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Europa Unita (?)

di Edoardo Gazzoni

Pubblicato il

A 55 anni dalla nascita dell’Unione Europea dobbiamo sicuramente porci delle domande. La prima è particolarmente violenta: Cosa ci stiamo a fare?

A onor del vero sarebbe stato forse più “commemorativo” chiederselo per il 50° anniversario, ma 5 anni fa, a parte qualche cobas del latte, essere in Europa o meno, ai più non creava problemi. Poi la crisi, partita da oltreoceano, ha sconquassato certi equilibri e un vago sentimento di euforia da belle epoque.

Cosa ci stiamo a fare?”. È una domanda a cui due Europe diverse rispondono in due modi diversi.

Se da una parte i paesi fondatori vivono una crisi di fiducia, si sentono oppressi da una sorta di organismo ombra, poco visibile e pochissimo capito, esiste un’altra Europa, quella di chi aspetta, di chi vorrebbe entrare. Se verso l’8 maggio, festa dell’Europa, vi capita di passare nei Balcani, o a est del Danubio, vi stupireste di quanto la cosa sia diversa, sentita, euforica. Puro “patriottismo” verso l’Unione? Ne dubito, o meglio, un sano sentimento europeista esiste nei giovani, e anche negli adulti di buona volontà che vogliono superare il ricordo di un passato che ancora brucia, ma, per quanto riguarda i governi diciamo che i (generosi?) fondi europei fanno gola a molti e l’Euro è visto come un’ancora di salvezza.

Ma in che modo l’Europa unita è intervenuta nel terzo settore?

Negli anni sono stati sviluppati grandi progetti, in collaborazione con gli stati, per favorire la mobilità e la conoscenza tra giovani dell’Unione: il più famoso è forse il programma Erasmus; ma esiste anche Youth in Actionin cui gruppi di giovani si organizzano in modo informale per promuovere, attraverso workshop, la cultura, ma soprattutto la cittadinanza attiva; insomma per creare i famigerati cittadini europei; o il programma Leonardo, che vuole favorire la formazione professionale all’interno dei diversi paesi con scambi sia a livello di scuole secondarie che di università.

Forse però c’è stata una pecca: puntare inizialmente tutto sull’economia e poco sull’identità, o comunque troppo tardi.

I 27 Paesi non hanno rituali che li identifichino, che li uniscano sotto l’egida di una “religione civile” come succede negli Stati Uniti, processo che avrebbe promosso la creazione di una reale identità continentale; inoltre credo che la costituzione europea sia stata un fallimento arenatosi in un gioco di veti e di rivendicazioni che poco o nulla avevano a che fare con quello che doveva simboleggiare, il trattato di Lisbona è solo una pallida ombra, le sue istituzioni sono poco conosciute e i cittadini non ne capiscono i processi decisionali.

Un antropologo neo positivista americano R. L. Carneiro, sosteneva nel 2003 che nell’arco di 200 anni si sarebbe andati verso la creazione di uno stato-mondo per riuscire a gestire le risorse sempre più scarse. Oggi vediamo che non è così, dai movimenti separatisti alle spinte personalistiche dei paesi più forti, l’Unione europea è, con rammarico, un progetto da considerarsi molto lontano dall’essere compiuto, forse perché chi lo aveva sognato oggi non c’è più.

Questo senza nulla togliere alla bontà dei progetti e degli sforzi che tante persone di sincera passione e fede europeista portano avanti e che sicuramente negli anni a venire daranno i loro frutti. Però, credo che se si voglia vedere un lieto fine per l’Unione, non si debba sempre e solo pensare ai giovani, ma anche a chi, oggi, adulto e produttivo ci crede poco, quando non la avversa apertamente. Vorrei un Unione più vicina a me, in cui potermi riconoscere, non solo idealmente, ma anche quotidianamente come cittadino europeo.

 

 


 

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