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Musica, sostanza, apparenza, ispirazione, esperienza. L’intervista a Brunori Sas

di Ilaria Virgili

Pubblicato il

Se doveste pensare a Brunori Sas, qual è la prima cosa che vi verrebbe in mente?

Foto Picicca

Provo ad azzardare una risposta: i baffi, accompagnati dagli occhiali. Ancora prima della chitarra, e di quelle canzoni gridate, sentite, quasi sofferte, sincere. Della quotidianità raccontata con fedeltà, senza trascurare una naturale dose di raffinatezza.
Prima ancora di due dischi folgoranti, il “Vol. 1” (Pippola Music) addirittura onorato del Premio Ciampi nel 2009 come miglior esordio, e il “Vol. 2 – Poveri Cristi” (Picicca Dischi), impreziosito da collaborazioni eccellenti.
Ripeto, prima di tutto questo, probabilmente pensereste ai baffi, accompagnati dagli occhiali.

È proprio vero che l’immagine ha la sua importanza.

Ed è proprio per questo che Dario Brunori ha deciso di giocarci, con astuzia e coscienza.
Così il nuovo tour, che lo vede impegnato sui palchi di tutto lo stivale per l’intera primavera e oltre, si chiama proprio “Brunori senza baffi – Tour acustico in trio“.
Questa tornata di concerti in assetto acustico, e con formazione ridotta a soli tre elementi, è l’occasione per presentare il nuovo disco del cantautore: la colonna sonora di “È nata una star?, il nuovo film di Lucio Pellegrini, uscito nelle sale il 23 marzo, con Luciana Littizzetto, Rocco Papaleo e Pietro Castellitto, tratto dall’omonimo romanzo di Nick Hornby.

Con questo bagaglio di novità, Brunori Sas giungerà anche al Barrumba di Pinarella di Cervia, venerdì 6 aprile, per una serata organizzata da Retro Pop in collaborazione con lo staff di (Qualcosina)².
Il concerto, aperto dal giovane cantautore Frei, sarà seguito dalla consueta festa che scalderà questo instabile inizio di primavera.

In occasione di questo imperdibile evento, abbiamo intervistato Dario Brunori.
Ecco cosa ci ha detto.

 

Perché hai deciso di cambiare look per il nuovo tour?

Perché sapevamo bene che al di là di qualsiasi spiegazione musicale – in particolare sul tipo di spettacolo, che si presenta molto diverso da quello del tour precedente – avrebbe fatto molto più clamore dire una fesseria, come spesso io faccio.
E le fesserie funzionano.
Allora mi sono detto: proviamo a toglierci i baffi, vediamo cosa succede.
E in effetti ancora una volta ha funzionato, a riprova che non è la musica quella che conta, ma è il look. E la mia innata bellezza, ovviamente.

La naturale prosecuzione della domanda precedente è questa: quanto è importante l’immagine in questo ambiente?

Secondo me è importante come in tutti gli ambienti.
Però adesso un po’ di più, perché tutto si muove con l’immagine. Siccome le persone sono meno disposte a passare del tempo ad approfondire, la rapidità dell’immagine la rende più adatta a questo tipo di situazione. Arriva come una specie di on/off. Facebook è l’emblema della velocità con cui arrivano le informazioni, per citare un esempio.
Per cui spesso, dovendo scegliere tra vari input che giungono sott’occhio, l’immagine può essere un discrimine importante. Perché è quello che cattura l’attenzione nei primi 10 secondi, e può far rimanere incollati a una cosa.

Quindi l’immagine ha la sua importanza, cercando ovviamente di prenderla col giusto distacco e anche con l’ironia del caso, perché sempre di fuffa trattasi.

 

Come sono andati questi primi concerti con la nuova formula? È stata accolta bene la veste acustica?

Bene, al di là di un po’ di tracheite che ho avuto. Dopo aver preso l’abbaglio di una primavera che non c’era, sono andato in giro rispolverando le vecchie camicie estive, cosa che mi ha fatto male.
Per il resto, sta andando tutto bene.

