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Pseudonimi da Copenhagen

di Lorenzo Lazzarini

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Un celebre filosofo nel domandarsi cosa fosse la verità, e quale la sua origine, sosteneva che non è conveniente considerare la falsità come il contrario della verità. E’ infatti questo già un fraintendimento della verità stessa, proprio della metafisica. Per quel che ci riguarda, egli citava, nella sua disamina dei modi in cui la falsità porta infine la verità ad emergere, lo pseudonimo. Come molti vocaboli di dubbio gusto, ottenuti dall’accostamento di vocaboli in greco antico, lo ‘pseudonimo’ è il ‘falso nome’ (ψεδος, falso e νομα, nome). Sempre quel tale citava ad eminente esempio un filosofo e teologo danese vissuto nel XIX secolo a Copenhagen, consegnato alla fama dopo qualche decennio dalla sua morte e ad oggi riconosciuto dagli storici come il pioniere della prospettiva esistenzialista novecentesca. Søren Kierkegaard non pubblica nella sua intera vita che poche opere con il proprio nome di battesimo, per lo più nell’ambito dell’apologetica cristiana (egli fu fervente credente di confessione protestante) mentre molte fra le più dense ed importanti le scrive in un intenso biennio (1843-1845), firmate ed edite a nome di personaggi che non sono affatto uomini reali, piuttosto personaggi frutto dell’immaginazione potente del filosofo. Victor Eremita, Jhoannes De Silentio, Constantin Constantius, Jhoannes Climacus,Virgilius Haufnensis, Nicolaus Notabene, Hilarius il Rilegatore – questi alcuni dei molti personaggi che si succedono a discorrere con linguaggio raffinato e poliedrica cultura nelle sue pagine.

L’espediente dello pseudonimo è stato adottato svariate volte nel corso dell’editoria moderna: occultare il proprio nome, o attribuire tramite il nome una caratterizzazione rilevante all’opera stessa. Tutto questo è accaduto nella letteratura, e per le ragioni più varie. Ma Kierkegaard in questo procedere ha un fine suo proprio e del tutto particolare e per questo, nonostante la sua bravura nel discorso in prosa, viene ricordato solitamente fra i grandi pensatori (piuttosto che fra i grandi scrittori) del secolo. Nelle sue opere egli si troverà in perenne polemica con quelle tendenze culturali preponderanti dell’Ottocento (ma oggi non sembra essere molto diverso, perché le cose si camuffano ma finiscono per essere sempre le stesse) che sono l’idealismo, compiutosi nel sistema hegeliano e, per converso, il positivismo della scienza naturale, comuni nella pretesa di spiegazione totalizzante del proprio oggetto (l’universale), e che snaturano nella propria prospettiva intellettualistica lo stesso ambito religioso. Il nostro autore sceglie di percorrere una via diametralmente opposta, e questa via, certamente impervia, è quella dell’individuo, del singolo. L’individuo, potremmo dirlo sbrigativamente, è ‘l’uomo che sceglie’, l’uomo che vive nella libertà.

L’esistenza degli uomini si dà solo nella libertà, ma questa non è da intendersi come una trionfalistica affermazione dell’individuo libero e padrone di sé, e anzi, “la possibilità – avverte Kierkegaard – è la più pesante delle categorie”. Non è la necessità che affligge gli uomini, bensì la libertà, ovvero comprendere fino in fondo che tutto è ugualmente possibile, e non vi è nessun destino a condurre la nostra esistenza se non le scelte che compiamo. La scelta non è affatto una questione futile, una vana parola o un pensiero fugace, ma ciò secondo cui determiniamo il nostro intero esistere, e, con esso la colpa, ciò che può condurci alla caduta, alla disperazione, e così via. Sullo sfondo, celato oltre questo fosco scenario umano vi è il dio, in cui solo l’anima trova la sua meta, e il vero compiersi dell’individuo: infinita rassegnazione e riconquista attraverso l’assurdo, come fu per Abramo, pronto a sacrificare Isacco sul monte Moria.

Questo per gettare qualche fugace impressione del vasto territorio che gli scritti di quest’uomo finiscono per coprire. Egli nella sua opera pseudonima affronta la questione della dialettica dell’esistenza, che muove gli uomini ad essere nella scelta, e intende occuparsene in maniera radicale: proprio a questo fine egli si camuffa con maschere, negli pseudonimi. Solo soffermandosi su chi è del tutto esterno alle categorie della fede (che è la meta, il compimento fra gli stadi della vita, dopo l’avvento di Cristo), coloro che vivono lo stadio estetico dell’esistenza, egli può di grado in grado mostrare l’ascesa attraverso gli stadi dell’esistenza nei personaggi che la sua penna fa parlare. Questo movimento è mostrato chiaramente attraverso le molte figure che presenziano e parlano di sé nella imponente opera Stadi sul cammino della vita (non farò a riguardo che pochi accenni, utili per comprendere cosa sia la dialettica dell’esistenza, ma è importante comprendere che questo non è un valido riassunto di questo scritto).

