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Diaframma: l’intervista a Federico Fiumani

di Ilaria Virgili

Pubblicato il

È vero che quando avvengono bombardamenti in superficie, ciò che sta sotto terra non ne risente e non subisce danni?
Anche quando per “ciò che sta sotto terra” s’intende l’underground musicale?

Non è sempre così, ma in effetti oggi Federico Fiumani sembra non risentire degli sconquassi che ha subito la musica nell’ultimo periodo, tra crisi del mercato discografico e nuovi metodi di fruizione, e dopo oltre 16 dischi e più di 30 anni di attività col marchio Diaframma, torna in scena insieme alla band con “Niente di serio”, un disco molto comunicativo, curato e apprezzato.

Sabato 3 marzo passerà anche dal Georg Best Club di Montereale di Cesena (FC), che in via del tutto eccezionale propone il suo evento mensile di sabato (spostato per problemi tecnici al Big Barrè di Pievesestina), per ospitare la storica band new wave fiorentina.

In attesa di questa serata, ecco di cosa abbiamo parlato con Federico Fiumani.

 

Perché avete scelto la canzone “Niente di serio” come title track del disco? Perché è così rappresentativa?

Un titolo a un disco va messo.
“Niente di serio” è una collezione di dodici canzoni nuove, e forse vuole essere un po’ in polemica con un’eccessiva seriosità della musica moderna. Secondo me i gruppi e i cantanti in genere ambiscono troppo a fare sociologia o politica nelle canzoni. Sicuramente il momento che stiamo attraversando a livello politico è tragico, però mi piace pensare la musica come possibilità di evasione, fuga nel sogno. Per me la musica, l’arte in genere, è essenzialmente sogno. Se si ascolta una canzone che fa star bene, poi si sta meglio anche nella vita, quindi l’arte ci aiuta anche a livello sociale. Se ci si intristisce pure con le canzoni, continuando a pensare all’andamento negativo delle cose, secondo me è la fine.
Ecco, questo voleva dire “Niente di serio”: sdrammatizzare. Cosa che possiamo fare con la musica, non come cittadini.

 

In riferimento al momento storico che stiamo attraversando, si dice che l’arte viva i momenti migliori nei periodi di maggiore decadenza sociale e politica.

Sì, lo diceva Alberto Moravia fra gli altri – il mio scrittore preferito – che l’arte fiorisce proprio nei momenti di massima decadenza. Staremo a vedere.

 

Mi incuriosisce la copertina del nuovo disco. Cosa rappresenta il dipinto?

È un dipinto di un pittore veneziano: Favretto. Il quadro s’intitola “Il sorcio”, ed è del 1878.
Favretto era specializzato nel ricreare coi suoi quadri scene di vita quotidiana. Io ho scelto proprio questo dipinto perché si vedono donne terrorizzate da quella che in fondo è semplicemente una piccola creatura: un topo.

«Non è niente di serio, non preoccupatevi troppo».
Questo significa, secondo me.
Mi sembrava in tema col titolo del disco. Lo illustrava, in qualche modo.

 

«La botta di energia del rock nessuno sa cos’è» e a parole non si riesce a spiegare. Mentre la musica può?

Se la musica rock è buona, è lei la botta di energia, si spiega da sola. Basta avere la predisposizione per fruirne. Io ne ho goduto e ne godo molto. Alla musica rock in generale devo un po’ tutto, perché è la mia grande passione, che poi si è trasformata nel mio mestiere e mi dà da vivere. Io ho dato tanto alla musica, e lei mi ha dato molto. Quindi mi ha dato anche tanta energia.

Poi nello specifico la canzone parla anche di quei momenti della musica dal vivo che sono irripetibili: ci devi essere. Non è che te li puoi fare raccontare, o ascoltare dischi. Sono momenti molto belli, intensi ed emozionanti, che è difficile spiegare: bisogna esserci.

Ognuno ha i suoi codici, sceglie, si fa un’idea. Una bella canzone può suggerire stati d’animo, emozioni. In dipendenza anche dallo stato d’animo in cui ci si trova quando si ascolta la canzone: se si è più predisposti alla malinconia, alla gioia, a incazzarsi oppure a essere felici.

 

Facendo un passo indietro agli esordi, c’è stato un momento preciso in cui hai capito che la musica sarebbe diventata il tuo mestiere?

Un momento vero e proprio non c’è mai, perché la musica – perlomeno, fatta ai miei livelli – ha sempre un che di precario. Questo è un buon periodo per noi perché abbiamo molti concerti, il disco sta andando bene, quindi ci sono i presupposti per vivere di musica, come del resto io sto già facendo da qualche anno. Sono molto contento di questo, naturalmente. Però la musica è imprevedibile, perché adesso le cose vanno bene, ma tra 6 mesi o un anno non più, oppure ancora meglio. Non è pianificabile.

Ma questo, che sicuramente è negativo, paradossalmente è una condizione che ti spinge a dare il meglio, perché in fondo la musica, e l’arte in generale, ti chiedono questo. Ed è giusto: se sei un’artista devi sempre dare il massimo, e superarti sempre. Anche perché non avendo alcuna garanzia a livello economico e a tanti altri livelli, la musica vive sempre in questa sorta di crisi perenne, che è necessaria e funzionale all’ispirazione, che è quella che si deve avere per fare musica di buon livello, e sempre meglio.

Quindi un momento vero e proprio non c’è stato, però devo dire che da qualche anno le cose vanno bene. Diciamo che ho pensato potesse diventare il mio mestiere a metà degli anni ’90.
Negli anni ’80, nonostante fossimo un gruppo molto quotato nell’underground, non si guadagnava mai niente. Trovavamo sempre il modo di non metterci i soldi in tasca. Reinvestivamo tutto nel gruppo: comprare la macchina, pagare le tasse, prendere un commercialista, e tante altre cose. Ma del resto a quell’epoca avevano vent’anni, vivevamo tutti in casa coi genitori, quindi bastavano quei pochi soldi per comprare i dischi, che erano la nostra vera passione. Almeno personalmente, io tutti i miei risparmi li spendevo in dischi.

 

Ci sono musicisti che non rifarebbero stesse scelte e stessa vita, se potessero tornare indietro. Ci vuole anche una certa predisposizione.

Sì ci vogliono motivazione, fortuna, tenacia, talento. Sono tante le componenti che ti permettono di venire fuori.

 

Perchè in questi anni hai deciso di mantenere il marchio Diaframma?

Un po’ perché il nome era conosciuto dagli anni ’80, e questo mi aiutava.
Un po’ perché io sono affezionato alla musica punk. Io ho iniziato a suonare sulla scia della scintilla provocata dalla musica punk nel ’77. Avevo 17 anni. Chi faceva musica punk erano essenzialmente gruppi, c’erano pochi solisti, quindi io sono rimasto affezionato all’idea del gruppo.
C’è da dire che siamo un bel gruppo adesso, andiamo d’accordo, i concerti li facciamo sempre insieme.
Quindi mi piace quest’idea.

 

Un ringraziamento speciale a Francesco Lippolis per il supporto tecnico tra mixer e cavi vari.

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