaldor-Thirlwall. Chiaramente io non ho mai studiato nulla di tutto ciò e qui mi limito ad illustrarlo esattamente come è riassunto da Bagnai.
    Sostanzialmente ci sono due ingredienti. Il primo è la legge di Thirlwall: la crescita di un’economia è direttamente proporzionale alla crescita delle sue esportazioni. La seconda è la legge di Verdoorn: la crescita della produttività è proporzionale alla crescita dell’economia.
    Il circolo virtuoso che si instaura è: più esportazioni → più crescita → più produttività → meno costo del lavoro → più competitività → più esportazioni.
    L’idea “più esportazioni → più produttività” ha senso anche intuitivamente perchè se un’azienda riceve più commesse dall’estero, sarà portata da un lato ad aumentare la produzione a parità di lavoratori (e quindi la produttività cresce) e dall’altro, con i ricavi delle vendite, potrà permettersi di acquistare dei macchinari migliori e di investire in ricerca (la produttività cresce ancora).
    Inoltre questo modello trova anche riscontri storici: Bagnai nota che “le grandi potenze economiche nella fase del proprio decollo hanno regolarmente praticato politiche mercantilistiche, fondate sull’essere liberiste a casa altrui e protezioniste a casa propria, semplicemente perché per promuovere la crescita del proprio prodotto e quindi della propria produttività era indispensabile dotarsi di mercati di sbocco (per le esportazioni, ndr) di taglia adeguata”.
    Infine Bagnai mostra che analizzando statisticamente gli andamenti italiani di esportazioni e produttività fra il 1970 e il 2009 si evidenzia una elevata correlazione fra i due dati; effettuando inoltre, sugli stessi dati, il test di non-causalità di Granger si osserva che: l’ipotesi secondo cui le esportazioni non causano la produttività viene respinta, mentre l’ipotesi secondo cui la produttività non causa le esportazioni viene accettata. (i dettagli negli articoli sopracitati)
    _

    2) Le esportazioni sono influenzate dalla situazione monetaria e dall’inflazione.

    Procediamo con un esempio concettuale.
    Prendiamo due paesi A e B con monete sovrane α e β e consideriamo il flusso di import/export esistente fra loro. Possiamo assumere senza perdita di generalità che in un certo istante t il flusso sia in equilibrio (ossia A importa da B una quantità di prodotti il cui valore complessivo è uguale a quello dei prodotti che B importa da A).
    Consideriamo ora il periodo successivo all’istante t, ponendoci nel caso in cui le due monete α e β siano di tipo floating, ovvero che il tasso di cambio fra di esse sia fluttuante e deciso dai mercati.
    Cosa succede se l’inflazione del paese B si dimostra più bassa rispetto a quella del paese A? Succede che, se questa condizione persiste nel tempo, i prezzi dei prodotti di A cresceranno di più rispetto a quelli del paese B, diventando meno competitivi.
    E’ quindi plausibile che le esportazioni di A diminuiranno, a fronte di un aumento delle esportazioni di B: questo romperebbe l’equilibrio del flusso import/export che avevamo preso come dato iniziale facendo sì che A si indebiti con B a causa delle maggiori importazioni e delle minori esportazioni.
    Oppure no?
    In realtà questo non avviene (almeno non così automaticamente) a causa dell’ipotesi secondo cui il tasso di cambio fra le monete α e β è fluttuante. Infatti, la maggiore inflazione di A, e la conseguente perdita di potere d’acquisto della moneta α, si ripercuotono inevitabilmente sul tasso di cambio fra α e β, facendo sì che α si svaluti rispetto a β. Per cui, i prezzi dei beni prodotti da A cresceranno molto, ma contemporaneamente la sua moneta perderà di valore. Per questo, B continuerà ad importare i beni di A perchè, nonostante i prezzi più alti, la sua moneta β godrà di un tasso di cambio favorevole rispetto ad α.

    Supponiamo invece che il tasso di cambio fra α e β non sia fluttuante, bensì vincolato. Per capirci, supponiamo che α/β=1, ossia che 100 soldi nella valuta α valgano sempre 100 soldi nella valuta β. Chiaramente questo impedisce che α si svaluti rispetto a β a causa della maggior inflazione del paese A, perchè il cambio è mantenuto artificialmente fisso.
    In questa situazione, quindi, la differenza fra le inflazioni dei due paesi si ripercuote direttamente sul flusso import/export secondo il meccanismo già spiegato, portando A ad indebitarsi con B.

