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L’educazione che vorrei – Intervista a Susanna Tamaro

di Francesco Campana

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Nel suo ultimo libro  “L’isola che c’è” (Lindau) l’autrice di “Va’ dove ti porta il cuore” – 14 milioni di copie in tutto il mondo – affronta a viso aperto le questioni che colpiscono il nostro tempo, l’Italia e il futuro da consegnare alle future generazioni. « Il nostro mondo si trova al bivio fra vivere per il possesso o vivere per la comunione – scrive nel suo libro – vivere per il potere o vivere per l’amore. (…) Continuare nella follia faustiana che tutto è possibile e lecito o fermarsi e invertire la rotta. Distruzione e salvezza sono entrambe nelle nostre mani. A noi sta la responsabilità della scelta.»

Più volte ripeti che bisogna riappropriarsi di ritmi meno forsennati per rinsaldare i rapporti e costruire famiglie più solide. È auspicabile un ritorno alla famiglia di alcuni decenni fa o bisogna inventarsi qualcosa di nuovo?

Non si può tornare indietro. Negli ultimi vent’anni le condizioni attorno alle famiglie sono state rivoluzionate. Riguardo al tempo però bisogna tornare indietro. Prendiamo, ad esempio, il fare le cose con i bambini. Si passa da un intrattenimento all’altro, per paura di creare tempi morti e ma non si condivide più il tempo insieme. Il tempo che dedichi a una persona è tempo che gli serve per costruirsi. Quando sarai grande ti ricorderai delle cose che hai fatto – o non hai fatto con i tuoi genitori. Si delega un po’ tutto e si delega anche il poco tempo libero che c’è.

 I genitori scelgono di delegare ad altri il proprio mandato educativo oppure sono costretti da un circolo vizioso duro ad infrangersi?

Un po’ entrambe le cose. La delega nasce dal fatto che i genitori non sanno più che cosa significa educare. Bisognerebbe rimettere i puntini sulle i e capire cosa significa avere un figlio e crescerlo. Anche in campagna i genitori sono smarriti, vittime dei loro figli che diventano i padroni di casa in pochissimo tempo. Prima dell’irruzione dei media tutti i genitori di tutte le classi sociali sapevano che un figlio aveva una serie di corridoi da attraversare e che quei corridoi andavano rispettati. Ignorare cosa significa educare, unita ai ritmi forsennati impedisce ai bambini di avere un imprinting da cucciolo umano che dovrebbero avere.

A proposito di scuola, nel tuo libro poni la distinzione fra studenti informati e studenti preparati. In un contesto che pone facile accesso all’informazione – primo fra tutti internet – qual è la preparazione fondamentale che la scuola dovrebbe garantire?

Quando ho frequentato le scuole magistrali, imparavamo ad insegnare a leggere anche ad un sasso, perché dovevamo insegnare cose molto semplici e dirette. Ci veniva indicata la via più diretta per insegnare a legger e noi la seguivamo. Le cose semplici dovevano arrivare in profondità, perché poi alcune persone avrebbero abbandonato la scuola in quinta elementare. Questo metodo molto vicino ai bambini è stato stravolto negli anni Ottanta, introducendo complicazioni pazzesche nell’insegnamento di cose elementari. Ciò ha innescato un meccanismo che provoca grandi lacune nell’uso della lingua e in matematica. L’altro giorno correggevo un tema sulla neve di una bambina di dieci anni. Mi sono imbattuta in un passaggio particolarmente intricato, da risultare incomprensibile. Ho chiesto spiegazioni e lei mi ha risposto. “Ho fatto un flash forward”. La maestra, infatti, le aveva dato un elenco in inglese di regole alla base di un componimento. Anche per realizzare qualcosa di semplice, la bambina, costretta a seguire regole complicate, fa un pasticcio.

Con tutte le possibilità che hanno a disposizione, i giovani non finiscono per rimanere disorientati? Oggi chi insegna loro a fare delle scelte?

Nessuno. I giovani sono in balia del pensiero già pensato proposto dai media. È molto difficile che qualcuno riesca a mettere a fuoco una passione. Le cose si fanno essenzialmente per passione, e anche un mestiere deve essere scelto sulla base di questo slancio. Assordati da una miriade di informazioni si crea un’apatia. Un ragazzo arriva alla fine delle superiori che può fare tutto e niente. Gli educatori dovrebbero portare i ragazzi a scoprire le proprie attitudini personali. Bisogna ricreare la passione, perché la vita è un fatto di passione.

In un contesto multiculturale, su quali valori una società come quella italiana deve incentrare le proprie scelte educative?

Bisogna riscoprire i valori fondanti generali, validi per tutti gli esseri umani: i valori del Decalogo. Bisogna riportare l’essere umano alla sua dimensione fondamentale che è: io mi realizzo con e per l’altro. Bisogna sapersi indignare e contrastare le cose che per noi sono inaccettabili.

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3 commenti per “L’educazione che vorrei – Intervista a Susanna Tamaro

  • ha detto:

    Bella intervista! Il libro poi è davvero interessante, poco banale e offre degli spunti di riflessione a mio parere preziosissimi. Lo consiglio…

  • Francesco Campana ha detto:

    Quando si affronta questo tema è facilissimo scadere nella banalità. Con Susanna abbiamo cercato di dire cose molto semplici, ma precise. Grazie!

  • Arianna ha detto:

    Bella intervista..complimenti! In poche righe sono stati lanciati messaggi relativi all’educazione all’apparenza elementari, ma in realtà assolutamente fondamentali.

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