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Il sistema politico italiano e il governo Monti. Intervista ad Aldo Cazzullo

di Nicola Dellapasqua

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«Prima o poi i partiti dovranno tornare sulla scena politica, però penso che nulla sarà più come prima». È appena iniziata la nostra chiacchierata con Aldo Cazzullo e l’attuale momento di svolta è già stato fotografato. Spesso sono gli stati di necessità ad innescare le situazioni di cambiamento più profondo. Ma se oggi la necessità si chiama rischio default e il cambiamento riguarda un campo immutabile per antonomasia come il nostro sistema politico, allora comprendere l’importanza del momento che stiamo vivendo diventa un’opera tanto complessa quanto fondamentale. Il rischio, in casi come questo, è sempre quello di guardare il nuovo con il passato negli occhi, di servirsi di categorie d’analisi non più efficaci che ci precludono la comprensione delle novità in atto.
Per questo abbiamo voluto parlare del cambiamento innescato dal governo Monti nel sistema politico italiano con Aldo Cazzullo, editorialista del Corriere della Sera.

«Questo governo sta avendo un ruolo importante e se avrà successo i suoi uomini forti probabilmente avranno in mano il pallino della politica per i prossimi anni. Se invece non dovesse avere successo a quel punto può succedere di tutto. Però l’impressione è quella che il governo stia facendo bene». La congiuntura e il governo tecnico diventano quindi per Cazzullo un passaggio che favorisce un effettivo ricambio della classe politica. Continua il giornalista: «Un certo ricambio della classe politica a questo punto era indispensabile, i volti della Seconda Repubblica sono gli stessi da vent’anni e di questi alcuni hanno ormai esaurito il loro ruolo, per cui penso che ci sarà un rimescolamento. Credo che si vada a votare nel 2013 sulla base di uno scontro tra una coalizione di centro-sinistra targata Pd e Terzo Polo e un’alleanza di centro-destra che può ancora vedere insieme Pdl e Lega Nord. Probabilmente Berlusconi creerà in aggiunta anche una lista personale per cercare di recuperare un po’ il voto anti-partitico. Non escludo affatto che possa essere ancora lui il candidato del centro-destra, perché credo che sia una delle condizioni che Bossi porrà per rifare l’alleanza. Sinceramente non credo che possa tornare a Palazzo Chigi, però un ruolo sulla scena politica sicuramente continuerà a recitarlo. Ma in generale mi aspetto un rinnovamento, un bel rimescolamento delle carte».

Rinnovamento dunque: alcune facce nuove nel nostro panorama politico, ma non solo. Cazzullo va dritto al nocciolo della questione: «Il rinnovamento generazionale non è mai stato un fatto meramente anagrafico o di facce: il rinnovamento di cui abbiamo bisogno non consiste nel mettere un quarantenne al posto di un sessantenne ma nel fare cose diverse, nel fare in modo nuovo le cose di prima. Si tratta di fare una politica diversa, più aperta alla società civile. Prendiamo ad esempio i partiti della Prima Repubblica: erano partiti molto criticati, avevano diversi problemi. Però da questo punto di vista erano partiti con degli spazi d’apertura nei confronti della società civile. Erano partiti scalabili. E questa loro caratteristica garantiva un certo ricambio della classe dirigente e faceva da stimolo alla partecipazione. I partiti della Seconda Repubblica invece sono partiti veramente padronali, e questo scoraggia la partecipazione. Questo tipo di “partiti del capo” difficilmente può avvicinare alla politica le migliori forze della società, quelle che avrebbero cose da dire e da dare. Più facilmente, invece, attrae chi va in cerca di una facile carriera. Questa è una situazione che dev’essere superata. È qui che passa il rinnovamento vero».

La conversazione si sposta poi sulle difficoltà del nostro sistema politico nel produrre leader al proprio interno senza doverli cercare in maniera suppletiva in altri ambiti della società civile. Qui Cazzullo spiega come non si possano cogliere le novità se si cerca di misurarle sulla base delle passate dinamiche politiche. «Questo a me sembra un falso problema. Anzi è abbastanza normale che i leader politici siano estranei al sistema dei partiti. In America ad esempio è normalissimo che una figura che ha avuto successo al di fuori della politica faccia politica». Dalla fine della Prima Repubblica i partiti stessi sembrano quindi attraversare una stagione di cambiamento in cui la tendenza è quella ad assomigliare maggiormente ai partiti delle democrazie anglosassoni. «Non dobbiamo pensare ai partiti moderni sul modello anglosassone come ai partiti italiani della Prima Repubblica con le sezioni, il tesseramento, le clientele e i capicorrente: i partiti anglosassoni sono dei club. Già lo stesso Prodi non era un capo corrente, ma indiscutibilmente una personalità che veniva dal mondo della politica, ma certamente non dal mondo dei partiti. Con le debite proporzioni lo stesso discorso può valere per Monti. È normale che il nostro establishment, visti i lunghi periodi di difficoltà, esprima leader che non vengano da una scuola partitica ma che in qualche modo siano espressione di settori della società civile o di apparati tecnici a questi politicamente vicini e assimilabili».

La nostra chiacchierata con Aldo Cazzullo si conclude con uno sguardo al problema delle prospettive delle giovani generazioni in Italia. L’analisi rimane stimolante anche se assume pieghe d’amarezza. «Il nostro problema è che in nessun Paese sviluppato al mondo è così ampio il divario tra ricchezza e cultura, tra merito e opportunità. Si eredita dai padri non soltanto il nome e i beni ma anche lo status e la professione. Molte persone ricche non hanno cultura e molte persone colte sono povere. I ragazzi devono far sentire la loro voce, la loro domanda di partecipazione alla vita sociale ed economica del paese. C‘è una grande domanda d’Italia nel mondo, è pieno il mondo di gente che vorrebbe vestirsi come noi, mangiare il nostro cibo, bere i nostri vini, comprare i nostri prodotti. Il nostro potenziale è enorme ma per esprimerlo dobbiamo liberare le energie delle nuove generazioni, aprire per esse degli spazi e divenire una società dove si compete, dove si cerca il migliore e non la figura professionale che si può pagare meno. Uscire dalla vecchia logica basso salario, bassa produttività». Come dire: la meritocrazia non va cercata solo nelle riforme, ma prima di tutto è un atteggiamento mentale che tutti potremmo sforzarci di adottare senza aspettare decreti legge.

Ringraziamo Aldo Cazzullo per la sua disponibilità

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