    Morale della favola: in un regime di cambi fissi i paesi con le inflazioni più basse risultano avvantaggiati nelle esportazioni.
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    3) L’Europa fino al 2002.

    Mettiamo in fila i pezzi: in un regime di cambi fissi i paesi con le inflazioni più basse risultano avvantaggiati nelle esportazioni (punto 2); l’aumento delle esportazioni traina la produttività (punto 1).
    Guardando i dati storici sulle inflazioni dei paesi europei (prima che si adottasse l’Euro) si evidenzia che i paesi meridionali quali Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna hanno sempre avuto inflazioni più alte rispetto agli altri. In particolare la Germania ha sempre avuto l’inflazione mediamente più bassa.
    Come spiegato al punto 2, questo non può comunque influire più di tanto sulle esportazioni (e quindi sulla produttività), almeno finchè non si adotta un regime di cambi fissi.
    Ma c’è di più.
    A partire dal 1979 fu introdotto in Europa il SME (Sistema Monetario Europeo). Il SME era un accordo di cambio fra i paesi europei in virtù del quale questi si impegnavano a mantenere il proprio tasso di cambio fisso rispetto a una valuta di riferimento, l’ECU (European Currency Unit). Il valore dell’ECU era calcolato come media dei valori delle valute dei partecipanti (ponderata con i rispettivi pesi economici). L’impegno era quello di evitare che le valute si scostassero di ±2.5% dalla parità centrale in termini di ECU. L’Italia aveva negoziato una speciale “banda larga” di ±6%. In questo modo non si aveva un vero e proprio cambio fisso, ma quasi. Dal ’79 al ’02 l’Italia è entrata e uscita dallo Sme un paio di volte, beneficiando in qualche occasione di riallineamenti vantaggiosi dei tassi di cambio, fino alla definitiva entrata nell’Euro.
    Analizzando anche in questo caso i dati storici, si osserva quanto segue. Tutte le volte che l’Italia ha irrigidito il tasso di cambio della Lira, ciò si è ripercosso negativamente sulle esportazioni, confermando il meccanismo esposto al punto 2 (in quanto l’Italia aveva un’inflazione molto elevata). Ma qui entra in gioco anche il punto 1: meno esportazioni → meno produttività. Infatti, i dati storici mostrano chiaramente come l’irrigidimento della Lira abbia coinciso sempre e comunque anche con repentini appiattimenti della produttività. (i dettagli nei link sopracitati)
    Per cui, sembra proprio che il ragionamento abbia senso!
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    4) E dopo il 2002… l’Euro!

    L’Euro è la moneta utilizzata da tutti i paesi dell’Eurozona. Il sistema Euro è quindi equivalente a un sistema di cambi fissi fra i vari paesi: una volta operata la conversione dalle valute nazionali all’Euro, 1€ in Spagna vale sempre e comunque 1€ anche in Germania, senza possibilità di svalutazione o rivalutazione. Questo non vuol dire però che i prezzi spagnoli crescano in maniera uniforme con quelli tedeschi!
    Purtroppo sembra che gli ideatori dell’Euro la pensassero diversamente. Probabilmente questi ultimi si basarono sulla teoria monetaria di Fisher (sì, sempre lui!) che, fra le altre cose, afferma che l’inflazione è “causata” dalla moneta che si utilizza.
    In realtà, come lo stesso Bagnai osserva, «l’inflazione non è “causata” semplicisticamente dalla moneta, ma dipende in modo molto più cogente dalle condizioni del mercato del lavoro, profondamente segmentato fra i paesi dell’eurozona».
    E i dati danno ragione proprio a lui: se si osservano le inflazioni dei paesi europei in seguito all’introduzione dell’Euro, si osservano infatti due cose. Prima di tutto, gli scarti fra le inflazioni dei vari paesi si sono ridotti (certamente l’inflazione risente della moneta utilizzata, almeno in parte). Secondariamente però si vede che, pur riducendosi, non si sono mai annullati, non c’è stata convergenza.
    Questo significa che, per esempio, la differenza fra l’inflazione italiana e quella tedesca, dal 2002 ad oggi, si è ridotta di molto rispetto al periodo precedente ma non si è mai annullata; l’inflazione italiana è rimasta costantemente più alta rispetto a quella tedesca. Questo ha portato ad un crollo delle esportazioni senza precedenti (come previsto teoricamente dal punto 2) e di conseguenza ad un crollo della produttività, anch’esso senza precedenti (come spiegato teoricamente al punto 1).
    Pure e semplici coincidenze? Direi di no, visto che gli stessi effetti hanno avuto luogo anche negli altri paesi del sud Europa: anche in Portogallo, in Irlanda, in Grecia e in Spagna il tasso d’inflazione è rimasto costantemente più alto rispetto a quello tedesco e, guarda caso, sono proprio questi i paesi che hanno risentito di un pesante calo di produttività e che oggi versano in pesanti guai economici.

