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Spunti per un’etnometodologia dell’evasione.

di Luca Guiduzzi

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Il sociologo Erving Goffman notò come il nostro agire più abitudinario non sia frutto di qualche automatismo della volontà individuale ma che dietro al ruolo che recitiamo quotidianamente talvolta sembra esservi piuttosto un chiodo inanimato a cui si appendono la maschera ed i costumi di scena indossati a seconda del contesto sociale in cui recitiamo la nostra parte. A imporre determinati “costumi” è la società, che Goffman vedeva come un luogo drammaturgico dove recite prestabilite e narrazione condivise hanno luogo a tutto discapito della consapevolezza oggettiva dei singoli. L’etnometodologia ha constatato con i suoi “esperimenti di rottura” che le azioni sociali non sono munite di un senso a priori ma lo ricevono dal contesto in cui si svolgono. Questi sociologi sovversivi si recavano in luoghi pubblici come uffici o supermercati ed esibivano atteggiamenti non coerenti con il contesto – negoziavano il prezzo di un prodotto con la cassiera o si accostavano fino a sfiorare il propio interlocutore nel chiedere un’informazione – verificando come l’incoerenza con le norme non scritte della vita quotidiana venisse vista con sospetto in quanto minaccia all’ordine sociale riconoscibile. Questo vale davvero per tutti i contesti?

C’è tutta una casistica contestuale anche per quanto riguarda l’infedeltà del cittadino nei confronti dello stato, anch’essa determinata da una concezione dello Stato e da un tipo di morale (fondata, naturalmente, sulle consuetudini). Nell’articolo “Fenomenologia dell’evasione“, Maurizio Chierici afferma con non poca amarezza che “in una società dove il denaro è ormai il criterio morale dominante, i cittadini paradossalmente vengono costretti alla non conoscenza lasciando credere che servizi ed equità sono i compiti improbabili a carico di uno stato ormai svuotato da privatizzazioni e liberismo”. In poche parole, quindi, lo stato è un serbatoio ideologico ormai scarico che cede il passo alle carismatiche logiche neoliberal del consumo e dell’iniziativa non ostacolabile e deregolamentata dei singoli operatori economici in un mercato (della vita) libero, selvatico, anarchico.

Da qui si potrebbe intuire – e mi scuso se a qualcuno potrà sembrare un balzo paralogico – come si generi la vergogna dell’agire correttamente, il disabituarsi a quei micro-gesti e condotte che provocano talvolta sguardi sospetti o volti meravigliati in chi li rivolgiamo, come ad esempio chiedere uno scontrino o una fattura, esigere un contratto ogni qualvolta svolgiamo piccole mansioni lavorative, oppure ammonire severamente la pelandronaggine del pubblico ipiego (sempre più elemento di folklore italiota).

Tutto ciò non viene perpetrato, a mio avviso, solo perché conveniente. Fermo restando che la micro evasione, quella della piccola-media impresa è in primo luogo una strategia di sopravvivenza, bisognerebbe anche ragionare sulla abitudine della nano-evasione. Sulla vergogna dell’essere onesti nelle cose minuscole, recepite molto spesso come azioni invisibili.

Talvolta sembrare addirittura vergognoso anche rendere pubblico l’avvistamento di un micro-reato, come una sorta di viziosa pignoleria: esemplare a questo proposito le denunce anonime rivolte a perfetti innominati e raccolte in Tassa.li, sito internet che sembra parodiare uno stato di polizia totale che ha nei suoi stessi microscopici gesti di quotidiana ipocrisia il proprio anticorpo fallimentare.

Ancora, l’evasione della grande impresa, dei ricchi possidenti e dei grandi gruppi industriali, che non è di per se stessa finalizzata ad un mantenimento strutturale quanto all’arricchimento del capitale sotterraneo nascosto ed accumulato in qualche paradiso fiscale, è una strategia para-economica dai contenuti psicologici poco chiari: il mantenersi “onesti” è sempre più di frequente una mala-abitudine. E questo si evince sensibilmente laddove sono sindacati e commercialisti i primi a suggerire molto spesso al proprio assistito i modi e i tempi dell’evasione, spicciola o corposa, fornendo input su come celare somme, quozienti, livelli di presunto benessere.

Questi pochi dati e riflessioni ci indicano come il principio pseudo-mafioso del familismo amorale sia divenuto strutturale in un paese che stranamente assomiglia sempre più alla vecchia Unione Sovietica, dove proprio attraverso la tacitamente accettata – ed anzi programmata – economia sotterranea i ceti meno abbienti riuscivano a sopravvivere ed il malcontento non raggiungeva mai livelli allarmanti.

Non c’è niente di più culturale dell’abitudine. Attraverso gesti abitudinari si genera lo stesso contesto in cui questi stessi esercitano la propria normalità. Siamo evasori incalliti e molto spesso inconsapevoli; educati nel veder omettere azioni fiscali senza che questo crei un fremito etico-morale né scuota la coscienza in alcun modo.

Dopo tutto è consumo pure quello! Nelle nostre menti bacate tanto tempo fa da questa abitudine all’autosoddisfacimento immediato e al risparmio a medio-breve termine (legale o illegale), i tarli dalle principali caratteristiche dell’Homo Oeconominus hanno attecchito perfettamente trovando terreno fertile e facendo si che alla fine questi micro-reati paiano gesti tesi a far “girare l’economia”.

Andrea Leccese sostiene in Le Basi Morali dell’Evasione Fiscale che la gente considera l’evasione «una colpa lieve, se non un motivo di orgoglio», concludendo che l’infedeltà fiscale è dovuta sostanzialmente alla carenza di senso civico propria degli italiani. Il problema alla base di questo fenomeno di “inciviltà” è a ben vedere il fatto che evadere oggi in Italia, è un gesto socialmente coerente con il contesto: talmente coerente che non necessità più di essere giustificato neppure di fronte a se stessi.

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