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Il ritorno discografico di Jocelyn Pulsar. A tu per tu con il cantautore educatore

di Ilaria Virgili

Pubblicato il

«Aiuole spartitraffico coltivate a grano» è il nuovo disco in uscita di Jocelyn Pulsar.
Jocelyn Pulsar è un cantautore forlivese, chitarra e testi appassionati, e si chiama Francesco Pizzinelli.
Francesco Pizzinelli è un educatore, e lavora con i disabili.

Foto di Neve Su Di Lei

Nostalgico. Dolcemente ironico e delicatamente pungente. Tifoso del Cesena.
Componenti dosate alla perfezione, in modo da rendere l’ascolto sempre piacevole; combinate con la semplicità e la sensibilità tipiche di chi ha il dono di scrivere canzoni bene.

Arrivato al quinto disco solista, questa volta pubblicato per Garricha Dischi, Francesco Pizzinelli presenta così l’ultimo lavoro: «Durante la guerra la crisi era talmente drammatica che, pur di mangiare, si arrivò a coltivare anche gli appezzamenti di terra piccolissimi come, ad esempio, le aiuole spartitraffico delle strade che si potevano trovare in alcune grandi città. Oggi la crisi è diversa, ma comunque la peggiore vissuta dalla mia generazione: in questo clima ho scritto il disco, questo era quello che vedevo dalla finestra mentre avevo la chitarra in mano durante l’ ultimo anno, circa… Ed è per questo che si intitola così “Aiuole spartitraffico coltivate a grano”».

L’occasione è quindi più che mai ghiotta per poter scambiare qualche battuta con lui sul nuovo disco, su alcuni aspetti della scena musicale indipendente italiana, e sul suo mestiere di educatore.
Ecco cosa è emerso.

 

Prima dello scorso autunno e dell’attuale tour organizzato per promuovere l’ultimo disco, eri solito fare i tuoi concerti da solo. Ora invece sei accompagnato da un bassista e un batterista. Perché hai deciso proprio adesso di allargare il gruppo?

Sinceramente mi ero un pò stancato di suonare sempre da solo. Anche Garrincha riteneva che un live assieme a una band potesse essere una buona idea per la promozione del disco nuovo.
Devo dire che sono stato fortunato, Davide Ponti (basso) e Davide Zozzi (batteria) hanno subito accettato di suonare con me, e spesso erano loro ad insistere per fare le prove e perfezionare i pezzi, mentre io da questo punto di vista sarei molto più pigro.
Approfitto per ringraziarli pubblicamente.

 

La copertina di questo album (realizzata da Giulia Sagramola, come tutte le illustrazioni del disco), a differenza di quelle precedenti, lascia intendere che ascoltandolo di sentirà parlare d’amore più che negli altri. È così?
E considerando la spiegazione che hai dato al titolo del disco, gli affetti possono aiutare a superare il momento di crisi?

In realtà in questo disco il tema dell’ amore c’è ma in misura simile agli altri album. Quello che c’è di diverso invece, rispetto ad esempio a “Il Gruppo Spalla non fa il Soundcheck“, è una minore componente autobiografica, anche se i riferimenti a me stesso non mancano.

Gli affetti a volte le crisi le causano, soprattutto quando se ne vanno…

 

La componente nostalgica nelle tue canzoni è molto presente.
Considerando che in quest’ultimo disco hai descritto «quello che vedevo dalla finestra mentre avevo la chitarra in mano durante l’ ultimo anno»,
come riesci a conciliare lo sguardo al presente con lo sguardo al passato?
La nostalgia può nascondere la critica?

In realtà in questo disco la situazione attuale è semplicemente di sfondo. Non ne parlo in maniera esplicita, se non, in parte, in “La soggettiva del frigo” dove c’ è l’ unico vero momento di “critica sociale” (il porno in internet è la migliore forma di democrazia che attualmente mi viene in mente).
Credo che alla mia età – non veneranda, in ogni caso ho 33 anni – conciliare il presente con il passato sia sostanzialmente inevitabile e, sì, non di rado quando esprimo la mia nostalgia per alcune cose del passato (in questo disco l’ episodio più eclatante a riguardo è sicuramente “Me lo ricordo”) sottintendo anche che il presente non mi soddisfa altrettanto.

 

L’immagine che Garrincha Dischi dà di sé è quella di una grande famiglia, dove tutti collaborano per ottenere il meglio. È davvero così?

È davvero così: indubbiamente il deus ex machina è Matteo Romagnoli; poi esiste una reta piuttosto fitta tra i componenti delle altre band e altri collaboratori vicini.
È una realtà molto interessante che ovviamente viene vissuta in maniera più coinvolgente da chi vive nella zona di Bologna – dove Garrincha ha la sua sede – ma che riesce a coinvolgere anche chi, come me, sta più lontano.

 

Da una parte ci sono musicisti che affermano che la collaborazione tra chi fa musica nell’underground ci sia sempre stata, e ci si aiuti a vicenda; dall’altra pare che siano sempre più profondi egosimo e rivalità. Tu, dove ti collochi? Quanto aiuta collaborare tra musicisti rispetto a lavorare individualmente?

Credo che la scena indipendente italiana assomigli abbastanza a una riunione di condominio: c’è una certa superficiale cordialità ma anche diversi attriti.
Come ho già detto altre volte, credo che non ci si dovrebbe mai dimenticare che, agli occhi della maggior parte delle persone, noi che scriviamo musica siamo soprattutto dei creatori di sottofondi per tragitti in macchina.

Personalmente non ho molti contatti con i musicisti indipendenti italiani, benché ne abbia conosciuti diversi. La cosa mi permette comunque di dormire la notte.

 

Siccome tu educhi di professione, mi piacerebbe sapere se pensi che la musica possa essere un buono strumento educativo, o se hai mai fatto entrare la musica nel tuo mestiere.

Io uso tantissimo la musica nel mio lavoro da educatore, in particolare la chitarra: lavoro soprattutto con ragazzi disabili e per loro, spesso, è una fonte di relax. E proprio in quanto tale, ha un ottimo potere terapeutco.
Il rilassamento non è da sottovalutare mai.

Mentre la musicoterapia è un’ altra cosa, personalmente non me ne occupo ma ho visto spesso farla e la ritengo molto interessante.

 

Ultima curiosità: in “Aiuole spartitraffico coltivate a grano” viene citata Predappio?

Innanzitutto Predappio è legata al luogo di nascita di Benito Mussolini. Io vi abito molto vicino e sono testimone, ogni anno, di inquietanti pellegrinaggi che, col passare dei decenni, non accennano a diminuire. Esistono anche realtà commerciali legate a tutto questo, in particolare al “merchandising”. Bisognerebbe vederlo con i propri occhi per capire.

In ogni caso, la risposta è no: dopo due dischi consecutivi (nel branoL’amore al tempo del telefono cellulareda “Penso a Sonia ma suono per la Gloria”, e inIl gruppo spalla non fa il soundcheck, dal disco omonimo, ndr), questa volta Predappio rimane fuori.
Ora che ci penso un pò mi dispiace, tornassi indietro la infilerei da qualche parte in un testo.

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