    Per quanto riguarda gli altri paesi europei, essi godevano già storicamente di un’inflazione ben più simile a quella tedesca, se paragonata a quella dei PIIGS. Perciò l’adozione dell’Euro non è stata così traumatica: negli scorsi anni sono riusciti a mantenere un’inflazione sufficientemente bassa che ha protetto le proprie esportazioni (e quindi la propria produttività) dal mercantilismo tedesco. E questo è quanto. Ecco spiegato il calo di produttività evidenziato dalla Banca Mondiale che, evidentemente, risente eccome dei contesti monetari e macroeconomici.
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    Spero di non essere stato oltremodo noioso. E spero anche che questi commenti servano a dimostrare che le idee che sostengo non sono totalmente campate per aria. Non sono il tipo che una mattina si sveglia e improvvisamente si convince che l’Euro è una truffa e che la Merkel è il diavolo impersonificato.
    La mia consapevolezza nasce da un periodo di riflessione sulla situazione attuale durante il quale ho tentato di documentarmi e di studiare meglio che ho potuto, liberando la mia mente dalle migliaia di informazioni inesatte (e al limite false) che i media ci propinano.
    Tuttavia non pretendo di avere la verità in tasca, ed è per questo che apprezzo molto questo scambio di idee ed opinioni. Per me costituisce sicuramente un arricchimento, spero valga lo stesso anche per te.

    A presto!

  • Leonardo Nini ha detto:

    Ciao Francesco!
    Finalmente torno a risponderti! Mi scuso per il ritardo ma il tuo commento così approfondito meritava un po’ di riflessione; inoltre sono appena uscito da un periodo di esami.. Anche per me è comunque un piacere avere occasione di scambiare idee con te, se non altro per allenare quel “senso critico” che è fondamentale in ogni ambito, a ancor di più ragionando di economia.

    Ad ogni modo, convengo che il tuo ragionamento sia sensato e documentato, e la realtà dei fatti ti da ragione su diverse cose, come il fatto che i paesi nord europei abbiano beneficiato in questi anni dalla stabilità del cambio, assommata alla loro minor inflazione. Dopotutto, come ho precedentemente sostenuto, questo era il principale vantaggio che li spingeva a costituire una moneta unica;
    il vantaggio per noi “PIIGS” doveva invece derivare dalla diminuzione del costo del debito, ed ora che la situazione è diventata palesemente asimmetrica (ne beneficiano solo “loro”) diversi sud-europei stanno pensando a quanto possa convenire lasciare l’euro.

    Ora, le tue riflessioni possono adattarsi, seppur con alcune difficoltà, ad una situazione pre-moneta unica: ossia nel momento in cui si valutano i pro e i contro di costituire una unione monetaria. Dato lo stato dei fatti, è indispensabile considerare anche quanto effettivamente ci costerebbe una ipotetica fine dell’euro. I “piani di emergenza” preparati da aziende ed istituzioni internazionali per tale eventualità sono ormai una cosa comune, ma nessuno può dirsi certo di quali sarebbero le reali conseguenze.
    Molto, sicuramente, ruota attorno alla valuta nella quale verrebbero rinominati i debiti internazionali, e ciò dipende dalle legislazioni locali: converrai che, nel caso in cui l’Italia, al momento dell’introduzione di una nuova lira (che quasi certamente si svaluterebbe) si ritrovasse gran parte del debito denominata in euro vedrebbe il valore reale di quest’ultimo crescere sensibilmente.
    Per i paesi che sono indebitati con organismi sovranazionali (come l’FMI) questo processo sarebbe automatico: non sarebbe possibile convertire i debiti nella nuova valuta. Uscire da una situazione simile stampando moneta a volontà potrebbe essere la soluzione?