Nella prima sezione dell’opera (In vino veritas) assistiamo ad una sorta di snaturato simposio, sul celebre modello di quello platonico, che si tiene in una residenza fuori Copenhagen, dove i convitati, uno dopo l’altro, elogiano l’amore (per la donna); tuttavia non vi è nulla di sacrale nei raffinati discorsi che pronunciano: il primo a prendere parola viene citato semplicemente come ‘il Giovane’ (“Se i poeti dicono il vero, miei cari amici, il mal d’amore è il più opprimente dei dolori…”), a cui seguono Costantin Costantius (“Anch’io ho riflettuto, analizzato a fondo la sua categoria; anch’io ho cercato, ma ho trovato, e ho fatto una scoperta senza precedenti di cui voglio mettervi al corrente. Il solo modo per comprendere la donna è all’interno della categoria del gioco.”), Victor Eremita (“Il significato globale della donna è negativo e al confronto, quello che ella rappresenta di positivo non è nulla, anzi è perfino pernicioso”), il Sarto (“Forse voi credete che la donna desideri essere alla moda solo in certi momenti. Niente affatto, lo desidera sempre, ed è il suo unico pensiero”) e infine Johannes il seduttore; tutti o quasi sono già stati ‘autori’ di altre opere scritte da Kierkegaard. In conclusione al simposio, coronamento dello stadio estetico nell’idealità, parla il seduttore, e attacca con voce sicura, rimproverando i commensali sulla loro negligenza rispetto all’amore:  “che un amante infelice abbia pagato caro per un bacio, mi dimostra solo che egli non sa né goderne né privarsene. Io non lo pago mai troppo caro; lascio che a farlo siano le fanciulle. Che cos’è un bacio? Per me è l’argomentum ad hominem più bello, più piacevole, più convincente e quasi più probante, e poiché ogni donna almeno una volta nella vita ricorre spontaneamente a questo argomento, perché non dovrei lasciarmene convincere!”
L’inquieto simposio si conclude con una brusca interruzione di Costantin e una camminata nel primo sorgere del nuovo giorno, ed è qui che essi scorgono la figura eminente del giudice Vilhelm in compagnia della moglie. Il matrimonio sta qui come cifra dell’esistenza etica. Victor entra in casa del giudice e velocemente trafuga un suo manoscritto che viene quindi pubblicato di seguito, una appassionata difesa del vivere etico che egli ha scelto, propriamente in opposizione all’esistenza estetica, che non si vuole cimentare nella scelta: “Ma non sono crudele, no! Quando uno è felice come può esserlo un marito, quando ama l’esistenza, e l’ama ripetendo il suo giuramento, al punto di sentire ogni giuramento come sempre più prezioso, poiché in questo amore per l’esistenza resta stretto alla donna che tuttora abbraccio con la decisione trionfante del primo amore e della sua felicità, alla moglie per cui bisogna lasciare il padre e la madre”. Così parla Vilhelm e tuttavia tra le righe accenna al disperato superamento dello stadio etico, che è propriamente il mare aperto, abbandonato il porto sicuro, ed è qui che un uomo può perdersi o invece trovare la propria compiutezza nell’infinito. Come per le sezioni precedenti anche la successiva si occuperà dell’esistenza attraverso l’amore tra un uomo ed una donna e come esso è vissuto, questa volta in un esperimento psicologico (così viene chiamato) di Frater Taciturnus. A questo punto è la categoria del demonico che entra in gioco, attraverso l’inscenato ritrovamento di un diario, ambiguamente anonimo che narra della tensione interiore dell’uomo, scrittore del diario, verso la donna amata, per la quale tuttavia col tempo apprende la manchevolezza incolmabile del loro legame, lui mosso da un così distante interesse rispetto a quello della giovane, l’uno religioso e l’altro semplicemente estetico mondano. Questa circostanza difficile lo porterà alla più dolorosa dialettica, nel tentativo di non fare ricadere il decisivo peso del fallimento sulla ragazza. La paradossale situazione dell’uomo, costretto a fingere dalla segreta verità che egli solo fra loro scorge chiaramente è commedia ed insieme tragedia, egli non può muoversi dialetticamente, come pure sente necessario, costretto da lei ad indossare la maschera più greve. Già orientato allo stadio del religioso, a Dio, non può abbandonarsi in quella landa, perché lei lo trattiene a sé, costringendolo nel dilemma etico a cui non può sottrarsi, impedendogli di fatto la risoluzione nel pentimento. In questa caduta, sostiene Frater Taciturnus nella sua attenta analisi dell’esperimento, che manca di compimento sta il demonico, il suo diventare nell’interiorità “l’aberrazione”:  “la colpa è mia, sta nella mia debolezza; e il problema è che la mia ragione mi garantisce che per lei, la cosa può essere vantaggiosa in senso finito; mentre la mia simpatia tende piuttosto ad amarla in un senso infinito. Mi ha umiliato, questa relazione; e ora, che lei legga le mie lettere o meno, che producano o no un effetto su di lei, lei trionfa su di me in una misura che mi getta nello scoraggiamento”. Il sommo, compiuto fallimento conduce l’individualità a perdersi, e vi è in questa caduta un solo appiglio, l’appiglio assoluto oltre ogni finitezza, che conduce l’uomo al rapporto autentico a Dio. Solo nel salto della fede, quando ogni certezza terrena si mostra per ciò che è, vano punto d’appoggio, salva dall’esistenza demonica. Ed è significativo che qui il movimento nel senso della fede non sia rappresentato da uno pseudonimo, ma solo suggerito in conclusione da Frater Taciturnus, che ammette esplicitamente di non comprenderlo appieno, pur essendo almeno onesto intellettualmente da non forzarlo all’interno di un qualche sistema (laddove il sistema è sempre in riferimento al sistema hegeliano, nelle sue pagine).

