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Bolla immobiliare. Dal letame nascono i fior?

di Mattia Bianchi

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In principio fu il verbo. Anzi no, il mattone. Cosa differenzia un paese come l’Italia dal resto d’Europa e dagli Stati Uniti? La casa di proprietà (79,1% delle famiglie). Aggiungi l’alta rendita fondiaria nelle nostre metropoli (abitare vicino al centro di Milano ha un valore superiore che a Parigi, colpa dei nostri trasporti) e la discreta prudenza delle banche nostrane nella concessione di mutui.

Tutti questi fattori che sono considerati degli handicap per un paese moderno e dinamico, hanno aiutato a far sì che l’Italia non accusasse lo scoppio di quella bolla immobiliare che ha invece colpito gli Stati Uniti prima, la Cina oggi. Infatti, mentre la bolla descrive proprio quell’andamento del mercato che vede prima una sopravvalutazione dei prezzi rispetto al valore reale e poi un loro tracollo vertiginoso- è da questo meccanismo che ha avuto origine la crisi stessa- nel bel paese la situazione era già così difficilmente sostenibile prima, che come per magia ha sembrato reagire meglio al brusco colpo. Lo scoppio non c’è stato in fin dei conti, piuttosto uno sgonfiamento progressivo, i cui effetti si potranno constatare con certezza solo tra qualche anno.

Ora, in realtà, possiamo già tirare qualche somma, e vedere che non siamo così ricchi come pensavamo, e che quello che ci circonda non corrisponde alle nostre esigenze. Il 5% dei proprietari più ricchi possiede il 25% del valore totale delle abitazioni, la quantità di case sfitte è enorme (a Rimini le abitazioni residenziali sono 22mila in più del fabbisogno), la domanda non riesce a incontrarsi con l’offerta, l’offerta non riesce a ottenere mutui e le banche non trovano garanzie per concederli, né al privato che cerca casa, né all’impresa che vuole costruirla.

Ne consegue un mercato immobile, che aspetta invano che qualcuno abbassi le pretese, ma così facendo non fa che peggiorare la situazione. È questa la realtà? Una società che si arrende?

Non credo, questo è solo un momento storico, come ce ne sono stati tanti, che ci spoglia delle nostre certezze. Una crisi – personale o sociale, cambiano solo le dimensioni – non è altro che un momento per mettersi in discussione, scoprire che la maschera è finalmente caduta e esplorare nuovi sistemi, nuove idee per il futuro.

Non è infatti uno scherzo che la crisi economica abbia fermato il lavoro, ma non la crescita di nuove imprese (600 inpiù solo a Rimini), soprattutto nel settore delle costruzioni. Ce ne sono molte che non solo resistono, ma crescono. Sono quelle che hanno saputo offrire  una quantità maggiore di servizi a monte e a valle della pura fase produttiva, senza soffrire tra l’altro di una restrizione del credito concesso (le banche stanno riscoprendo il piccolo credito sul territorio, piuttosto che quello rischioso a grandi imprese).

È forse normale allora che si sviluppino lungo tutto lo stivale una serie di iniziative, di idee eterogenee comunque tese a un diverso stile di vita, di impresa, di abitare. Insomma necessitate virtute, per dirla in latinorum. Parlo per esempio dei Gruppi di Acquisto Solidale (di cui abbiamo trattato già in questa rubrica), i gruppi di Co-Housing e di Co-Working, l’edilizia sociale e quella ecosostenibile.

Da una ricerca di Innosense e Politecnico di Milano, pare che l’80% delle famiglie sia soddisfatto della casa in cui abita, ma il 90% denuncia la perdita delle dimensioni di quartiere e del vicinato e aspira ad una dimensione della vita permeata di forti valori sociali (amicizia, mutualità, condivisione).

È questo il terreno fertile in cui ha preso piede un’iniziativa partita dal basso, spesso proprio da quei G.A.S., che vede dialogare, discutere, progettare da una parte gruppi di famiglie curiose di un nuovo modo di abitare, dall’altra cooperative e imprese giovani che cercano nuovi modi di costruire, e da un’altra ancora la pubblica amministrazione – l’anello debole – che cerca nuovi modi di gestire il suo territorio.

Da questo punto di vista il Co-Housing è ormai una realtà, ci sono progetti un po’ in tutta Italia. Il concetto è semplice: un gruppo di famiglie si incontra, con l’idea di abitare un villaggio costruito sulle loro esigenze, con spazi individuali e collettivi (micronido, orto, living condominiale, lavanderia, car sharing), progettati in sintonia, con modelli architettonici innovativi e criteri eco-sostenibili, in modo anche da minimizzare consumi e risparmiare i costi di gestione. Spesso il Co-Housing diventa anche Social, quando è il Comune a mettere gli spazi a disposizione per esperienze diverse dalla solita edilizia popolare; e diventa autocostruzione, quando sono i diretti interessati a prestare ore del proprio tempo libero per “tirare su la casa” (San Giovanni Marignano ospita la prima esperienza di questo tipo in provincia).

Oggi in Italia il Social Housing in tutte le sue forme è il settore sul quale si ripongono le speranze per un grande sviluppo dell’immobiliare residenziale. Il tutto vissuto in condivisione e eco-sostenibilità. Viva la crisi?

 

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