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La Politica dietro a Monti

di Eugenio Conti

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Sin dalla sua instaurazione, avvenuta il 16 Novembre 2011 con la benedizione del presidente della Repubblica, il governo Monti ha mantenuto un profilo basso, neutrale fino all’eccesso. La cosa ha dato vita alle fortunate imitazioni del comico Maurizio Crozza, ma ha anche dimostrato quanto il nuovo governo tenga a offrire un volto apartitico, slegato dalle normali divisioni identitarie che, a detta di Napolitano e non solo, avrebbero lacerato un’Italia in piena crisi qualora si fosse andati alle elezioni. Facendo precipitare la fiducia dei mercati e ingigantendo il già preoccupante spread.

Un’immagine positiva per i mercati e per l’Europa dunque. Ma anche per gli italiani, ai quali bisognava in qualche misura legittimare un governo non uscito dalle urne e dunque non espressione di identità politiche popolari.

Nei suoi tre mesi di vita, Monti si servirà di quest’immagine, bilanci in profondo rosso alla mano, per acquietare gli animi e rendere più digeribili le dure manovre economiche mantenendo la fiducia popolare e parlamentare.

Un compito non facile: tenere unito grazie a una larga coalizione centrista un parlamento che certo non è abituato alla stabilità, complici il trasformismo dei parlamentari e il radicalismo dei lati estremi dell’emiciclo. Il tutto varando leggi difficili da digerire a un popolo che ha già stretto la cinghia a causa della crisi economica e che ha un disperato bisogno di buone notizie.

La popolarità del governo rimane forte soprattutto rispetto a un contesto di sfiducia nella politica che Monti risolve tirandosi fuori dai vecchi giochi, lasciando a questi ultimi la colpa di avere rovinato l’Italia con i loro litigi. Il blogger Zoro ritrarrà efficacemente quest’immagine impersonando un Monti idraulico che stura il water intasato da due coinquilini che si canzonano a vicenda.

Ma Monti lascia che siano i media a trarre tali conclusioni e il perché è presto detto: è la vecchia politica che, rimasta inalterata dal rimpasto ministeriale, sostiene il governo, sebbene con una nuova maggioranza che unisce Pd, Terzo polo e Pdl.

Ai vecchi partiti il professore conviene. Mentre rimangono defilati, la patata bollente passa ai tecnici, i quali comunque devono sottostare agli emendamenti dei partiti in parlamento (2400 quelli sulle liberalizzazioni).

Se l’Italia ne uscirà, come certo i partiti sperano per mantenere un establishment che li ha sempre trattati da re, lo farà con alti costi sociali la cui responsabilità ricadrà su Monti.

Quando questo succederà, i partiti scenderanno in campo con le facce ripulite di chi ha fatto quanto poteva, affermando che andava fatto di più, cosa non avvenuta grazie all’ostruzionismo avversario. Ripopolando le urne grazie ai soliti toni da stadio tanto attaccati da loro stessi fino a poco fa.

L’illusione popolare di un’azione tecnica neutrale si scontra nei fatti con i partiti che, comunque vada, ai loro elettori di riferimento ci tengono: il Pdl, malgrado il volto conciliante del nuovo segretario Alfano, si fa sentire sulle liberalizzazioni e le nuove tasse, votando contro al governo in materia di responsabilità civile dei pm, su emendamento dell’opposizione leghista. Sperando di riconquistare il proprio elettorato deluso. Il Pd storce il naso quando vede, sul tavolo della riforma del lavoro, i sindacati divisi e la ministra Fornero rispondere «andiamo da soli». Andava bene quando lo faceva Sacconi, ma il Pd fatica a dare fiducia a una linea del genere ora che nei sondaggi è il primo partito.

Traballando per i necessari equilibrismi, Monti esaurisce la sua luna di miele. La popolarità rimane da record per un paese in piena crisi, superiore al 50% secondo Ipr, ma sono passati solo tre mesi. Chi può dire cosa avverrà da qui al 2013, quando il governo tecnico cederà il posto ai partiti?

È presto per dirlo. È presto anche per dire che si andrà alle urne nel 2013, nonostante le ripetute assicurazioni di Bersani. Pisapia, uomo forte della sinistra, preme per un voto estivo. I malumori serpeggiano nel Pd per le uscite di Monti su articolo 18 e posto fisso. Berlusconi vive problemi simili in casa Pdl e il suo sostegno al governo rimane altalenante.

I partiti dunque si riparano dietro al governo tecnico in attesa che si calmino le fiamme dell’antipartitismo, ma solo finché non diventa sconveniente in termini elettorali: questo significa fare comunque sentire la propria voce in un governo dalle anime diverse, incalzati dalle opposizioni radicali e dal pericolo che, complice il clima di malumore, queste sottraggano loro voti. È Calderoli a proporre una mozione in difesa dello statuto dei lavoratori: proprio la Lega che finora dava ragione alle imprese. L’Idv presenterà una mozione analoga, firmata Belisario, che lancerà la sfida: «La nostra mozione sarà la prova del nove per capire quali partiti hanno davvero a cuore le garanzie che i lavoratori si sono guadagnati in più di quarant’anni di lotte». Come voterà il Pd?

Dietro all’immagine del governo tecnico, regna la vecchia politica.

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