    Ora, sono daccordo che il buon Greenspan sia una figura di assoluto rilievo ed esperienza, ma ci terrei a ricordare come le sue idee sulla cartolarizzazione del debito e la deregolamentazione finanziaria (da lui portate avanti fino al 2005) non abbiano esattamente giovato all’economia mondiale..

    Come ricorda Raghuram Rajan (ex capo economista FMI) questa settimana su IL (il mensile del 24 ore) la crescita fondata sul debito non è sostenibile, nè nel settore privato nè in quello pubblico.
    Perchè gli Stati Uniti e il Giappone possono continuare ad indebitarsi e noi no? risposta: c’è chi, continuando ad acquistarne i titoli del debito pubblico, consente loro di farlo. Non solo: c’è anche qualcuno, cosa molto più importante, che continua a domandare depositi denominati in dollari ed in yen.

    Il caso più emblematico (senza dubbio un po’ estremo) da questo punto di vista è quello della Germania del primo dopoguerra; i debiti forzosamente contratti con i vincitori della Grande Guerra avevano costretto la repubblica di Weimar a stampare ingenti quantità di moneta, ma la contropartita era stata un’inflazione senza eguali (superata solo in tempi recenti dallo zimbawbe), che gettò gran parte della popolazione nella disperazione.
    Questo perchè, “premendo il bottone” della banca centrale per stampare moneta, si corre il rischio che l’offerta di valuta nazionale superi nettamente la domanda, facendone così crollare il valore. Proprio la fine del gold standard ha reso possibile questo processo (nel caso tedesco degli anni ’20 il marco non era comunque convertibile in oro, tornerà ad esserlo solo dopo la restaurazione del debito). Ad oggi, di fatti, il valore di una moneta è stabilito, come per qualunque altro bene, dalla legge della domanda-offerta.

    Gli USA possono evidentemente permettersi di stampare ingenti quantità di dollari, che (anche grazie alla debolezza dell’euro) rimangono la valuta più sicura al mondo, ma l’Italia potrebbe fare altrettanto con una ipotetica nuova lira? Chi, dopo un’uscita dall’euro, sarebbe disposto ad acquistare i nostri titoli del Tesoro e/o depositi denominati in lire?

    Per gestire la fine della moneta comune sarebbero comunque necessari accordi istituzionali a livello europeo per prevenire fughe di capital, corse agli sportelli e quant’altro!
    Ma, ricordo ancora, data la situazione attuale potrebbe essere per noi nettamente meno costoso proseguire sulla strada dell’integrazione politica e fiscale europea, per dare alla moneta unica un supporto davvero solido.

    Gran parte degli esperti conviene infatti che l’attuale assetto economico-politico europeo non sia adeguato ad un’unione monetaria, ma gran parte di essi ritiene altresì che la soluzione non sia uscirne, ma rivolgersi con più decisione verso una maggiore integrazione.

    Come ho inoltre già ricordato, questa crisi è una preziosa occasione di cambiamento per il sistema politico-istituzionale italiano: il denaro dei cittadini deve essere infatti utilizzato nel modo migliore da chi ha la responsabilità di gestirlo, ponendo fine a sprechi e corruzione. Qui si aprirebbe un altro discorso lunghissimo, e per non cadere in luoghi comuni volevo ricordare che la spesa sociale italiana non è comunque significativamente superiore a quella degli altri paesi europei, ma che la qualità dei servizi e l’equità complessiva del sistema (pensando all’evasione fiscale) può e deve migliorare.
    Sicuramente il governo Monti ha fatto buone cose, ma l’eccessiva pressione fiscale (la quale non è percepita come “temporanea”) rischia di danneggiare davvero le fondamenta della nostra economia, considerando l’evidente aumento del numero di fallimenti che si registra in questi mesi.

    Per questo sicuramente un eccessivo rigore non può essere da solo il rimedio più adeguato per gestire una situazione simile, ma sostenere che il problema in realtà non esista rimane per me insensato.

    Attendo tue notizie, nel frattempo buona estate, e grazie di nuovo per lo scambio di opinioni!

    A presto!
    Leo

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