Non è infatti facile per Kierkegaard mostrare attraverso gli pseudonimi l’uomo compiuto, il cavaliere della fede, come lo chiama lui. Riuscirà parzialmente in questo attraverso Climacus e Anticlimacus, due pseudonimi speculari, il primo colui che desidera la verità e l’assoluto, e il secondo colui che è si è compiuto nella fede. Le “loro” opere (Timore e Tremore, La malattia mortale, Esercizio di Cristianesimo) si occupano infine del divenire cristiani e del comprendere pienamente la natura della fede, e che proprio perché “piacque a Dio di rendere stolta la sapienza di questo mondo” [I Cor. 1, 20] ad essa, l’affidarsi a Dio, non vi è nulla di più alto, nessuna comprensione e nessun argomento, bensì solo il supremo compito di ubbidire al volere divino. Così e così soltanto si realizza l’individuo nella libertà. E questo è quello che Kierkegaard vuole mostrare nelle parole degli pseudonimi, questa ascesa che è ascesa di carattere prima di ogni altra cosa, e che nessun sistema filosofico potrà scalzare dal suo proprio compito, continuamente da farsi, per ogni nuova generazione a venire.

Dunque, dopo tanti personaggi che si sono susseguiti, la domanda sulla profonda ragione dello pseudonimo in Kierkegaard può trovare una parziale risposta in analogia all’apologetica dei santi. Come quelli nel compiere sé stessi come i più prossimi a Dio già in vita terrena, sono guida ed esempio luminoso per i comuni peccatori, così, nel secolo della cristianità (così egli definisce quella pratica di comodo mondana che è finita per essere il cristianesimo), versione ammorbidita e conciliante dell’annuncio di Cristo che finisce per essere chiacchiera o poco di più, lo pseudonimo, anche se è un inganno, una maschera, può riuscire a mostrare la verità che nel fraintendimento della fede è stata occultata. Egli, lo pseudonimo, è esempio vivente (sulla carta) della dialettica dello spirito: la dialettica dell’individuo, l’unica a cui vale la pena di prestare attenzione. A questo compito, di camuffare sé stesso, di annullarsi negli pseudonimi che come tasselli di un mosaico realizzano la dialettica esistenziale, Kierkegaard dedica l’impegno della propria intera esistenza, per condurre gli uomini infine ad essere nuovamente cristiani. E così sarà per lui stesso, che dopo aver condotto agli estremi limiti l’esistenza degli pseudonimi, si spinge in prima persona per quella strada che egli aveva tratteggiato da poeta, nella contemplazione dell’infinito (dove l’infinito è il dio che si è rivelato). Qui cessa la sua attività propriamente filosofica riguardo all’esistenza, getta la maschera dello pseudonimo per compiere la propria vita religiosamente, negli anni che gli rimangono prima della giovane morte.

 

“Contento del meno – sperando che un giorno mi sarà concesso il più, occupato dalle cure dello spirito, più che sufficienti, secondo la mia opinione, a dar da fare a chiunque anche nella vita più lunga, anche composta esclusivamente dai giorni più lunghi – io mi rallegro dell’esistenza, mi rallegro del piccolo mondo che è il mio ambiente. Alcuni dei miei concittadini sono forse dell’opinione che Copenhagen sia una città noiosa, un piccolo borgo. Mi sembra al contrario, rinfrescata com’è dal mare accanto e incapace, perfino in inverno, di perdere il ricordo dei boschi di betulla, sia per me il soggiorno più favorevole che io possa desiderare. Grande abbastanza per essere una grande città, piccola abbastanza per non avere stabilito un prezzo di mercato per la gente, il conforto delle statistiche sui suicidi a Parigi, la gioia delle statistiche sulle persone distinte a Parigi non arrivano qui a turbare e a spazzar via l’individuo in un vortice dove la vita perde ogni significato, la consolazione il suo giorno di riposo e la gioia il suo giorno di festa, perché tutto passa nell’insignificante o nel troppo significativo.”

Foto carnevalesche di Alessandra

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Un commento per “Pseudonimi da Copenhagen

  • Alessandra ha detto:

    Bravo! Per avere gusto. Per esserti imbattuto da giovane nella tematica della “scelta”, per averla fatta in un qualche modo tua. Mi piace, e un domani forse mi farà felice leggere anche questo grande tomo.

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