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Medici maleducati e sindrome del burnout

di Lorenzo Gasperoni

Pubblicato il

Un’indagine britannica rivela un problema del servizio sanitario inglese: le cattive maniere degli operatori.
In particolare, il 49% delle lamentele dei pazienti riguarda i medici, il 29% le infermiere, il 6% gli amministrativi e il 2% le ostetriche. È stato così possibile stilare la classifica dei peggiori ospedali del Paese nel 2010. L’indagine, condotta dal quotidiano britannico Daily Mail utilizzando le segnalazioni inviate alle apposite commissioni da parte dei pazienti (relative a 500 ospedali) sull’atteggiamento dello staff, rivela una preoccupante carenza di comprensione e umanità verso i pazienti, specialmente fra i medici. Attenzione e gentilezza – evidenziano gli autori – sono importanti per i pazienti proprio come ricevere medicinali o cure d’avanguardia.
Questa apparente maleducazione del personale sanitario può essere, nella maggior parte dei casi, spiegata con una individuale propensione a un atteggiamento non corretto verso il prossimo, ma in alcuni soggetti può nascondere un disagio più profondo, di cui spesso nemmeno lo stesso medico o infermiere è consapevole: la sindrome del Burnout.
Questa sindrome, sebbene possa affliggere tutte le classi lavorative, è più frequente in ambito sanitario a causa del forte carico emozionale cui sono sottoposti gli operatori e può essere vista come una reazione a uno stress lavorativo cronico.
Un medico o un infermiere che ha lavorato per anni con entusiasmo e caparbietà può ritrovarsi, più o meno gradualmente, a fare i conti con insoddisfazione, frustrazione, irrigidimento nel rapporto con il paziente. È come se l’organismo mettesse in atto un meccanismo di difesa: non provare più emozioni per alleviare il peso psichico che diventa intollerabile.
In realtà il prezzo da pagare è alto: da una parte l’operatore non riesce a instaurare un rapporto terapeutico adeguato, con ripercussioni sulla prognosi del paziente, dall’altra il suo disagio personale cresce, insieme a insoddisfazione, stati di tensione emotiva, vissuti ansiosi e depressivi.

Ma come si arriva al burnout?
Secondo alcuni autori (Contessa, 1982) lo sviluppo del Bornout toccherebbe cinque stadi:

1. La crisi dell’entusiasmo: in questa fase l’idealismo dell’operatore, che spesso lo spinge a scegliere la professione di aiuto, è messo a repentaglio dagli insuccessi terapeutici, dal mancato riconoscimento delle proprie capacità da parte di superiori, colleghi, e i pazienti stessi.
2. Fase della stagnazione: l’operatore continua a lavorare, ma si sente “bloccato”. Avverte che la sua carriera non potrà progredire, non ritiene più necessari nuovi sforzi per migliorare se stesso  e l’assistenza al paziente.
3. Fase della frustrazione: è il senso di impotenza a prevalere. L’operatore comincia a ritenere inutili gli sforzi fatti per curare il paziente, si chiude sempre più in se stesso, prova noia e fastidio nei confronti delle richieste che gli vengono fatte.
4. Fase dell’apatia: viene descritta come una sorta di “morte professionale”. Il soggetto sperimenta una ormai completa assenza di risposte emotive e di spinte motivazionali. Non è rara l’insorgenza di disturbi d’ansia e dell’umore.
5. Fase dell’intervento: è un cambiamento delle condizioni lavorative e dell’elaborazione delle esperienze che il soggetto deve compiere per risollevarsi.

Il rischio di burnout aumenta al crescere della sofferenza con la quale quotidianamente l’operatore si trova  a convivere: i reparti di oncologia sono quelli più colpiti mentre la presenza del fenomeno è ridotta nei reparti di ostetricia.
Più a rischio sono i lavoratori indefessi, quelli con grandi aspettative professionali, coloro che  sostituiscono con il lavoro la propria vita sociale, o i giovani, che spinti dall’idealismo tipico dall’approccio universitario, si scontrano con gli insuccessi reali e non hanno ancora sviluppato meccanismi di difesa adeguati.
Oltre ai fattori di rischio cosiddetti individuali, l’ambiente di lavoro gioca un ruolo fondamentale. Un clima disteso, collaborativo, dove le competenze individuali si fondono per favorire una crescita comune, è uno dei principali fattori protettivi nei confronti del burnout, insieme alla continua formazione professionale e condivisione dei casi clinici più complessi al fine di limitare il peso della routine quotidiana.

Quando si considera maleducata, sgarbata, priva di umanità la classe medica, il giudizio non dovrebbe essere semplicistico, ma oculato e, forse, capire i vissuti gli uni degli altri contribuirà a rendere il rapporto fra chi cura e chi è curato più umano e responsabile.

Fonti: Nicolino Rossi – Psicologia clinica per le professioni sanitarie
http://www.italiasalute.it/1378/Lo-stress-nasce-anche-dalla-maleducazione.html

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