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«Buongiorno Siora Maschera»

di Arianna Beccaletto

Pubblicato il

«Buongiorno Siora Maschera»: questo saluto per secoli ha rieccheggiato nelle calli veneziane durante il Carnevale. Nessuna distinzione di classe sociale, sesso o religione: la maschera celava l’identità di chiunque la portasse.

La prima testimonianza del Carnevale veneziano risale a un documento del Doge Vitale Falier del 1094, mentre il primo documento ufficiale in merito è un editto del Senato della Repubblica del 1296. Ma già dal 1271 si era sviluppato nella laguna un fervento commercio di maschere e costumi: i mascareri assunsero un ruolo sempre più importante vedendo riconosciuto il loro mestiere ufficialmente da uno statuto del 10 aprile 1436.

Tre i travestimenti più diffusi: la Bauta, la Gnaga e la Moretta. La prima, sia per uomini che per donne, era costituita da una maschera bianca (la larva) sotto un tricorno nero e un mantello, il tabarro, che avvolgeva totalmente il corpo. Utilizzata anch’essa da donne e uomini, la Gnaga si componeva di abiti femminili a cui si accompagnava una maschera da gatta e un cesto al braccio. La Moretta infine veniva indossata solo dalle donne e consisteva in una maschera in velluto scuro, un cappellino raffinato e degli indumenti particolarmente eleganti.

Durante il periodo del Carnevale, che per molti secoli è durato sei settimane (dal 26 dicembre al Mercoledì delle Ceneri), in tutta la città, a partire da Piazza San Marco, la Riva degli Schiavoni e tutti i principali campi di Venezia, venivano organizzati festeggiamenti, spettacoli pubblici e privati nelle residenze aristocratiche e numerose burle. Due i principali eventi che scandivano i giorni del Carnevale: la Festa delle Marie e il Volo dell’Angelo.

Della prima si hanno notizie a partire da metà del 900 circa. Il 2 febbraio, il giorno della purificazione di Maria, in laguna si celebrava il giorno della benedizione delle spose durante il quale nella Basilica di San Pietro in Castello venivano benedetti i matrimoni di 12 tra la fanciulle più belle e più povere della città. Le famiglie aristocratiche si impegnavano a costituire la dote di queste spose, alle quali il Doge prestava preziosissimi gioielli appartenenti al tesoro della città.

Nel 943, sotto il Doge Pietro II Candiano, durante le celebrazioni irruppero nella chiesa dei pirati istriani che rapirono le 12 fanciulle. Un gruppo di veneziani partì all’inseguimento dei rapitori che furono raggiunti a Caorle e uccisi. In ricordo di questa vittoria venne istituita la Festa delle Marie, durante la quale le 12 ragazze più belle di Venezia (due per ogni sestriere) sfilavano per la città con vesti e gioielli forniti dalle famiglie patrizie. Il corteo si snodava lungo i diversi rii, partecipava alle funzioni religiose nelle principali chiese veneziane e prendeva parte a balli e festeggiamenti.

Nel corso degli anni la ricorrenza subì diverse evoluzioni: nel 1272 il numero delle Marie venne ridotto a tre e successivamente, su decisione delle autorità che temevano che la festa si riducesse al desiderio di ammirare le fanciulle, le Marie vennero sostituite da sagome di legno che per diversi anni divennero bersaglio di frutta e ortaggi lanciati dalla folla, tanto che nel 1349 una legge vietò il lancio di qualsiasi oggetto verso di esse.

La ricorrenza venne soppressa nel 1379 ed è stata reintrodotta solo recentemente, nel 1999, sotto forma di corteo rievocativo composto dalle 12 fanciulle più belle elette ogni anno e da numerosi figuranti, sbandieratori e musicisti con i costumi dell’epoca.

Il Volo dell’Angelo nacque come variazione dell’impresa compiuta durante l’edizione del Carnevale di metà ‘500 da un acrobata turco che, senza aiutarsi con il bilancere, percorse la corda che collegava la cella campanaria del campanile di San Marco a una barca ancorata sul molo della Piazzetta. Il gesto fu ribattezzato lo Svolo del turco e negli anni successivi si svolse solitamente durante la giornata del Giovedì Grasso.

Ai numerosi acrobati che si cimentarono nell’impresa si sostituì decenni più tardi un artista dotato di ali che, appeso con degli anelli alla corda, veniva fatto scendere a gran velocità lungo la fune. Così nacque il Volo dell’Angelo, pratica abbandonata nel 1759 quando l’esibizione si trasformò in tragedia: l’acrobata si schiantò a terra tra la folla. All’atleta venne quindi sostituito da una grande colomba in legno che lungo la discesa spargeva fiori e coriandoli sugli spettatori. Da qui il nome Volo della Colombina. Quest’ultima tradizione si è mantenuta fino ai giorni nostri, ma a partire dal 2001 si è tornati alla vecchia formula del Volo dell’Angelo: un’artista compie la discesa dal campanile alla piazza saldamente assicurata a un cavo metallico.

Nel 1797, con la caduta della Serenissima e l’inizio dell’occupazione francese, seguita successivamente da quella austriaca, la tradizione del Carnevale venne abbandonata per il timore di disordini e ribellioni. Solo nel 1979, grazie al contributo del Comune di Venezia, della Biennale e del Teatro della Fenice, è tornata in auge e ora ogni singola edizione è contraddistinta da un tema che va a caratterizzare tutti gli eventi e le feste organizzate durante i festeggiamenti del Carnevale.

L’appuntamento per quest’anno è dal 4 al 21 febbraio con l’edizione dedicata a La vita è teatro. Tutti in maschera.

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