Devo dire anche il pubblico apprezza questa atmosfera differente, più intima rispetto al live con la band da 6 elementi. La nuova formazione si presenta più confidenziale e alla gente piace. Evidentemente c’era bisogno anche di fare anche questo giro, come immaginavo.

 

Piaceva molto anche la formula precedente.

Aveva un piglio diverso.
Questo è più lento, meno immediato, perché ovviamente il piglio della ritmica ha la sua importanza. Ma devo dire che in un contesto giusto, con un pubblico attento, anche questo fa la sua figura.

 

Il pubblico attento è una componente molto importante, sia per il musicista che suona sul palco, sia per il pubblico stesso, o parte di esso, che assiste al concerto. E non sempre c’è l’adeguata attenzione.

Passando al nuovo film di Lucio Pellegrini “È nata una star?”, in che modo ha visto la luce la tua partecipazione come autore della colonna sonora?

È nata con la conoscenza del regista, che stranamente e paradossalmente è un mio ammiratore.

Lucio mi ha contattato prima per dirmi che apprezzava la mia musica, poi per annunciarmi che stava preparando un film nuovo e gli sarebbe piaciuta una collaborazione da parte mia nella stesura della colonna sonora. Un lavoro che per me sarebbe stato totalmente nuovo.
Ma lui voleva canzoni, quindi dovendo fare ciò che già realizzavo nei dischi, è risultato tutto più semplice.

 

Com’è andata? È un’esperienza che ripeteresti?

Sì, assolutamente sì.
Permette di sperimentare qualcosa di diverso.

È un lavoro ambivalente. Da una parte si è legati all’idea della pellicola, per cui non c’è l’ispirazione genuina che caratterizza solitamente la stesura di un disco. Dall’altra, però, il fatto di non essere legati a un concept come può essere l’idea di fondo di un disco, rende più liberi di muoversi, ed esplorare.

Qui nella colonna sonora ho realizzato tante piccole cose che volevo fare da tempo, e che quando si fa un percorso di un certo tipo si tende a tenere da parte, per prediligere la continuità con quello che si è fatto.
Quindi ho sfruttato questa occasione anche per fare lunghi strumentali, ed è così emersa quella vena prog sepolta dentro di me, che un giorno uscirà fuori prepotentemente, facendoci diventare i nuovi Area.
Area di Servizio, ci chiameremo.

 

Leggevo nella tua biografia che fai musica da quasi una decina di anni. Ma la notorietà è arrivata solo nell’ultimo periodo.
Dal punto di vista del pubblico, il passaggio alla popolarità è evidente: tu come musicista cominci a esistere da quel determinato momento. Prima non esiti, detto brutalmente.
Invece tu, come hai vissuto questo passaggio?

Sicuramente l’esperienza precedente mi vedeva in tutt’altro ruolo. Non avevo grandi aspettative di pubblico. Facevamo un’elettronica molto minimale, per cui c’era molto lavoro di studio, di produzione. Con un pubblico sicuramente ristretto in partenza.

Quando sono partito come Brunori Sas, allo stesso modo, non avevo alcuna aspettativa di pubblico. Però sapevo che si trattava di canzoni semplici dal punto di vista strutturale, canzoni all’italiana, per cui certamente poteva avere un richiamo diverso.

È stato ovviamente così, ma oltre le mie aspettative.
Per fortuna ci sono arrivato in un’età in cui non mi sento toccato in maniera particolare da quello che sta accadendo. Sto vivendo bene, ma fortunatamente con una maturità che mi permette di capire quanto di buono e di concreto realmente c’è.

 

La formula che prediligi, quella che ti rispecchia di più a livello artistico, è quella che hai intrapreso da solista come Brunori Sas?

Assolutamente sì .
Quello che facevo prima non mi vedeva così protagonista in prima persona.
Prima non posso dire di aver fatto una cosa simile a questa. Sicuramente suonavo, mi occupavo di musica, ma non in questo ruolo, in questa veste.
È la scrittura di canzoni rappresentative di ciò che voglio dire che segna la nascita di Brunori Sas.

 

Lunga vita a Brunori Sas!
Un ringraziamento speciale a Francesco Lippolis per il supporto tecnico.

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